Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Attacchi di panico in adolescenza
Gli attacchi di panico in adolescenza sono una problematica che si trova in molte situazioni di difficoltà emotive adolescenziali.
Gli attacchi di panico sono fra i sintomi psicologici più diffusi, anche negli adolescenti.
Uso qualche riga per fare un po’ di ordine su questi temi.
C’è anche da dire che fra crisi di ansia e attacchi di panico c’è una differenza, anche se spesso i termini vengono utilizzati intercambiabilmente.
L’ansia è uno stato mentale di paura dai confini sfumati, diffusa, e riguarda in larga parte l’anticipazione di un pericolo temuto.
L’attacco di panico è un evento prevalentemente fisico.
I sintomi sono
- Nervosismo e agitazione.
- Irritabilità.
- Senso di pericolo, panico o paura del futuro.
- Crisi in cui aumenta il ritmo cardiaco e ritmo della respirazione.
- Tensione muscolare.
- Sudorazione e tremore.
- Difficoltà a concentrarsi o possibilità di concentrarsi solo su qualcosa di preoccupante.
- Improvvise sensazioni di stanchezza o debolezza.
- Desiderio di evitare situazioni e cose che fanno comparire l’ansia.
- Difficoltà a controllare il senso di preoccupazione. Perdita della padronanza di sé.
- Sviluppo di strategie spontanee, spesso inconsapevoli, messe in atto nel tentativo di controllare l’ansia.
Attacchi di panico nei ragazzi. Da cosa dipendono?
Un altro elemento importante da tenere in considerazione, parlando di attacchi di panico in adolescenza, è l’evento scatenante.
Cosa fa iniziare l’attacco? Una situazione, un luogo, un pensiero?
Questo è il primo elemento che ci deve far fare una riflessione critica sulla situazione: sappiamo dire quanto l’attuale situazione di difficoltà dipende da qualcosa di esterno e quanto dipende da quello che avviene “dentro” all’adolescente?
I casi sono sostanzialmente tre:
- Situazioni traumatiche come lutti, episodi di bullismo, ma anche episodi meno violenti come separazioni coniugali e bocciature, possono richiedere delle risorse straordinarie alla mente del ragazzo, per consentirgli di gestire la situazione.
Quando in queste situazioni compare l’ansia, è come una spia che si accende: significa che la mente, sottoposta ad una pressione eccessiva, ha ceduto e, per così dire, segnala all’organismo di ridurre la pressione.
- In alcuni casi, un episodio traumatico lascia dietro di sé delle tracce difficili da eliminare nell’immediato: dopo la brutta esperienza, la mente di quell’adolescente starà sempre sul “chi va là”, reagendo in modo esagerato alle minacce.
In questi casi è come se fosse stato introdotto un elemento estraneo nell’ecosistema-mente, che ne ha cambiato gli equilibri.
- Molto spesso però l’episodio scatenante è molto piccolo, banale apparentemente innocuo, tanto da far legittimamente pensare che non sia successo proprio niente. L’episodio scatenante è difficile da ricostruire anche in sede di psicoterapia ma, fondamentalmente, la sua veridicità storica ha un’importanza secondaria: l’aspetto più importante è che è successo qualcosa, nella vita dell’adolescente ansioso, che gli ha confermato un modo di pensare a sé che è spaventoso.
Si tratta delle situazioni in cui si può dire che l’origine dell’ansia è “psicologica” e sono questi i casi davanti a cui ci troviamo, nella maggior parte degli adolescenti ansiosi. L’obiettivo, qui, non è principalmente di abbassare il livello di guardia della mente, ma di aiutare l’adolescente a pensare a se stesso in un modo più tollerabile per lui.
Gli attacchi di panico in adolescenza non sono legati tanto a quello che succede nella vita dell’adolescente, nella maggior parte dei casi, ma a quanto è in grado di pensare a se stesso in termini sufficientemente positivi.
[Una nota: ci sono alcune differenze fra come gli adolescenti maschi e femmine affrontano l’ansia: ho scritto un articolo più specifico sugli attacchi di panico nelle ragazze.]
Preoccupazione genitore
Rispetto a quelli che si verificano negli adulti negli adulti, gli attacchi di panico in adolescenza sono spesso più drammatici nella loro manifestazione.
Gli attacchi di panico adolescenziali spaventano due persone: l’adolescente che lo vive e il genitore che assiste all’episodio.
