Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Gli adolescenti solitari spaventano (gli adulti), in un certo senso.
Bisogna anche dire che ci sono dei buoni motivi per che sia così.
Alcuni di questi buoni motivi sono legati al fatto che questi adolescenti vorrebbero accedere alla sfera sociale ma non riescono.
Ho però descritto altrove le difficoltà di socializzazione degli adolescenti e la condizione degli adolescenti senza amici, ad esempio, mentre qui vorrei concentrarmi su quello che fanno gli adolescenti in questa situazione di solitudine.
Penso si tratti di una cosa importante soprattutto perché spesso c’è l’impressione che siano molto impegnati a far nulla, a stare il più possibile fermi.
(Cose che, di nuovo, da un certo punto di vista sono anche vere se pensiamo ad esempio che un adolescente che ha paura dei contatti relazionali come qualcuno che sta bene attento a non rispondere ai messaggi, a non rispondere alle sollecitazioni ad uscire, a qualcuno che fa il possibile per crearsi una nicchia in cui essere poco contattabile e il meno esposto possibile delle interazioni sociali, insomma come a qualcuno che fa una serie di azioni in negativo allo scopo di non dover trovarsi ad affrontare qualcosa con cui non si senta in grado di misurarsi).
Allo stesso tempo però non è tutto congelato, in questo adolescente.
Solitudine e adolescenza: cosa gli accade
Dentro di lui, difatti, c’è ancora un dialogo aperto su perché non incontri gli altri, sulle cose che vorrebbe fare, su chi vorrebbe essere.
Quest’ultimo aspetto risulta particolarmente doloroso perché l’adolescente in condizione di solitudine spesso sente di non riuscire ad essere chi vorrebbe essere (riflessione, questa, che avviene solitamente in modo prevalentemente inconsapevole).
L’adolescente solo ha un gran bisogno di cercare col pensiero un modo per modificare la propria immagine di sé, anche per tornare ad essere pronto al confronto con il mondo sociale.
Questa riflessione su di sé avviene attraverso una schermatura che è perlomeno doppia:
- il primo tipo di schermatura riguarda il fatto di evitare le situazioni che lo espongano a una vicinanza bruciante con gli altri (la presenza degli altri, cioè potrebbe influenzare negativamente la sua opinione di sé in modo significativamente negativo)
- e il secondo riguarda il fatto di ricercare un rapporto con se stesso che sia mediato, cioè mette qualcosa fra il proprio sguardo e se stesso e quel qualcosa gli garantisce la possibilità, in un certo senso, di guardarsi meglio.
Questo aspetto della mediazione dell’adolescente solo che pensa a se stesso è particolarmente importante. Si tratta di qualcosa che può avvenire attraverso i videogiochi, attraverso dei sogni ad occhi aperti, attraverso la lettura, attraverso la visione di serie tv, attraverso lo sport, attraverso un forte interesse per qualcosa, attraverso la navigazione in internet, insomma tutto un insieme di situazioni che gli permettano di pensare a se stesso senza però pensarci direttamente.
Perché fa il giro lungo? Perché l’adolescente solo ha bisogno di pensare a sé in modo indiretto.
Perché passare attraverso una mediazione attutisce il colpo.
Da questo punto di vista, anche leggere una montagna di materiale trovato su internet o guardare profili Instagram di altre persone è tutto fuorché un modo ozioso di passare il tempo.
Tentare di pensare a se stesso attraverso la mediazione di qualche agente esterno è un modo di prendersi cura di sé attraverso un processo che non risulti troppo doloroso per l’adolescente che lo sceglie.
Solitudine e adolescenza: anche una questione di dolore
Cosa importante: l’adolescente che cerca di pensare ad una nuova versione di sé, percepita come più accettabile, si scontra inevitabilmente con la componente dolorosa di questo processo, con la consapevolezza del fatto che se il livello di questo dolore diventasse troppo alto non sarebbe capace di sopportarlo.
