Bisogno di affetto e di attenzione

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Spesso verrebbe voglia di trattare il bisogno di affetto e di attenzione che si può provare come qualcosa di non fondamentale, come qualcosa a cui si può rinunciare, in fondo.

In realtà non si tratta di componenti così secondari della vita. Anzi, da un punto di vista psicologico, un bisogno di affetto e di attenzione è qualcosa di piuttosto centrale, che ha diverse declinazioni nelle diverse fasi della vita e rappresenta una capacità fondamentale, quella di considerarsi capaci di procurarsi in qualche modo gioia e serenità e di avere un’immagine positiva di sé stessi.

Bisogno di affetto e di attenzione: evoluzione

È una capacità che più si è piccoli, più è regolata da qualcun altro, cioè da una persona con cui si ha un rapporto affettivo intenso e che si prende cura di noi.

Di questa capacità col tempo ci si fa carico in prima persona, il che non vuol dire che ci si isoli dal mondo, ma che col tempo, se tutto va abbastanza bene, si sviluppa la capacità

  • di vedersi in modo globalmente positivo,
  • di vedersi legati ad un’altra persona da una relazione positiva
  • e di vedere la persona a cui si è legati come qualcuno di connotato da caratteristiche globalmente positive.

Ovviamente è impossibile vedere se stessi e gli altri e i rapporti che si hanno con gli altri in una luce positiva sempre in ogni momento della propria vita: sarebbe una uno sforzo illusorio e una visione del mondo impossibile da mantenere, in definitiva impossibile.

Un’immagine positiva di sé degli altri è sempre in relazione con un’immagine negativa di sé e degli altri.

La cosa importante è che, in un certo senso, la visione positiva sia prevalente.

È cioè importante che, se si dovesse fare un bilancio della qualità di queste immagini interne, alla fine si riuscisse a sentire che all’interno di sé questa immagine di sé e degli altri siano abbastanza positive da non essere di ostacolo nel fare le cose che ci si prefigge di fare o, più in generale, di soddisfare i propri desideri.

Questa dinamica interna di costruzione di immagini di sé e degli altri è qualcosa che può “andare storta” in molti modi e sbilanciarsi in modo netto in molte direzioni diverse.

Quando il bisogno di affetto e di attenzione viene frustrato

Come sempre, vedere cosa succede quando qualcosa non funziona aiuta a capire con più chiarezza quale sia il funzionamento di un fenomeno.

Guardare come possano andare storte le cose, nel caso di un bisogno di affetto ed attenzione, significa iniziare a pensare a quali possano essere le difficoltà che rendono difficile soddisfare questo bisogno nella propria vita.

Bisogno di affetto ed attenzione nella depressione

Ad esempio, semplificando molto, all’interno di una persona depressa quello che accade è che

  • in molte occasioni l’immagine di sé tende a essere prevalentemente negativa,
  • mentre viene sovraccaricata di aspettative positive l’immagine dell’altra persona,
  • come se fra sé e quest’altra persona andasse stabilito un rapporto basato sul sacrificio allo scopo di mantenere salda la relazione se io mi sento cattivo e sento di avere poco da dare.

Lo spontaneo affossarsi della persona depressa, il suo sentirsi in colpa per paura di avere un effetto negativo sulle persone intorno a sé ha la funzione di tentare di riparare a tutto quello di negativo che la persona depressa sente di portare in un rapporto con gli altri.

Una persona depressa spesso sente di doversi scusare di quella che percepisce come la propria distruttività, allo scopo di evitare che le persone importanti si stufino e decidano di recidere i rapporti con lei.

Quello che rischia di accadere, ovviamente, è che chi vive una situazione del genere rischia di sentirsi usurato e, a volte, il rapporto con gli altri sarà assolutamente insopportabile.