Questa non è una parte secondaria della dinamica degli attacchi di panico in adolescenza.
Allarmare i genitori è una conseguenza desiderabile, dal punto di vista dell’adolescente (nota importante: nella maggior parte dei casi, però, non è consapevole. Non è un piano segreto dell’adolescente, ma una conseguenza naturale di quello che sente e fa).
Perché desiderabile?
Perché, in questo modo, qualcuno si prende cura di lui.
Prima dicevo che l’ansia è un segno di cedimento di una mente che non riesce a sopportare la pressione. Facendo preoccupare i genitori, il ragazzo ottiene indirettamente aiuto.
È qualcosa che, da bambino, faceva sempre.
L’adolescente ha una mente che è ancora immatura, in parte. Appoggiarsi alla mente degli adulti più importanti per lui lo aiuta a compensare l’imperfezione della propria capacità di difesa dall’ansia.
E non è solo un pensiero rassicurante: quello che succede, nella pratica è che i genitori allarmati si prendono concretamente cura di lui. Si parlano, gli parlano, tentano di trovare soluzioni, capiscono cosa fare per aiutarlo.
Si crea una dinamica in cui l’adolescente torna un po’ bambino e i genitori tornano un po’ più presenti, appunto come i genitori di un bambino.
Questo aiuta a sbloccare la situazione –ed è fondamentale!– ma ha anche l’effetto di bloccare temporaneamente la crescita dell’adolescente che, se sta male, si sente meno spinto a cercare autonomia.
[Nel video parlo di un effetto frequente e pericoloso dell’ansia in adolescenza: la perdita di autonomia e il comportamento più infantile][Video con sottotitoli]
Evitamento e preoccupazione
Gli attacchi di panico in adolescenza tendono a spaventare il ragazzo.
Chi soffre di crisi di panico adolescenziali inizia a modificare il proprio comportamento sulla base di una paura:
“Starò male di nuovo”
Teniamo a mente una cosa: gli attacchi di panico sono fatti proprio per creare un profondo disagio. La nostra mente li categorizza spontaneamente come PERICOLO DA EVITARE.
La prima conseguenza è che chi li prova fa di tutto per evitare di trovarsi nella stessa situazione.
Spesso senza accorgersene.
Come raccontavo all’inizio, l’ansia prevede
- che i confini del sentimento di disagio che si prova non siano chiari
- e che porti a categorizzare automaticamente certe situazioni e certi oggetti come pericolosi, e quindi ad evitarli.
Solitamente, più intensa è l’ansia e meno chiaro è la sua origine. Nel caso degli attacchi di panico veri e propri, l’adolescente sperimenta così violentemente una sensazione di essere indifeso da combattere con le unghie e con i denti per non sentirsi più così male.
Queste precauzioni non funzionano, ça va sans dire. Quando l’ansia e gli attacchi di panico hanno un’origine prevalentemente psicologica (cioè dipendono da pensieri su di sé), scappare è impossibile.
L’adolescente si trova a scappare da tutto quello che gli ricorda qualcosa di negativo di lui… che potenzialmente è qualsiasi cosa.
Il problema non di mettersi al riparo da una situazione concreta, ma riuscire a sviluppare la capacità di sopportarla.
La situazione concreta da cui fugge l’adolescente non è l’aspetto centrale dell’ansia, ma ha sicuramente una sua importanza.
Parlarne con i genitori di adolescenti che entrano in psicoterapia perché soffrono di attacchi di ansia o di panico è molto d’aiuto: si tratta di aiutarli a comprendere una cosa che, grazie al Cielo, non dovranno mai sperimentare con la stessa intensità.
Di cosa è preoccupato?
Capire insieme cosa preoccupi tanto un adolescente da farlo stare così male e da spingerlo a fuggire il più lontano possibile dalla possibilità di farlo sentire nuovamente così è importante.
Se si capisce la motivazione che sta dietro al comportamento apparentemente irrazionale di questi ragazzi, è molto più semplice riuscire a sostenerli (e abbiamo visto che ne hanno un discreto bisogno).
Passo in rassegna alcune situazioni in cui è utile precisare il ruolo dell’ansia.
Ansia e scuola
Attacchi di panico a scuola in adolescenza legati a verifiche e al confronto con i coetanei o una vera e propria fobia scolastica.
