perché non riesco a pensare positivo 10 Dic 2018

Perché non riesco a pensare positivo?

Ci sembra subito una domanda che va a braccetto con “Perché non riesco a fregarmene?“.

Perché diciamo così?

Le persone che si rivolgono a noi hanno il desiderio di eliminare la propria sofferenza, di stare meglio.

Sono comprensibilmente esausti, soprattutto perché spesso si rivolgono a uno psicologo quando si trovano in una situazione di crisi.

Il desiderio di pensare positivo è soprattutto un desiderio di essere liberi da pensieri negativi, e di pensare in un modo che si senta, finalmente, come sano e positivo per sé.

Lo stesso desiderio si può esprimere attraverso un senso di esaurimento: “possibile che io:

  • mi prenda a cuore delle situazioni che mi fanno star male?
  • non riesca a fare a meno di avere pensieri che mi fanno star male?
  • mi faccia star male da solo, tenendo in testa pensieri nocivi?

A questa serie si può aggiungere:

  • possibile che io non riesca a pensare positivo, invece di pensare negativo?

In questo articolo proveremo a vedere cosa dice su di sé il desiderio di pensare positivo.

 

Perché non riesco a pensare positivo? Qual è il problema.

Se il desiderio di riuscire a pensare positivo è anche un desiderio di liberarsi dei pensieri negativi, bisogna capire cosa sia questo “pensare negativo“.

Possiamo dare una definizione molto agile e spiccia?

È il pensiero che porta a stare male.

Porta a provare disagio o vera e propria ansia, un pensiero che mette in difficoltà, preoccupa e crea un turbamento.

(Questa è una definizione corretta, sì, ma un po’ imprecisa. Più sotto esamineremo il problema più nel dettaglio.)

Pensare positivo, quindi, vuol dire:

  • provare sensazioni positive
  • evitare sensazioni negative (ansia, turbamento, disagio)

In linea di massima, si tratta di buone idee da tutti condivisibili.

Però c’è un grosso problema: pare non sia mai esistito un essere umano completamente libero da pensieri negativi, ansie e problemi.

Il sospetto è che dietro a questa questione del pensiero positivo ci sia una grossa confusione.

Il problema potrebbe essere la (cattiva) gestione dei pensieri negativi, più che la loro sostituzione con pensieri migliori.

 

Perché non riesco a pensare positivo? È veramente utile?

Vediamo innanzitutto perché pensare positivo potrebbe non essere una buona soluzione al problema dei pensieri negativi che, come abbiamo visto, sembrano entrare nella vita di tutti.

Prima di tutto, come funzionerebbe il pensiero positivo?

Quando qualcuno si domanda come pensare positivo quando tutto va male, o comunque quando si cerca di stare un po’ meglio, si affida al “potere” del pensiero positivo come ad una sorta di cura.

 

  • Pensare di essere forti.
  • Pensare di essere calmi.
  • Pensare di avere successo.
  • Pensare di riuscire a farcela.

 

 

Questo tipo di idee (e speranze), dovrebbe diventare la propria forma abituale di pensiero, capace di sostituire ad ogni pensiero cattivo un pensiero buono corrispondente.

Oltre a curare dal pensiero negativo, il pensiero positivo creerebbe anche una sorta di immunizzazione, quindi.

In chi pensa positivo, non c’è spazio per il pensiero negativo.”

Eppure, molto semplicemente, questo non accade.

O meglio, per essere precisi: questo tipo di pensiero positivo non è completamente inutile.

Per uno sportivo, ad esempio, essere fortemente concentrati su un obiettivo e visualizzare il proprio successo può essere fondamentale.

Nello sport agonistico, il livello di raffinatezza tecnica e concentrazione richiesto da alcune imprese rende sicuramente utile la capacità di escludere dalla propria attenzione qualsiasi cosa che non sia la gara e l’idea di riuscire positivamente.

In questo caso, pensare positivo aiuta davvero.

Però, lo stesso modello non può funzionare per la vita di tutti i giorni.

I pensieri negativi non possono scomparire per sempre: hanno una funzione, perfino una funzione utile.

 

Perché non riesco a pensare positivo? Come affrontare i pensieri negativi.

Il problema del pensiero positivo è proprio che ha una portata limitata.

Tutti ne abbiamo bisogno, ma sarebbe come dire che visto che abbiamo bisogno di un lavoro non dobbiamo far altro che lavorare.

Non suona molto bene, giusto?

Il lavoro non soddisfa tutti i bisogni di una persona (affetto, interessi, etc..); il pensiero positivo non soddisfa tutti i bisogni della mente.

 

I pensieri positivi rischiano di diventare perfino controproducenti.