[Ho scritto un articolo specifico sulla pressione del rapporto con gli altri nella depressione]

Bisogno di affetto ed attenzione nelle persone solitarie

Quello che può avvenire in una persona molto solitaria invece, è di avere

  • un’immagine prevalentemente negativa per quanto riguarda quello che gli altri potrebbero trovare desiderabile,
  • la sensazione che questa coltre negativa copra qualcosa di prezioso e valido che è (sepolto) al centro della propria persona e che è irraggiungibile nella maggior parte dei casi, sia per la persona stessa che per gli altri.
  • Anche l’immagine che si ha dell’altro, in questo caso, tende ad essere caratterizzata dalla stessa ambivalenza, nel senso che gli altri sono qualcosa di cui si teme l’indifferenza, la potenziale cattiveria, ma di cui lo stesso tempo si desidera la vicinanza.

Quando si inizia a prevedere che i propri rapporti con gli altri saranno prevalentemente fallimentari, quello che rischia di succedere è che il bisogno di affetto e di attenzione diventi particolarmente intenso, ma che allo stesso tempo venga inibito per paura che rimanga insoddisfatto.

Piuttosto che sperare di trovare un punto d’incontro con un altro, punto d’incontro che desidererei moltissimo, e di non riuscire mai a incontrare veramente l’altro è meglio che io non pensi a questo mio bisogno e faccia come se non esistesse“.

Bisogno di affetto e di attenzione nelle diverse fasi della vita: dall’instabilità alla stabilità

Un altro modo di manifestarsi di questo bisogno di affetto e di attenzione da parte degli altri è quello, come dicevo prima, legato alle diverse fasi della propria vita.

Ad esempio, adolescenza è caratterizzata proprio l’instabilità dell’immagine di sé che ha un ragazzo.

Anche un po’ superficialmente, forse, si possono fare alcune osservazioni utili: si possono vedere dei ragazzi che un giorno si vestono completamente di nero, un po’ di tempo dopo assumono l’aspetto dell’impeccabile principino di buona famiglia, un po’ di tempo dopo ancora si atteggiano a fighetti e cose di questo tipo.

Va di pari passo l’immagine che questi adolescenti hanno degli altri, che risulta altrettanto variabile, e a queste diverse immagini degli altri possono corrispondere, ad esempio, dei gruppi di ragazzi simili che di volta in volta vengono avvertiti come più affini a sé.

Insomma un adolescente pende ora da una parte ora da un’altra fino a che non arriva un’immagine di sé e degli altri sufficientemente stabile, come quella che caratterizza solitamente un adulto.

Quando è un adulto ad avere un’immagine radicalmente instabile di sé e degli altri

Dico “solitamente” perché ci sono anche delle situazioni di forte sofferenza in cui un adulto è caratterizzato da immagine di sé e degli altri fortemente instabili. In queste situazioni il bisogno di affetto di attenzione si concretizza in una ricerca affannosa di un proprio modo di essere e di una relazione che siano finalmente quello giusto o quella giusta.

L’aspetto problematico di chi vive questa condizione è che l’immagine di un sé perfetto ed di una relazione perfetta non sono qualcosa di stabile all’interno di questa persona; di conseguenza, questa la ricerca di una versione di sé perfetta e di una relazione perfetta rischia di essere una senza fine.

[Questa è la condizione che caratterizza le persone che soffrono di un disturbo di personalità, ad esempio.]

Cos’è il proprio bisogno di affetto e di attenzione?

Se mi è sembrato utile fare l’esempio dell’adulto con un’immagine molto instabile di sé e degli altri e che, di conseguenza, fatica a farsi un’immagine dei propri bisogni è perché la cosa che ritengo più importante comunicare è che parlare di un generico bisogno di affetto e di attenzione non serve a niente.

La cosa veramente importante è capire come si struttura dentro di sé questo bisogno di affetto di attenzioni.

Quali sono le specifiche caratteristiche che assume il bisogno di affetto e di attenzione in me?