Ci può essere un periodo di peggioramento del rendimento, quasi impossibile da collegare ad un profondo malessere emotivo, al primo sguardo, così come un rendimento eccellente, prima che il ragazzo dica “non ce la faccio più ad andare a scuola” o a passare direttamente ai fatti, smettendo piano piano di andarci.
I voti sul registro c’entrano poco. L’elemento psicologico dolente che si trova più di frequente, negli adolescenti che faticano ad andare a scuola, è quello della valutazione di se stessi.
Si sentono così radicalmente inadeguati da non riuscire ad affrontare l’ambiente scolastico, che dal loro punto di vista è un concentrato di situazioni di misurazione di se stessi.
Lo sono le verifiche, in cui bisogna rendere conto di quello che si è in grado di fare.
Lo è, soprattutto, il confronto con i coetanei, che vengono visti regolarmente come più capaci, più grandi, più brillanti.
La scuola è una fonte di umiliazione intollerabile.
Il fatto che le difficoltà scolastiche siano così frequentemente legate ad un’immagine negativa di sé le rende il primo segnale di una situazione in cui lo sguardo degli altri è così minaccioso da spingere il ragazzo a ritirarsi progressivamente dal mondo sociale, da quello degli affetti familiari e da contatto emotivo (doloroso) con sé: hikikomori.
Tecnologia
La preoccupazione dei genitori per l’uso intensivo/abuso di strumenti tecnologici da parte degli adolescenti è frequentissimo.
È un tema immenso, di portata sociale oltre che psicologica: adolescenti ed adulti fanno un uso molto diverso della tecnologia e nei ragazzi tende ad essere sentita come una naturale estensione di sé (cioè spesso non si sentono “davanti ai videogiochi”, ma di stare “passando del tempo in compagnia di amici”. Poco importa che gli amici stiano in altre città e che non siano stati mai visti di persona).
Detto questo, è innegabile che ci siano usi della tecnologia che sono strettamente legati a problematiche emotive.
Cosa c’entra con l’ansia?
Stare attaccati alla console/computer/telefono ha spessissimo una funzione ansiolitica.
Aiuta a sgombrare la mente ed è un’azione attiva.
Su internet l’adolescente cerca se stesso e un nuovo modo di pensare a sé (meno soggetto a sviluppare ansia).
La parola d’ordine, difficilissima da sopportare, è pazienza: nonostante sia legittimo essere spaventati da tutto quel tempo passato online (ed è sicuramente meglio sia passato online e in interazione, piuttosto che in un utilizzo non-relazionale) è utile pensare a queste attività come a dei tentativi di cura di sé compiuti dall’adolescente.
Non senza limiti, chiaramente, e ci sarà modo e tempo di darne.
L’adolescente ansioso può avere bisogno di diluirsi online per allontanare i pensieri ansiogeni (e difatti quando è online sta meno male) e di creare una nuova immagine di sé.
Lo si può aiutare a costruire un’immagine che regga anche offline, ma non staccandogli la spina.
È doloroso, per tutti, e sfortunatamente non serve.
Rabbiosità
Cosa succede quando si portano via telefono/controller/spina elettrica all’adolescente connesso?
Spesso diventa una furia.
Questa è una situazione piuttosto comune, ma non è di certo l’unica: negli adolescenti, spesso l’ansia si presenta sotto forma di irritabilità e rabbia.
A volte il livello di rabbiosità del ragazzo diventa così alto da farlo passare all’azione, con minacce ed atti violenti verso i genitori (specialmente verso la madre).
È utile pensare a questa rabbiosità come ad un meccanismo che ha due funzioni:
- da un lato permette di “scaricare” l’ansia, trasformandola in rabbia che può essere eliminata rompendo/insultando/attaccando oggetti o persone.
- dall’altro comunica uno stato di allarme ai genitori. Un genitore, soprattutto quello che ne fa le spese in modo più diretto, è portato a pensare che ci sia qualcosa che non va nel ragazzo.
La rabbia, cioè, elimina l’ansia in due modi: direttamente e indirettamente, cioè trasformandola in qualcosa che diventa un problema per qualcun altro.
Per quanto dolorosa e male organizzata, la rabbiosità è una inconsapevole richiesta di aiuto che tende a scomparire più ascoltandola che soffocandola e più imponendo regole base di rispetto fra esseri umani che punendola.
Ansia sociale
Una delle fonti più comuni di attacchi di panico in adolescenza è la relazione con gli altri, coetanei in primis.