Quando ci si sforza di essere ottimisti ad ogni costo, si rischia di finire in un circolo vizioso di sconforto:

 

si vuole essere positivi – non si riesce a farlo – si rimane delusi da se stessi – si sta peggio – si vuole essere positivi…

 

Si tenta di trovare una strada per stare bene, ma saltando dei passaggi fondamentali, come:

  • Una maggiore indulgenza verso se stessi. Perdonare i propri errori, riconoscere che i propri sentimenti, anche negativi, hanno un senso.
  • Chiedersi come mai si rischi di fare/pensare/accettare qualcosa che fa soffrire o che rischia di essere un fallimento.
  • Accettare che per riuscire a raggiungere dei risultati nella vita personale, lavorativa, etc, sono spesso richiesti numerosi fallimenti che è importante accettare e accettare ci insegnino qualcosa.

Bisogna, cioè, sopportare degli aspetti anche molto spiacevoli della propria vita.

Altrimenti c’è il rischio di cercare di essere perfetti finendo per diventare una persona delusa o che deve fare tutto il possibile per evitare la delusione, perché affrontarla può essere molto doloroso.

È come se si ripresentasse il problema da cui siamo partiti:

  • si cerca di liberarsi di tutto ciò che è doloroso.

Eppure, il dolore entra nella vita di tutti, in un modo o nell’altro.

 

Perché non riesco a pensare positivo? Provare a pensare negativo?

La sofferenza ha un certo ruolo nella vita di chiunque.

A volte più grande, altre meno.

Però c’è.

Se la psicologia ha qualcosa di utile da insegnare sul pensiero positivo è che tentare di pensare al 100% in modo positivo rischia di privarci di aspetti fondamentali della nostra vita.

Cose, magari dolorose, che però spesso finiscono per renderla più godibile.

 

Elisa ha è stata per trent’anni con il suo compagno. In certi periodi le cose sono andate meno bene di quanto sperassero, si sono quasi lasciati, una volta, ma hanno deciso di rimanere insieme.

Oggi la coppia non regge più. Dopo diversi tentativi, si sono resi conto che, semplicemente, le cose fra di loro non filano, e stare assieme rende infelici sia lei che il compagno. Si lasciano definitivamente, mantenendo un certo affetto l’uno per l’altra.

E ora?

Elisa si trova davanti ad una riflessione molto pensate. Non è più giovane, non è facile trovare qualcun altro per una persona come lei, un po’ sulle sue. Sente che rischia di bloccarsi per sempre.

Per un lungo periodo non cerca un nuovo compagno. Mano a mano, le risultano più chiari i motivi per cui la sua relazione non ha funzionato, e ora sente più chiaramente cosa le è mancato e cosa vuole cercare in un uomo per essere contenta. È pronta a ripartire.

Certo, può ironizzare, questa consapevolezza non è stata a buon mercato.

Ma ora forse ha la possibilità di essere davvero contenta.

 

La storia che abbiamo immaginato, ha un esito piuttosto felice. Un lieto fine del genere non sempre è possibile e, soprattutto, non sempre è possibile arrivarci esclusivamente con le proprie forze.

L’aspetto fondamentale, però (e questo è sempre vero), è che le difficoltà possono essere occasioni preziose.

La sofferenza può assumere nuovo significato, quando viene usata per apprendere delle cose su di sé e trasformata in qualcosa di nuovo che va a proprio favore.

Delusione, tristezza, colpa accompagnano alcuni dei momenti cruciali della nostra vita.

 

  • Persone care che vengono a mancare.
  • Fallimento di progetti importanti.
  • Inizio di nuovi percorsi di vita.

 

Spesso capita di pensare:

Sono una cattiva persona. Per gli altri non ci sono.”

Sono un fallimento. Ne ho fatta un’altra delle mie.”

Non sono bravo a sufficienza.”

Ma normalmente, come sono arrivati, questi pensieri se ne vanno: in altri casi, no.

 

Pensare negativo: quando (non) è un problema.

I pensieri negativi possono essere utili.

Ci possono proteggere da imprese davanti alle quali non siamo preparati (es: il rischio di fallimento è verosimile?).

Inoltre, ci danno utili informazioni su quello che accade attorno a noi e che non siamo in grado di valutare.

  • Provare un disagio è di grande aiuto quando si rischia di fallire, mentre le sensazioni positive ci orientano a continuare a concentrarci su un determinato compito (es: una scelta di carriera importante).
  • Pensieri negativi ci costringono, ahinoi, a valutare in modo più obiettivo i nostri risultati (es: la mia relazione è fantastica… però non sono felice… è davvero così fantastica, per me?).
  • I pensieri negativi e l’ansia e la sofferenza che frequentemente li accompagnano sono spiacevoli, quindi spingono a migliorare la propria condizione.
  • I pensieri che caratterizzano le esperienza negative della propria vita obbligano ad affrontare le cose spiacevoli che normalmente non si vorrebbero affrontare (proprio perché queste esercitano una sorta di pressione costante).
  • Il disagio che si prova quando abbiamo un conflitto con un’altra persona ci permette di comunicare la nostra posizione e far evolvere i rapporti (es: “È possibile che non ti interessi nulla di quello che è importante per me?“).

