mio figlio non vuole andare a scuola 09 Gen 2018

Mio figlio non vuole andare a scuola

Questo basta a creare il panico, nei genitori. O una rabbia furibonda.

Una delle prime contromisure è di cercare di motivare il ragazzo ad andarci.

Il più delle volte, ci si trova davanti ad un ragazzo che si chiude ermeticamente.

La situazione è paralizzata.

Primo passo: che succede?

Una situazione del genere, in cui un figlio mette davanti ad un no categorico, o carico di ansia, dicendo che non vuole andare a scuola, in modo categorico o implorando fa pensare che ci sia una grossa turbolenza in atto.

Cosa c’è nella scuola di così minaccioso da dover correre ai ripari in un tanto precipitosamente?

Verrebbe da liquidare la questione molto rapidamente: nulla. La scuola è sì un’esperienza impegnativa; lo è stata, in parte, per tutti: i voti, i professori, i compagni, vicende sentimentali, amicizie, crescere… Ma, tutto sommato, sono cose che si superano e, letteralmente, contribuiscono a formare il carattere.

Generalmente questo è vero. La scuola è spesso teatro di crisi, passaggio necessario per lo sviluppo.

  • La scuola è giusta per lui o è troppo impegnativa?
  • L’ambiente è giusto per mio figlio?
  • Meglio una scuola buona o non perdere i vecchi compagni?
  • Il professore ce l’ha con lui o è lui che non si comporta come dovrebbe?
  • È vittima di bullismo è solo una scaramuccia da ragazzi?
  • Dovrei dire qualcosa adesso che si è lasciato con la sua prima ragazza?
  • Vorrei prendesse buoni voti, posso insistere perché studi?
  • Perché non studia?

I pensieri di un genitore, segnalano questi momenti di difficoltà. Molto spesso non è necessario intervenire: è il ragazzo stesso che sperimentandosi nel superare la crisi acquisisce un’esperienza e la capacità di affrontare le comuni crisi della vita quotidiana.

Altre volte è necessario pensare che non sempre queste crisi si risolvono da sole.

Davanti ad un figlio che non vuole andare a scuola, è utile porsi la domanda “Cosa c’è nella scuola che non tollera?”.

Insomma, bisogna provare a capire. Bisogna dire che questo può sembrare un atteggiamento buonista e inconcludente.

Si deve dare una mossa.”

Andare a scuola è il suo lavoro.”

Secondo me non ci deve pensare.”

Ci deve andare e basta“.

Questi tentativi di “forzare” il ritorno a scuola, però, spesso non raggiungono gli obiettivi sperati. Anzi, possono essere controproducenti e spingere il ragazzo verso un’ulteriore chiusura.

Capire cosa succede, quindi, spesso è l’unica scelta razionale e capace di risolvere la situazione.

L’unica scelta utile a far stare tutti meglio, genitori e figli.

Secondo passo: cosa fare?

Abbiamo visto che è necessaria una punta di sangue freddo e sforzarsi di capire cosa ci sia che rende la scuola minacciosa.

Quella della scuola è un’esperienza psicologica, oltre che di apprendimento.

Se parliamo di un figlio che non vuole andare a scuola, stiamo già parlando di aspetti psicologici.

Stiamo parlando di motivazione, di emozioni, di relazioni e delle aspettative di un figlio.

Stiamo parlando anche delle esperienze che il ragazzo ha fatto nella scuola, ma da uno specifico punto di vista: un’esperienza negativa della scuola (anche molto pesante, come l’aver subito episodi di bullismo) non è di per sé sufficiente a giustificare la volontà di non andare a scuola.

C’è sempre un passaggio in più, cioè come questo ragazzo vive, soggettivamente, l’episodio. Questa è, semplificando, la dimensione psicologica del problema.

Le relazioni che il ragazzo vive a scuola con gli altri ragazzi, con i professori, con i genitori che hanno una loro idea sulla scuola, sono vissute come qualcosa che sta a mezza strada fra l’esterno e l’interno di sé.

Questo è vero di tutte le esperienze che si fanno nella vita, ma qui ci interessa parlare di quelle che riguardano la scuola, un ambiente fondamentale per il ragazzo, proprio perché in grado di fornire una serie di esperienze utili alla sua crescita (la fatica, il rapporto con gli altri, l’autonomizzazione, la sperimentazione delle caratteristiche personali, l’acquisizione di abilità utili per il futuro, etc.). La scuola gli presenta costantemente dei temi che sono già presenti in lui e che lui avverte come importanti.

Intendiamo dire, qui, che tutto ciò che un ragazzo pensa e fa ha delle ricadute sull’esterno, sul mondo, ma anche tutto ciò che accade all’eterno, nel mondo e quindi anche nella scuola, ha una ricaduta su come il ragazzo pensa, prova e infine su quello che fa.

Questo vuol dire che la scuola è certo importante per il futuro lavorativo, è certo fondamentale per imparare a stare con gli altri, ma soprattutto fornisce al ragazzo le alcune esperienze fondamentali per formare la sua personalità.

Tutto questo è sicuramente interessantissimo… ma cosa ci insegna su situazioni come quella dell’esempio seguente?

Ad un certo punto ha deciso che non ci vuole più andare. Non capisco perché.

Prima andava bene, poi i voti hanno iniziato a calare.

