Mobbing lavorativo come riconoscerlo

Contenuti

Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Mobbing lavorativo come riconoscerlo

Tempo stimato di lettura 7 minuti.

Mobbing è oramai un termine divenuto d’uso comune ma siamo sicuri di sapere davvero cosa significa? In questo articolo cercherò di fare un po’ di chiarezza sul tema dato che è un fenomeno che potenzialmente può riguardare ciascuno di noi.

To mob è un verbo inglese che significa assalire, accerchiare.

Inizialmente il mobbing  fu usato in etologia (la scienza che studia il comportamento degli animali) per descrivere un particolare fenomeno: serviva ad indicare il comportamento aggressivo di alcune specie di uccelli nei confronti di altri loro simili per allontanarli dal gruppo. Successivamente venne applicato al comportamento di un gruppo di bambini nei confronti di un altro bambino, anche in questo caso al fine di estrometterlo, un prototipo di quel che oggi chiamiamo con il termine bullismo.

Ma arriviamo al nostro focus, l’ambito lavorativo, dove con la parola mobbing andiamo a indicare tutti quei comportamenti distruttivi presenti nell’ambiente di lavoro capaci di incutere timore, terrore psicologico in un soggetto che possiamo facilmente definire come vittima.

Se volessimo a questo punto definire il fenomeno potremmo usare quest’espressione: il mobbing consiste in una comunicazione conflittuale che avviene sul posto di lavoro e si verifica sia tra colleghi che tra superiori e dipendenti (in questo caso è più corretto parlare di BOSSING) e nella quale la persona attaccata viene posta in una condizione di debolezza, aggredita in modo diretto o indiretto da una o più persone in modo sistematico, frequente e per un lungo periodo di tempo, allo scopo di estrometterla da quel ambiente di lavoro.

Il conflitto viene portato all’esasperazione e non ha in sé un interesse visibile tantomeno razionale (almeno in apparenza) se non quello di far allontanare la vittima, far in modo che, esausta, se ne vada da sé.

La vittima si sente così discriminata a furia di continue vessazioni volte a umiliarla, denigrarla, coprirla di ridicolo anche (e soprattutto) davanti ai colleghi.

Tutto questo avviene a volte in modo molto subdolo, quasi intangibile, tutto è nel potere della  comunicazione che si instaura e si svolge in quell’ambiente. (È comunque una forma d’abuso ed esperienza traumatica!)

Spesso ci si ritrova direttamente all’esasperazione senza nemmeno essersi accorti che qualcosa stava accadendo intorno a sé.  Ci si trova in uno stato di esaurimento senza nemmeno saper come mai.

Mobbing lavorativo come riconoscerlo: cosa succede

[Nel video parlo degli effetti psicologici del mobbing sulle persone e sul loro ambiente domestico.]
Gli attacchi sono (fortunatamente) solo raramente di natura fisica, passano sotto altre forme (non meno gravi o invalidanti) come:

  • rimproveri da parte di superiori o colleghi davanti ad altri che si rendono spettatori del fatto e testimoni ( ma non dell’abuso bensì della colpevolezza della vittima!),
  • demansionamento, la frase più tipica è “lascia, non devi fare tu questo”
  • ostracizzazione, qualsiasi cosa debba fare la persona vittima ha sempre qualche ostacolo di mezzo che compromette o sabota il suo lavoro
  • colpevolizzazione, alla vittima vengono date colpe anche per cose che non la riguardano, diventa un capro espiatorio, la causa di tutti i mali (ad esempio se l’azienda va male è colpa di quel dipendente!)
  • le persone con le quali c’era un rapporto più stretto, amicale, iniziano ad allontanarsi sotto le spinte del gruppo di lavoro
  • isolamento, la persona non ha altri a cui affidarsi o con cui mantenere un rapporto
  • limitazione degli strumenti di lavoro, come ad esempio accesso vietato alle mail o a parti del gestionale aziendale, blocchi selettivi nel pc, interdizione ad alcuni spazi o a mezzi che prima venivano usati in modo disinvolto da quella stessa persona;
  • cambiamento in peggio degli arredi del proprio posto di lavoro o cambio di ufficio/ambiente di lavoro, spostamento in ambienti poco luminosi, postazioni in posizioni defilate rispetto alle attività che rendono evidente lo svantaggio in cui si trova la persona colpita,
  • trovare, al rientro dopo una malattia o un periodo di ferie, la propria scrivania sgombra o addirittura spostata,
  • chiacchiericcio alle spalle della vittima che può sfociare in vere e proprie maldicenze, dicerie erronee sul suo conto che riguardano non solo l’ambito lavorativo ma anche la vita privata.

