Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Quando un ragazzo non esce mai
Quali sono i criteri per dire che un adolescente sta crescendo bene?
Salute fisica, umore, rendimento scolastico, valori… E la socializzazione.
Quando un ragazzo non esce mai, i genitori si allarmano almeno un po’.
Inevitabilmente, si chiedono se non ci sia qualcosa che non va.
I problemi di socializzazione in adolescenza possono effettivamente essere un segnale importante.
Insomma, la situazione è normale o no?
Vediamo di ragionare sui parametri che possono aiutarci a rispondere.
Capire cosa succede
“È successo qualcosa?”
Quando un ragazzo non esce mai, prima di tutto è utile domandarsi se sia possibile risalire ad un evento scatenante. Inizio con una rassegna di (parziali) banalità.
- Ha cambiato scuola/classe, di recente?
È passato dalle medie alle superiori? È stato bocciato e i suoi compagni sono cambiati? Ha cambiato indirizzo? Persi i vecchi compagni, ci può volere del tempo per entrare in un nuovo gruppo.
- La famiglia si è trasferita?
La famiglia ha cambiato città? Ci può volere del tempo perché si abitui, soprattutto se il clima sociale/culturale è diverso da quello in cui sapeva muoversi.
- Bullismo?
Se è stato vittima di episodi di bullismo o di esperienze avvilenti ma meno gravi, è facile che abbia bisogno di passare un po’ di tempo a leccarsi le ferite, soprattutto se non ha un solido punto di riferimento in qualche coetaneo di cui si può fidare.
- È stato lasciato da/ha lasciato la ragazza/o? Ha litigato con il migliore amico?
Esperienze di interruzione di relazioni importanti, amicali o romantiche, sono particolarmente forti in adolescenza: non solo un adolescente trova forza e gioia nell’altro, ma ne ha bisogno per capire chi è. Quando perde qualcuno di importante, è come se l’adolescente perdesse un grosso pezzo di sé. Ci può volere tempo perché possa sentire di voler investire su altre persone.
- Da quanto dura?
Per quanto i tempi della gestione degli avvenimenti emotivamente impegnativi siano soggettivi, ha senso chiedersi se le cose non stiano andando “male” da troppo tempo. In questo periodo ha mostrato di avere qualche risorsa sociale? È tutto uguale a sei mesi fa oppure ci sono dei cambiamenti?
A ben vedere, questi criteri non sono granché, per capire se un adolescente sta male o sta vivendo una difficoltà transitoria.
Cosa fare, allora?
Riesci a valutare?
Ciascuno di noi, nella propria vita, si trova ad affrontare delle situazioni che diventano delle “prove di tenuta emotiva”.
Matrimoni, lutti, trasferimenti, successi lavorativi, malattie, etc. sono il corrispettivo della vita adulta degli eventi della vita adolescenziale che ho appena elencato. Tieni conto, poi, che durante la crescita si è più sensibili agli urti.
(Come vedi, in questo caso ho elencato anche eventi positivi: anche quelli, in realtà, possono avere un effetto destabilizzante.)
[Nel video descrivo in che modo un evento positivo può avere effetti destabilizzanti.] [Video con sottotitoli]
Ora, è chiaro che questi eventi comportano delle difficoltà di tenuta emotiva.
Una delle conseguenze, nell’adolescenza o tarda adolescenza come nell’età adulta, può essere quella di limitare le relazioni sociali.
Qui arriviamo al punto cruciale, però: quando un ragazzo non esce mai, riusciamo a capire quale sia la vera causa?
La sua difficoltà dipende da un evento esterno o da qualcosa che sta succedendo dentro di lui?
Eventi emotivamente intensi come quelli che ho passato rapidamente in rassegna possono
sia
- causare un temporaneo ritiro dalla socialità
sia
- far emergere una difficoltà preesistente.
Ad esempio, nel passaggio critico fra scuola media e superiore, un adolescente può metterci un bel po’ a trovare qualcuno con cui allacciare i rapporti. Alla fine, però, qualcosa succede; lega, esce e, così facendo, cresce.
Lo stesso passaggio, però, può essere l’evento che porta alla luce una carenza di autostima che non gli permette di avvicinarsi ai coetanei: pensa di non valere nulla e che gli altri questo lo “fiuterebbero”.
In questo secondo caso dei legami possono non arrivare mai a formarsi, oppure possono nascere delle amicizie molto diluite, la partecipazione saltuaria ad un gruppo, uscite rade (il che è perfino peggio, perché queste interazioni insufficienti per un adolescente, che ha bisogno di fare esperienza del mondo anche attraverso gli altri, possono sviare chi gli vive vicino e non dargli la possibilità di preoccuparsi).
Un figlio di 14 anni che non esce mai, quindi, può essere l’espressione di due scenari:
- un evento emotivamente carico come l’ingresso in un nuovo ciclo scolastico che porta a delle difficoltà transitorie. Un genitore si preoccupa e poi accoglie con sollievo i cambiamenti che coincidono con il superamento delle difficoltà.
- questo stesso evento può far uscire allo scoperto delle difficoltà più importanti, situazione in cui spesso un genitore inizia a fare delle ipotesi su quello che potrebbe essere andato storto (e fra un momento vedremo proprio quale possa essere il vero problema, quando un adolescente non esce mai).