La solitudine è una componente fondamentale per mantenere basso il livello di questa sofferenza.
Quello che mi pare fondamentale sottolineare è che si può avere una pessima opinione della solitudine, come se rappresentasse solo una mancanza la mancanza della socialità, qualcosa di esclusivamente negativo mentre in molti casi risulta molto più utile accettarla, in una certa misura.
Gli adolescenti che si ritirano nella solitudine sentono spesso di voler o dover cambiare qualche aspetto di sé; creando una condizione di solitudine cercano di generare le condizioni perché il cambiamento che cercano possa avvenire concretamente.
Una delle funzioni principali della solitudine è proprio quella di bloccare il mondo esterno per riuscire a concentrarsi su di sé.
Detto questo, sappiamo benissimo che non basta portare un adolescente in un eremo perché stia improvvisamente bene e che ci sono moltissime situazioni in cui nonostante questo cambiamento non avviene, nonostante l’adolescente lo cerchi con tutte le proprie forze.
Quando la solitudine non basta / Quando la solitudine è vitale.
Quando un adolescente cerca di modificare in positivo la propria immagine di sé senza riuscirvi, l’ostacolo che nella maggior parte dei casi rende inaffrontabile il compito è la presenza di un’acuta sofferenza emotiva.
Va aggiunto, poi, che il fatto stesso di escludere il contatto con gli altri dal quadro è un elemento pericoloso. Questo perché il contatto con gli altri è in qualche misura necessario per una buona salute psicologica, ma soprattutto perché un buon confronto è una componente essenziale della modificazione dell’immagine di sé.
La crescita psicologica, insomma, è qualcosa che per sua natura non avviene in isolamento,
- come mostrano sia esperienze quotidiane come l’educazione dei figli (i figli cioè cercano continuamente nei genitori dei modelli di gestione delle difficoltà psicologiche; modelli da imitare e modificare riadattandoli a sé),
- e come mostrano esperienze particolari come quelle della psicoterapia, che è essenzialmente una situazione in cui un ragazzo che sta male cerca di crescere psicologicamente all’interno di una relazione con lo psicoterapeuta per poi portare quello che ha imparato su di sé nel mondo di tutti i giorni.
Una volta puntualizzato questo, mi sembra però importante insistere sul fatto che a volte si è così spaventati davanti all’idea della solitudine, soprattutto quando riguarda gli adolescenti, che non si riesce a vederla come qualcosa di necessario.
Come una parte che, di fatto, fa parte della vita di tutti, anche dei ragazzi in crescita.
Si prova un po’ a buttarla sotto al tappeto, mentre questo bisogno adolescenziale di fermare il mondo per rivolgersi a sé va trattato anche con una risorsa da sfruttare.
Questi adolescenti isolati che non riesco a entrare in contatto con gli altri non vanno tanto presi a manina e riportati nel mondo (non solo perlomeno, non subito perlomeno) anche perché sarebbe un altro modo di dirgli
“Quello che fai quello, che sei, non ha valore“
Anche se saper stare con gli altri è importante, i bruschi tentativi di risocializzazione obbligata sono, in definitiva, controproducenti perché rischiano di schiacciare ulteriormente i tentativi di crescita psicologica del ragazzo.
Quello che si può fare è sottolineare che il modo di vivere che si sono creati, a volte doloroso e spesso difficile ha però un senso, un’importanza per loro e si può integrare con il resto delle cose che compongono la vita di una persona.
Ecco, bisogna in un certo senso cercare un punto d’incontro fra l’universo privato e quello che spesso avvertono come il “banale e soffocante mondo esterno” e non (solo) per diplomazia, ma perché la possibilità di scoprire che cosa ci sia di interessante nel mondo dipende prima di tutto dalla possibilità di trovare qualcosa di buono interessante dentro di sé. Quello che molti adolescenti soli stanno cercando di fare, in molti casi, è proprio questo.