Tutte queste caratteristiche sono effettivamente utili quando i pensieri negativi sono soggettivamente tollerabili.

Quando non lo sono, producono delle crisi.

C’è una varietà infinita di modi di affrontare queste crisi. Tutti ne fanno esperienza.

Non pensarci, dimenticarsene, accettare delle conseguenze negative…

Rappresentano una minoranza di situazioni di vita che non siamo in grado di affrontare e in cui dobbiamo ripiegare su strategie difensive.

Il tutto avviene in modo prevalentemente inconsapevole e anzi, meno ne sappiamo, meno dolore sopportiamo.

Per alcune persone, però, queste sensazioni negative inaffrontabili rappresentano la maggior parte dell’esperienza quotidiana.

 

Perché non riesco a pensare positivo? Depressione.

Nel caso della depressione, non c’è dubbio che i pensieri negativi rappresentino una presenza costante e dolorosa. Eppure, al tempo stesso, per chi è depresso i pensieri negativi sono un peso insopportabile, da evitare con tutte le proprie forze.

L’impossibilità di tollerare pensieri negativi è estremizzato: chi è depresso soffre moltissimo pur di evitare il più possibile il confronto con gli aspetti negativi della propria vita.

Quello della depressione è il prototipo della situazione in cui il pensiero positivo rischia di essere dannoso: gli incoraggiamente, che vengano dalle persone vicine o da dentro di sé, sono deleteri.

Tutto si tinge rapidamente di nero e in più c’è la sensazione di non farcela a fare nulla di buono, nemmeno ad avere dei buoni pensieri.

La depressione non è qualcosa di distruttivo, a piccole dosi. Basta pensare all’esperienza -comune- del lutto, per accorgersi di quanto la tristezza sia necessaria, nella propria vita, per creare in se stessi lo spazio utile ad accogliere nuove esperienze, nuove persone, nuove idee.

In chi soffre di depressione, però, questo meccanismo si inceppa. La tristezza, le esperienze di perdita e cambiamento vengono vissute con terrore, e la vita si trasforma in una faticosa battaglia contro se stessi.

Chi è depresso fa fatica

Però, non è così che inizia.

Spesso c’è una sorta di sensazione che qualcosa stia andando particolarmente male.

E, come davanti a tutte le esperienze simili, la cosa non piace per niente.

Si prova a cavarsela lo stesso. Ci si sforza.

Si cercano, a volte, degli incoraggiamenti; si cerca di far passare i brutti pensieri.

A volte c’è da chiedersi come mai ci si sforzi tanto intensamente di pensare positivo, e tentare di mettere in campo verso se stessi un po’ di quell’atteggiamento di generosa autoindulgenza che abbiamo visto essere un’utile risorsa.

Forse non è verosimile, adesso, pensare positivo.

Forse c’è qualcosa che non va.

Prima abbiamo visto la storia di Elisa, e finiva bene. Però…

 

Elisa ha appena terminato una storia trentennale. Ha paura di non trovare nessuno, anche per colpa del suo carattere introverso, e ha paura di rimanere bloccata. 

Si immagina, cioè di non saper trovare le occasioni di frequentare altri uomini.

Poi si lascia trascinare da qualche amica fidata, fa delle uscite, si butta.

Il fatto è che non prova nessun piacere, in questi suoi slanci. Le persone che incontra è come se non le vedesse.

Passano sei mesi, passa un anno. Non si era resa conto di cosa volesse dire per lei la perdita del rapporto con l’ex.

Si sforza di farsi coraggio. D’altra parte si è buttata: è brava, no?

Ce la posso fare.” Eppure ultimamente esce di rado. Ha perso peso, si fa sentire poco.

Quasi bruscamente, passa dallo sforzarsi di pensare positivo alla sensazione di essere una fallita, una che ha sbagliato tutto.

Si sente disperata.

È proprio quando si accorge di stare così male che cerca l’aiuto di uno psicologo. Con lui riesce ad affrontare questo grosso cambiamento della propria vita, e anche a “fare di necessità virtù”, come dice scherzando fra sé e sé: avrà anche “perso” trent’anni, ma un po’ le è servito. Adesso sa cosa vuole.

Come psicologi, accogliamo le persone in un momento in cui sono sorprese da come la loro vita abbia preso una svolta inaspettata e dolorosa.

Si sono impegnate con tutte le loro forze per star bene, eppure continuano a sentirsi così.

È come se tutto questo non avesse senso.

Eppure il lavoro è proprio quello.

Innanzitutto, quello di stare meno male.

Poi, quando si ha iniziato a riprendersi, iniziare a fare i conti con la propria storia di vita: “Cosa mi ha portato a stare così?“.

Nel caso della depressione, sappiamo che le esperienze negative possono chiedere un prezzo altissimo.

Però, sappiamo anche che possono essere usate per risollevarsi, e stare finalmente e veramente bene.

 

Pensi di essere depresso?

Depressione