Se è vero che i bisogni di ciascuna persona sono unici, è anche vero che esistono dei modi di strutturare i propri bisogni che hanno più probabilità di concretizzarsi in modo felice e modi di strutturare i propri bisogni che portano più facilmente ad esiti indossifacenti.

Insomma, alcuni modi di strutturare le proprie esperienze emotive hanno più probabilità di mettere i bastoni fra le ruote ad una persona. (Quella dell’adulto che ha un’immagine instabile di sé e degli altri è proprio una di queste).

Ingegnarsi per essere felici

Tutte le persone sono costantemente impegnate a tentare di soddisfare i propri bisogni emotivi. Questo accade in modo prevalentemente inconsapevole e indiretto, però. Cioè sono rari i momenti in cui ci si dedica attivamente ai propri bisogni emotivi; quello che accade per la maggior parte del tempo è che si “fanno cose”, si perseguono obiettivi e progetti (dal lavoro, allo studio, alla visita ad un’amica), in cui i bisogni emotivi hanno una parte più o meno esplicita e un ruolo più o meno preponderante.

Ad esempio si può ricercare il successo lavorativo molto soprattutto per mettere a tacere delle insicurezze (situazione in cui i bisogni emotivi sono preponderanti e spesso poco evidenti per chi li sperimenta) ma anche andare a fare la spesa per la necessità di acquistare del cibo ma scegliere al contempo dei prodotti che rinforzino una specifica immagine di sé che si ritiene desiderabile (in questo caso i bisogni emotivi sono piuttosto importanti ma guidano le scelte della persona in proporzione minore rispetto al caso precedente).

Insomma, per iniziare tirare le conclusioni, è utile pensare soprattutto a come si manifestino nello specifico i bisogni emotivi di affetto e attenzione nella propria vita

Sempre pensando al fattore dell’età, ad esempio, un adolescente tipicamente cerca in qualche modo di far percepire alle persone attorno a lui come lui sta e quali siano le sue difficoltà.

Questo lo fa in modo diretto, comunicando espressamente una sofferenza o, più di frequente, producendo in modo prevalente inconsapevole delle risposte che verranno percepite come problematiche dalle persone che stanno attorno a lui: si arrabbia molto, fa dei guai, fa qualcosa di rischioso, va male a scuola, tortura in qualche modo il proprio corpo (ad esempio attraverso tagli o dimagrimenti estremi).

Accumulando negli anni simili tentativi di comunicazione con le persone importanti che gli stanno attorno, ciascun adolescente si fa un’idea del tipo di risposte che ha ricevuto e se può esserne soddisfatto, cioè se qualcuno si è preso carico delle difficoltà che comunicava o se ha dovuto mettere da parte quel dolore che provava (sempre che perché per lui sia stato possibile) e se questo dolore ha modificato in qualche modo il suo modo di percepirsi e di percepire la propria vita.

Un adulto si trova per sua natura più solo in questo processo, non perché sia concretamente privo di qualcuno con cui parlare, ad esempio, ma perché nella maggior parte dei casi l’aspettativa degli adulti è quella di doversi rivolgere prima di tutto se stessi, a delle risorse interne, quando si presenta un problema.

Quello che succede, allora, è che questi bisogni vengano conosciuti ed espressi prevalentemente attraverso l’introspezione, cioè attraverso una riflessione attiva su quello che accade dentro di sé:

Mi rendo conto che dentro di me sta succedendo qualcosa che mi fa star male”.

Un adulto, però, si pone il problema dei propri bisogni emotivi soprattutto quando prova un’esperienza soggettiva di sofferenza.

Si sta male.

La percezione soggettiva di sofferenza emotiva è qualcosa che costringe a prendersi carico di una di se stessi, costringe a capire quello che sta succedendo e a farci qualcosa.

E “farci qualcosa” significa sostanzialmente trovarsi con le spalle al muro e dover fare il possibile per trovare un modo meno doloroso per riuscire a soddisfare quel legittimo e fondamentale bisogno di affetto e di attenzione.