09 Gen 2018

Figlio bocciato: come comportarsi?

Fine dell’anno: figlio bocciato. Le reazioni e i pensieri davanti all’evento sono tanti e diversi quanti sono i bocciati e quanti sono i genitori.

Esistono però delle situazioni tipiche che possono essere d’aiuto nel capire cosa accade nella mente del figlio con la bocciatura.

 

Tre situazioni tipiche

Una di queste riguarda i ragazzi che sembrano non dare molto peso alla scuola.

Dice la mamma al figlio: “Studia! È quello il tuo compito!”

Risponde lui: “Lasciami stare, vuol dire l’anno prossimo vado a lavorare!”

… e l’anno dopo, stessa storia.

Un atteggiamento del genere si può chiamare “spavaldo”. Noncuranza, disinteresse di fronte allo studio, atteggiamento provocatorio con i genitori e da capetto con i coetanei.

…ma questa noncuranza è reale? Davvero non gli importa?

C’è poi chi ha un atteggiamento simile, ma più cupo:

Francesco è arrabbiato, dopo la notizia della bocciatura. Incolpa un’ingiustizia, si lamenta di essere stato preso di mira da qualche professore.

Arrabbiato, la colpa è degli altri, soprattutto di chi non lo capisce.

In questo caso si riconosce un sentimento (la rabbia)… ma cosa l’accende? Perché ha bisogno di dire “è colpa sua… e non mia”?

Meno diffuso, ma molto significativo, il terzo esempio:

Angelo è mortificato per la bocciatura. Esce di meno con gli amici. A casa non parla.

All’inizio dell’anno scolastico affronta la nuova classe con un senso di vergogna.

Si sente molto fuori posto.

Incredulo, triste, spesso lamenta malessere fisico (mal di testa, mal di collo, sensazione di stanchezza). Anche qui, possono diventare frequenti arrabbiature e litigate.

In alcuni casi, il ragazzo può arrivare a desiderare di non andare più a scuola e desiderare di starsene, invece, a casa.

Il caso del figlio che è triste per la bocciatura non è necessariamente il più facile da avvicinare, in un primo momento, ma è sicuramente quello in cui viene messo più a nudo quello che succede all’interno del ragazzo.

 

I sentimenti che si accompagnano alla bocciatura

Cosa accomuna queste tre situazioni?

Abbiamo iniziato a rispondere quando abbiamo parlato di tristezza.

È utile immaginarsi che la bocciatura sia sempre avvertita come un dispiacere, che può stare ad indicare, ad esempio, un sentimento di colpa (es: “ho deluso chi mi sta intorno”) o di vergogna (es: “sono una persona radicalmente incapace”).

Questa sensazione di dispiacere può andare incontro a diversi destini:

  • dispiacere che si trasforma in tristezza: in questo caso, il dispiacere è riconosciuto dal ragazzo che lo prova come qualcosa che lo riguarda. La ferita può essere più o meno profonda. È utile chiedersi: questa tristezza è paralizzante? È tollerabile per lui? Può essere usata come spunto per la sua maturazione?

In altri casi, il dispiacere viene rifiutato (in modo automatico e inconsapevole), allo scopo di liberarsi di qualcosa di doloroso:

  • dispiacere che si trasforma in rabbia: dal punto di vista dell’adolescente, la fonte del dispiacere non è lui, ma qualcun altro.
  • rifiuto (o diniego) del dispiacere: spavalderia, indifferenza, spacconaggine, provocatorietà mettono un muro davanti alla possibilità di provare il dispiacere. Il dispiacere è escluso dai giochi; semplicemente non gli è concesso di comparire.

Si potrebbe dire che queste ultime due situazioni sono migliori, da un certo punto di vista: il ragazzo non soffre.

A che prezzo, però?

Un genitore, ad esempio, tenderà ad arrabbiarsi molto di più con il figlio, se lo trova indifferente. Questo rischia di complicare le cose. Arriva la bocciatura, tutti si arrabbiano, il figlio sta male e non è possibile provare a capire cosa abbia portato fino a lì perché nessuno riesce a pensarvi lucidamente.