Con me non ci parla, dice solo che a scuola non vuole più andarci.”

Vediamo di utilizzare quello che abbiamo detto sul valore psicologico della scuola come guida.

Spesso, come in questo esempio, non si capisce cosa sia successo al ragazzo e non si sa cosa lui pensi.

Questo è particolarmente importante, per lui, perché l’adolescenza e la giovinezza sono periodi della vita in cui la riservatezza da la sensazione che i propri pensieri siano protetti, solo propri; dicono ad un ragazzo, e che è un soggetto, autonomo, per la prima volta nella vita.

Quindi, in qualche misura, questa riservatezza va rispettata. Allo stesso tempo, però, non si può non intervenire, e lasciare il ragazzo in una condizione di difficoltà da cui difficilmente uscirà da solo.

Perché anche di questo è necessario tenere conto: se il ragazzo non vuole più andare a scuola, la situazione per lui non è piacevole. Se c’è qualcosa di piacevole, al limite, è che evitare la scuola aiuta ad allontanarsi dal disagio che la scuola rappresenta per lui… ma solitamente finisce per alimentarne degli altri (es: senso di fallimento, vergonga).

La situazione è difficile quindi: il ragazzo ci comunica che c’è qualcosa che non va, ma questa comunicazione non riesce, molto spesso, ad avvenire direttamente.

Si può dire, anzi, che spesso non c’è una vera e propria comunicazione: i genitori devono partire dalla propria preoccupazione come spunto per tentare di risolvere la situazione.

Mettendo assieme tutti questi tasselli, possiamo dire che:

  1. il ragazzo prova un disagio psicologico che si manifesta attraverso la scuola, proprio perché la scuola lo mette costantemente a confronto con esperienze importanti per lui, che riguardano i temi fondamentali della crescita
  2. questo disagio non viene comunicato apertamente e direttamente in famiglia, ma spesso si riconosce da azioni e fatti: non vuole più andare a scuola.
  3. i genitori, per quanto possano essere arrabbiati, sono sempre anche preoccupati per la situazione, in quanto, banalmente, tengono a loro figlio.

Sono i genitori solitamente, dunque, ad essere nella posizione di intervenire. È qui, dunque, che fa la differenza il modo si cerca di risolvere la preoccupazione dei genitori e la sofferenza del figlio:

  1. patti, promesse, arrabbiature, ma anche i cambi di scuola, rischiano di fare un buco nell’acqua, se non risolvono la situazione che ha originato la sofferenza che è venuta a galla attraverso la scuola
  2. entra allora in gioco il passaggio necessario della comprensione: comprensione che c’è qualcosa che si è inceppato, sul piano psicologico, e che è necessario agire su quel piano per risolvere la situazione.

Terzo passo: risolvere

Quando viene assunto questo atteggiamento allora diventa finalmente possibile affrontare la difficoltà psicologica del ragazzo con strumenti psicologici.

Potrebbero esserci stati degli eventi che hanno esasperato queste vicissitudini interne e svolto un ruolo scatenante: ad un certo punto, la situazione (interna) era troppo difficile da gestire:

  • bocciatura
  • delusione che coinvolge qualche persona importante della scuola
  • bullismo
  • una serie di crescenti difficoltà scolastiche
  • difficoltà a stare concentrati

Riconoscendo queste situazioni nella loro funzione di “eventi scatenanti”, li si priva di potere. Intendiamo dire che, se non si considerano cose come queste come “cause”, allora, tutta la faccenda può essere affrontata non più tentando di cambiare i rapporti fra il ragazzo e la scuola (che, abbiamo visto, rischia di non portare molto lontano) ma tentando di aiutare il ragazzo a riprendere a padroneggiare meglio quello che sta succedendo al suo interno.

Non ci concentreremo più sugli eventi legati alla scuola, allora ma in quello che questi generano nel ragazzo:

  • una forte ansia
  • un rifiuto
  • indifferenza
  • senso di vergogna
  • senso di inettitudine
  • colpa

Il problema allora non è, ad esempio, “lo studio”, da risolvere con delle ripetizioni, ma una particolare difficoltà di crescita che si esprime con emozioni negative e può essere messa in particolare evidenza da eventi legati alla scuola.

Se noi chiediamo ad un ragazzo che fugge dalla scuola per tentare (inconsapevolmente) di liberarsi di queste difficoltà di crescita di risolvere i suoi problemi con la scuola, rischiamo di perdere di vista l’elemento più importante (e di fare un buco nell’acqua).

Il ragazzo non ha nulla contro la scuola in sé, anzi, potremmo dire perfino che i ragazzi possono trarre piacere da quello che accade nella scuola e quindi essere motivati a frequentarla.

Il ragazzo ha delle difficoltà che hanno a che vedere con la sua crescita, e queste difficoltà si manifestano attraverso il piano psicologico ed emergono attraverso la scuola, loro teatro privilegiato. Sono queste difficoltà che è necessario puntare a risolvere.

La restaurazione di buoni rapporti con la scuola sarà allora una conseguenza di questa cura della mente in crescita del ragazzo.

A noi interessa trasformare le situazioni di sofferenza in occasioni per migliorare la qualità di vita. Le difficoltà possono diventare occasione per unire e rafforzare una famiglia, e un’importante occasione per aiutare un ragazzo nel suo compito principale: la crescita. 

 

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