In questo caso, quando il genitore individua l’evento scatenante, spesso lo sento aggiungere: “Ma non può essere stato solo quello.”.
Dicendo così, coglie esattamente il punto.
Cosa c’è sotto?
La scuola
Dico due parole rapide (ripetendomi, perché su queste pagine parlo in lungo difficoltà scolastiche in adolescenza, ma è un tema fondamentale).
La scuola è uno dei luoghi più importanti in cui l’adolescente esercita la propria crescita emotiva. Sia che la odi sia che la ami; sia che la voglia demolire, sia che sembri indifferente all’argomento.
Eventi come il non voler più andare a scuola o lasciare la scuola, ma anche cali di rendimento e bocciature sono sempre eventi importanti e sono occasioni che permettono di cogliere un segnale che c’è qualcosa che non va.
È molto frequente che gli adolescenti non sappiano comunicare apertamente un disagio, ma che sia necessario coglierlo attraverso dei segnali laterali.
Spessissimo questi segnali vengono proprio da come l’adolescente sta a scuola.
Sotto alla poca voglia di uscire
Come si comporta a scuola? Come si comporta a casa?
Sembra irraggiungibile da ogni tentativo di comunicare con lui?
È perfino violento con i suoi genitori?
A volte un ragazzo manda segnali da più direzioni per dire: “sto male”.
Quando un ragazzo non esce mai e non frequenta i coetanei, siamo davanti ad un segnale di sofferenza da prendere seriamente.
Negli adolescenti, la voglia di frequentare gli altri è strettamente legata alla dimensione dell’autostima.
“Posso frequentare gli altri se posso reggere il confronto.”
Questo adolescente che non esce mai che opinione ha di sé?
È questa la domanda che dobbiamo tenere a mente quando iniziamo a sospettare che se non esce è perché non si sente all’altezza dei coetanei. Si sente indietro, meno bello, meno capace.
La mancanza di autostima in adolescenza può esprimersi attraverso una varietà di situazioni diverse:
- l’adolescente può apparire “depresso”. Svogliato, apatico, un po’ rabbioso, apparentemente indifferente. Lui per primo prova a non pensare a tutta la faccenda.
- Ansia sociale: l’idea dell’interazione sociale causa episodi ansiosi o comportamenti di evitamento delle situazioni temute.
- In situazioni di profonda sofferenza, il ragazzo si può sentire sicuro solo ritirandosi dal mondo sociale ed affettivo. Queste situazioni (ritiro o hikikomori) tendono ad iniziare con un rifiuto della scuola che successivamente tende ad estendersi al rifiuto delle relazioni con i coetanei e i familiari. Chi vive questa situazione diventa però soprattutto lontano “da se stesso”: ha cioè bisogno di trovare dei modi di attutire l’impatto di una dolorosa emotività sovraccarica.
Teniamo però presente che in tutte le situazioni di isolamento legato alla bassa autostima, anche le più semplici, è presente ciascuno di questi elementi.
L’ansia può non esprimersi apertamente con palpitazioni, sudorazione e tremori, ma prevalentemente l’evitamento rigoroso delle situazioni sociali spaventose (non uscire di casa). Il basso tono dell’umore può essere così doloroso da dover essere soffocato dall’atteggiamento opposto, falsamente allegro (mentre l’abbattimento emerge più facilmente in contesti relazionali intimi come la psicoterapia, in cui il ragazzo si sente abbastanza sicuro da fermarsi ad osservare la situazione in cui vive. In ogni caso, infine, ritirarsi dalle relazioni sociali è qualcosa che si accompagna sempre alla necessità di avvicinarsi con una certa cautela alle proprie emozioni intime.
[Uno dei motivi più frequenti per cui un figlio non esce di casa è la 𝐯𝐞𝐫𝐠𝐨𝐠𝐧𝐚, un senso pervasivo di inettitudine che non gli consente di sentirsi al pari degli altri.]
Ora non resta che domandarsi:
- “Se mio figlio non esce mai
- e questo non sembra dipendere solo da fattori esterni
- e la situazione dura da un po’,
- è perché sta male?”
Come aiutare un ragazzo quando non esce mai
Quando una mamma (sono soprattutto le mamme) mi contatta per espormi la sua preoccupazione rispetto ad un figlio adolescente che appare inibito nella propria socialità, prima di tutto mi chiedo (e le chiedo) quale sia il principale elemento di preoccupazione, per lei.
Solitamente, se il problema è effettivamente un problema di socialità, le domande che seguono servono ad arricchire il quadro: è probabile sia colpa di una situazione transitoria oppure è più probabile che stia succedendo qualcosa dentro a tuo figlio che lo fa star male e che lui non esce ad affrontare?
È in questa fase, di solito, i genitori provano ad allestire delle strategie per rimettere il figlio in comunicazione con gli altri: organizzare uscire o iscriverlo ad attività, trovare insomma dei modi per metterlo in contatto con i suoi coetanei.
Sfortunatamente questi tentativi sono destinati a fallire.
Hanno semmai il pregio, doloroso ma utile, di far prendere piena consapevolezza ai genitori che le difficoltà del ragazzo non dipendono da condizioni esterne, ma da qualcosa che accade dentro di lui.
Bisognerà iniziare a capire cosa succede a questo ragazzo e se abbia bisogno della spinta supplementare della psicoterapia per riprendere un processo di crescita che gli consenta –anche- di avvicinarsi serenamente agli altri.