Elementi che nel loro insieme creano una lesione dignità professionale e soprattutto personale, un senso di mortificazione.

Uno stato di malessere indotto dalla situazione che il soggetto vive spesso sfocia in periodi di malattia, prolungate assenze dal lavoro durante le quali può ricevere ripetute visite fiscali, assolutamente legittime e previste dal legislatore, ma che da un punto di vista soggettivo, di vissuto personale, aumentano il senso di pressione su di sé, d’aver un faro puntato contro e di non esser creduti nella propria sofferenza tanto da dover subire una verifica ufficiale in casa propria del proprio star male. Si finisce per non sentirsi tranquilli nemmeno tra le mura domestiche.

In seguito alle malattie il rientro a lavoro è sempre difficoltoso, si può arrivare davanti al cancello della ditta, davanti al portone e non riuscire ad entrare avvertendo un blocco dentro, un rifiuto che può prendere la via d’espressione nel fisico con ansia, palpitazioni, nausea. La vittima di mobbing sente di far una violenza a sé stessa nello sforzarsi ad andare a lavorare in quel posto.

Chi subisce mobbing vorrebbe scappar via, lasciare quel posto, licenziarsi ma dall’altro canto non lo vuole fare per la paura di non riuscire a trovare un altro posto, il timore che si ripresenterà la stessa situazione ma soprattutto il desiderio di non dar la vittoria a chi le sta facendo così tanto male. Si sente come stretto in una morsa. La frase più frequente in questi casi è “non gliela voglio dar vinta”, “ho dei diritti a cui non sono disposto a rinunciare, se mi vogliono fuori mi devono cacciare loro” da cui parte un’inesorabile braccio di ferro che continua e continua e continua, in una lotta al massacro che giunge prima o poi al collasso di almeno una delle parti.

Chi è vittima di mobbing subisce un drastico peggioramento della qualità della propria vita, sia nell’ambiente di lavoro che nella vita extralavorativa perche porta al di fuori con sé gli stessi sentimenti che prova nell’ambiente di lavoro.

Mobbing lavorativo come riconoscerlo. Le conseguenze

Spesso chi si trova in una situazione del genere deve fare i conti con una serie di sintomi, tra i più comuni ricordiamo:

  • forti somatizzazioni, gastriti, dermatiti, tachicardia,nausea, ….
  • ansia
  • insonnia,
  • inappetenza

e può sviluppare:

  • calo di autostima,
  • compromissione delle relazioni anche extra-lavorative
  • difficoltà alla guida o nel prendere mezzi pubblici
  • depressione,
  • disturbo post-traumatico da stress.

Come abbiamo visto non si tratta solo di qualcosa che riguarda il lavoro, riguarda la propria vita e la salute che viene minata, con un danno che possiamo definire sia biologico che esistenziale.

Le persone che stanno accanto a chi vive una tale situazione a volte vengono anch’esse coinvolte, seppur in via collaterale attraverso il familiare/amico/parente, in tali situazioni e poco riescono a fare nel cercare di fornire un aiuto.

“Devo (testardamente) restare in quel posto o cedo e me ne vado”? È più che una domanda, è un tarlo che assilla la mente di chi è giunto allo stremo. Una domanda che nasce senza risposta perché la questione sotto sotto è un’altra e va scoperta.

La terapia nel mobbing può aiutare a riflettere e a dar un senso a tutto questo, uscendo da schemi e rituali che fanno sì che la situazione si autoalimenti e accresca sempre più. In queste situazioni l’incontro con lo psicologo può rappresentare una vera e propria valvola di sfogo, dove allentare quella pressione che c’è e fa male, un salvagente dai pensieri che si accavallano e che non danno tregua.

Prendersi cura di sé attraverso un percorso personale in cui i vissuti possano essere analizzati, elaborati per giungere ad una nuova conoscenza, consapevolezza, crescita è un primo passo per rialzare la testa, riprendersi la propria vita, operando scelte di salute.