Quando il dolore viene fatto uscire dalla finestra, cioè, la situazione si congela: ci si arrabbia, si litiga, ci si insulta, magari, senza che sia possibile capire cosa sia andato storto.

E, se il futuro della famiglia offre qualche altra difficoltà, il rischio è di trovarsi daccapo, davanti ad una sofferenza che non si può esprimere o risolvere, ma solo tentare di cacciare via.

 

Come comportarsi? Gli aspetti psicologici.

Nella maggior parte dei casi, la difficile esperienza della bocciatura viene superata, e archiviata come “incidente di percorso”, un inciampo nella vita di una persona che viene percepita come globalmente capace. Questo ragazzo viene visto come una persona che può sbagliare e rimettersi successivamente in carreggiata.

Ci sono delle situazioni, invece, in cui essa assume un valore soggettivo molto grande, per l’adolescente, per la sua famiglia o entrambi. Diventa un dramma, più o meno grande, più o meno forte: diventa la testimonianza di un fallimento, o, peggio, la testimonianza di quello che sembra essere un invitabile destino di fallimenti.

Quello che distingue il caso “incidente di percorso” dal caso “dramma” è, essenzialmente, la capacità di assimilare l’episodio.

Quando un figlio bocciato diventa l’occasione per domandarsi: “come mai è stato bocciato? Cosa si può fare? Come sta?” è più facile che anche un’esperienza spiacevole come la bocciatura diventi una risorsa per tutti.

Quando la bocciatura nasconde qualcosa di troppo difficile da sopportare per figlio o per i genitori o per tutta la famiglia, può emergere la tendenza a tentare di liberarsi urgentemente del grosso dispiacere che essa porta con sé, tentando di risolvere la situazione con decisioni affrettate e affermazioni emotivamente cariche.

Se abbiamo detto che la bocciatura comporta sempre una situazione di sofferenza per il ragazzo, per i genitori è necessario astenersi  dalle colpevolizzazioni. Questo può essere molto difficile: la frustrazione, le aspettative, l’affetto per il figlio, il desiderio di spronarlo a cambiare possono spingere a dire cose come “mi hai deluso”.

Il motivo principale per astenersi da questo atteggiamento è che il figlio sta già affrontando un’esperienza mortificante, anche se non lo dà a vedere, e se sente di “deludere” i genitori dovrà farsi carico anche dei loro, comprensibili, sentimenti… il che, solitamente, è impossibile.

La cosa peggiore è che, così, la situazione, di fatto, non varia: il figlio sta male, i genitori stanno male. Spesso risentono dell’atmosfera anche i fratelli, quando ci sono.

Anche l’opposto va evitato. I “Non ti preoccupare” non sortiranno un grande effetto, semplicemente perché il ragazzo è già preoccupato: la scuola è una delle dimensioni fondamentali della sua vita, e in questo momento la scuola gli ha detto un grande “no”.

Il problema  non è tanto sfogarsi (e arrabbiarsi) o consolarsi (e aspettarsi che le cose cambino da sé), ma pensare:

  • Una bocciatura testimonia che qualcosa non è andato per il verso giusto: che cosa?
  • Una bocciatura comporta sempre del dispiacere: come lo sta affrontando il figlio? E il genitore? E la famiglia riesce a comunicare?
  • Qual è il modo più efficace per ridurre il dispiacere e fare in modo che le cose la prossima volta vadano diversamente?

…. in astratto. Poi, in base al caso specifico, le domande diventano:

  • Perché il ragazzo non ha studiato?
  • Perché ha passato tutti i pomeriggi fuori?
  • Perché va male anche se studia?
  • Perché non mi ascolta?
  • Non studia per provocarmi?
  • È efficace obbligarlo?
  • È efficace punirlo se fa qualcosa che non voglio faccia?

ma anche:

  • Ci tiene allo studio?
  • Come mai ci tiene/non ci tiene?
  • Noi genitori ci teniamo allo studio? Entrambi?
  • E se noi vorremmo tanto lui studiasse, come mai lui non vuole/a lui non riesce?
  • Sono argomenti su cui ci si intende o su cui si litiga? Perché?