Questa forma di ansia si presenta spesso nel contesto di socializzazione principale dell’adolescente, la scuola (in modo simile a quello che col luogo di lavoro per gli adulti che soffrono di ansia sociale), ma non solo: può presentarsi anche quando le cose a scuola vanno, almeno apparentemente, benissimo.
Possono essere presenti sia veri e proprie crisi (respirazione affannosa, tachicardia, etc.) che manifestazioni più sottili, che ruotano attorno all’evitamento.
Le seconde sono più pericolose, perché all’apparenza succede poco, o niente.
Ci si domanda come mai non abbia amici e come mai non esca mai di casa.
Fa l’indifferente,
“In casa sta bene, i compagni fanno cose che non gli interessano”.
ma la domanda da farsi è: non vuole o non ce la fa?
L’idea di affrontare gli altri lo spaventa, facendolo dubitare di essere in grado di reggere il confronto?
E quindi, come passerà la sua adolescenza solitaria? E da adulto?
[Mi sono occupato del tema più in dettaglio in uno specifico articolo sull’ansia sociale in adolescenza.]
Rischi
Scrivere questa piccola rassegna di situazioni di manifestazione di attacchi di ansia in adolescenza mi aiuta anche a comunicare quali possono essere le conseguenze di situazioni di questo tipo.
Con gli esempi diventa tutto più chiaro.
Parlerei di due tipi di conseguenza; quelle visibili, cioè i danni più immediatamente riscontrabili dell’ansia, come:
- mettere a rischio la carriera scolastica
- mettere a rischio la socialità presente e la possibilità di costruire una solida rete sociale da adulto, perché non il ragazzo ha difficoltà ad acquisire contatti e le competenze sociali necessarie a intessere legami con gli altri
- creare effetti secondari negativi sul fisico, come l’indebolimento della funzione immunitaria
ma anche quelle psicologiche, meno facili da individuare e prevedere.
Rispetto a questa seconda categoria mi concentro su un solo elemento: attacchi di panico frequenti in adolescenza rischiano di ostacolare in modo significativo lo sviluppo emotivo del ragazzo.
Questo avviene perché l’adolescente, in una situazione di sofferenza significativa come quella legata all’ansia, ha bisogno di chiedere sostegno e aiuto, prevalentemente ai suoi genitori.
Ora, se c’è una cosa che caratterizza l’adolescente, questa è l’allergia per i genitori. L’adolescente ansioso, invece, torna un po’ bambino: si affida, si confida, chiede supporto, cerca affetto dai genitori.
Queste sarebbero delle belle cose, se non servissero a coprire la paura che ha di sostenersi sulle proprie gambe e a compensare la sensazione di non riuscire a farcela da solo.
Stando male, rischia di essere poco motivato a ricercare l’autonomia e l’indipendenza che stanno al centro degli esperimenti tipici di questa età.
L’ansia, in breve, rischia di ostacolare il suo sviluppo emotivo e di farlo in un modo invisibile.
Aiutare l’adolescente ansioso
Per quanto gli adolescenti che soffrono di attacchi di panico o di ansia possano cercare il sostegno dei genitori, non si affidano volentieri agli altri.
Le situazioni di aiuto, come la psicoterapia, mettono a nudo il suo bisogno di ricevere aiuto che ammette talvolta ai genitori (e se va bene agli amici), ma con più difficoltà ad un estraneo.
Il ragazzo ha due grandi alleati:
- l’ansia è dolorosa e non è per nulla contento di doverci convivere
- se sta male e si affida ai propri genitori accetta più di buon grado di farsi “portare” da qualcuno che lo aiuti.
La psicoterapia con gli adolescenti parte riconoscendo il suo diritto di essere trattato col rispetto dovuto ad una persona che può scegliere per sé; insomma, mettendosi a disposizione.
Solo così la proposta di aiutarlo ad evitare gli intoppi che non lo aiutano ad essere soddisfatto di sé riesce a suonare sincera, poco paternalistica, serenamente accettabile.
Questo è l’aspetto su cui è più sensibile e che gli interessa di più, dopotutto: essere libero di fare quello che sente di voler fare, in autonomia, di certo non solo un grigio “essere aggiustato”.
La psicoterapia è una grande risorsa per l’adolescente in difficoltà: non solo perché lo si aiuta a stare bene, ma perché lo si aiuta a sviluppare le competenze per arrangiarsi (benissimo) da solo, anche se ha avuto qualche incidente di percorso.