La bocciatura rischia di diventare un giudizio sulla persona del ragazzo. Questo giudizio arriva in una fase della sua vita in cui il giudizio altrui è molto importante. Diventa allora molto importante capire quanto sia tollerabile per lui un giudizio negativo così grande.

 

Come comportarsi? Gli aspetti concreti.

Sulla base di tutte queste considerazioni diventa possibile capire quale corso d’azione sia il migliore per la famiglia che affronta l’esperienza della bocciatura.

Decidere se e quando cambiare scuola, lasciare la scuola, recuperare l’anno, indirizzare alle scuole serali,  etc. può essere utile come perfettamente dannoso.

È dannoso quando questi provvedimenti diventano un modo per liberarsi del dispiacere associato alla situazione, e provare ad esorcizzarlo. Questo è dannoso soprattutto perché solitamente non permette di modificare la situazione in un modo da eliminarne le difficoltà in un modo significativo.

È necessario invece che queste proposte siano l’espressione di un progetto relativo al futuro del figlio, la concretizzazione di un pensiero relativo a quello che si desidera per lui, quello che lui desidera e quello che è possibile concretamente fare.

Abbiamo già detto che è necessario pensare -e digerire- una situazione del genere attraverso lo sforzo di sopportare l’inevitabile dispiacere che vi si associa e sviluppando invece dei pensieri attorno ad essa, pensieri che aiutino a comprendere quale azione è migliore di un’altra rispetto ad uno scopo.

È utile quindi parlare con i docenti, che hanno visto un aspetti del figlio che possono essere evidenti a scuola, e meno a casa. Gli insegnanti, inoltre, possono fornire un racconto sulle motivazioni del fallimento scolastico del figlio che può essere di grande aiuto per comprenderne atteggiamenti e motivazioni.

È utile, quando la situazione non dà segni di risolversi facilmente, parlare con uno psicologo.

 

Perché e quando parlare con uno psicologo

Abbiamo visto che la bocciatura è un evento emotivamente molto carico, per il ragazzo in primis.

Partendo dall’assunto che non tutte le situazioni emotivamente cariche necessitano di un’indagine psicologica, va però detto che quando una situazione di crisi si prolunga per un tempo soggettivamente avvertito come eccessivo, tende a non cambiare nonostante tentativi e tempo che passa e/o è soggettivamente avvertita come eccessivamente dolorosa è utile rivolgersi ad un esperto allo scopo di capire in che modo la sofferenza che è in gioco non riesce a placarsi.

L’obiettivo principale della consulenza psicologica, in un caso del genere, è proprio determinare se per un ragazzo e i suoi genitori  è possibile affrontare una situazione di crisi oppure se c’è il rischio di soffrire inutilmente.

Questo farsi male riguarda ancora una volta il dispiacere che è necessario affrontare durante una crisi e le forme più o meno dolorose che tale dispiacere e le strategie inconsapevoli impiegate per evitarlo assumono: vergogna, colpa, rabbia, disprezzo, rivendicatività, desiderio che le cose cambino da sé e i problemi scompaiano, ricerca di soluzioni affrettate…

A volte questo accade per una particolare sensibilità del ragazzo,  per delle difficoltà specifiche, perché non sente che le richieste che gli sono state poste possono essere soddisfatte. A volte ci si mettono di mezzo delle situazioni di vita particolari, che non si immaginava potessero avere l’effetto che poi hanno.

Tutti queste situazioni rendono più difficile il riuscire ad assimilare l’accaduto e trasformarlo da fonte di malessere in occasione di crescita. È in quest’area che agisce lo psicologo.

A noi interessa trasformare le situazioni di sofferenza in occasioni per migliorare la qualità di vita. Le difficoltà possono diventare occasione per unire e rafforzare una famiglia, e un’importante occasione per aiutare un ragazzo nel suo compito principale: la crescita. 

 

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