Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Solitamente, la paura di essere osservati o guardati viene collegata alla fobia sociale.
Cioè con un’ansia e un senso di sfiducia che emergono prevalentemente quando si deve avere a che fare con delle situazioni sociali, con degli amici, con delle situazioni di lavoro, con l’idea di parlare in pubblico, l’idea di ricontattare delle persone con cui si ha già avuto un contatto, con l’idea di parlarci al telefono e così via.
Paura di essere osservati: cosa c’è nello sguardo dell’altro?
Anch’io, nel mio lavoro di psicoterapeuta, nel momento in cui mi trovo davanti ad una persona che mi parla di una paura di essere osservata, inizio a pensare normalmente, se non ci sia un qualche aspetto di ansia sociale sotto.
La paura di essere osservati non esiste solo, però, nella vita di quelle persone che soffrono di ansia sociale.
Anzi, una punta di una paura simile alla paura di essere osservati fa parte della vita di tutti proprio perché il tema è molto più ampio.
Cioè il tema è quello del ruolo psicologico dello sguardo di un’altra persona all’interno della propria vita e del perché rischi di diventare, proprio questa, un’esperienza dolorosa.
Non ho nessuna intenzione di parlare di questo in termini intellettualistici ma in una chiave simile a quella di quanto si pensa quanto sia preziosa una cosa solo quando manca, che è qualcosa che si verifica quando vengono meno cose date per scontate come l’acqua calda in casa o quando fanno male le dita dei piedi, ad esempio.
“Normalmente a questa cosa fondamentale non ci penso; quando qualcosa duole inizio a pensarci per forza.”
E di solito questo accade proprio con alcune delle cose più importanti della propria vita.
Queste cose sono così importanti proprio perché sono dotazioni di base che di solito si danno per scontate.
Paura di essere osservati: lo sguardo come veicolo di affetto
Lo sguardo ha un ruolo psicologico piuttosto importante proprio perché è un canale attraverso cui passa l’affetto, l’attenzione di chi si è preso cura di noi nei momenti della nostra vita in cui ne avevamo più bisogno, sostanzialmente quando eravamo molto piccoli.
Attraverso questo sguardo affettuoso era possibile recepire delle riposte ai nostri bisogni, prima ancora che noi, quando eravamo appunto molto piccoli, fossimo capaci di mettere in parole, questi nostri bisogni.
Lo sguardo è importante perché rappresenta inevitabilmente un canale attraverso cui ci si attende una risposta ai propri bisogni emotivi.
Essere guardati presuppone che io possa esprimere qualcosa di me e che un’altra persona risponda a quel qualcosa di me.
Quando questo sguardo diventa spaventoso, preoccupante, fonte di ansia o sentimenti simili, l’elemento principale che passa in questo canale sono
- le mie emozioni di persona che viene guardata
- e la risposta che arriva a queste mie emozioni da parte di un’altra persona.
Normalmente, nella vita di una persona, è lecito attendersi che nella maggior parte dei casi attraverso lo sguardo arrivi un messaggio di disponibilità. Quello che accade normalmente, cioè, è che ci si può aspettare che attraverso lo sguardo degli altri passi un certo grado di disponibilità
almeno a prendere in considerazione i propri bisogni, le proprie istanze emotive, se non a soddisfarli del tutto.
Cioè, molto semplicemente, mi immagino, nella maggior parte dei casi, di stare in un mondo in cui, se mi cadesse un martello sui piedi, il mio urlo di dolore solleciterebbe l’attenzione delle persone che ho attorno.
Quando invece non va così
In una persona per cui invece lo sguardo è canale per il passaggio di emozioni prevalentemente negative, succede qualcosa di diverso: a quello sguardo si attribuisce un significato diverso.
L’immagine di sé e del mondo della persona che ha una fobia di essere osservata o guardata è dominata dalle emozioni negative.
Questa però è un po’ la parte ovvia: è ovvio che una persona che ha paura di essere osservata o guardata tenda ad attribuire delle intenzioni negative a chi la sta guardando, no?
Ad esempio, provo un senso di preoccupazione o vergogna nel momento in cui sono guardato per cui l’altro penserà che sono stupido. [Paura di fare brutta figura]
Penserò che ho fatto qualcosa di inadeguato. [Paura del giudizio]
L’altro vedrà qualcosa di inadeguato in quello che io faccio.
Oppure l’altro inizierà a percepirmi come una minaccia, in un certo senso, per cui diventerà ostile verso di me.
La parte che è meno autoevidente è il fatto che questa trasformazione del ruolo dello sguardo implica il fatto che per quella persona ci sia una modifica sostanziale dell’immagine che ha di sé.
Cioè pensare che un altro stia pensando qualcosa in negativo di me vuol dire sostanzialmente che la prima persona che sta pensando qualcosa
di negativo su di sé è quella persona che è preoccupata.
Non è tanto l’altro a pensare qualcosa di negativo su di me, sono io.
Paura di essere osservati: paura di non valere
Sono io che sono pieno di dubbi:
“Vuoi vedere che verrò scoperto e che diventeranno evidenti questi miei difetti, queste mie pecche?“
Sotto, in un certo senso, è come se ci fosse una certa ansia di essere scoperti, un’ansia del fatto che qualcuno potrebbe scoprire che non si vale granché.
La questione principale è che per primi si pensa di non valere un granché, se non globalmente almeno rispetto a qualche aspetto importante di sé.
Cioè se quella persona non si dà una visione al cento per cento negativa, di solito quello che accade è che pensa che ci sia almeno una componente impresentabile dentro di sé e che agli altri potrebbe non andare mai giù.
[Ho scritto un diverso articolo sulla paura del giudizio]
Paura di essere guardati: non riuscire ad esprimere bisogni
Questa paura di essere scoperti, criticati e quindi umiliati ha proprio le sue radici nel fatto che nel momento in cui si viene guardati si esprime una richiesta.
Una richiesta di condivisione di chi si è, una richiesta di condivisione delle proprie emozioni, sostanzialmente.
Non necessariamente, ovviamente, nel senso di essere ascoltati da chiunque e in qualunque momento, quasi in modo egocentrico. Attraverso lo sguardo dell’altro si manifesta il proprio desiderio spontaneo di sentirsi perlomeno accettabili da parte della maggior parte delle persone.
“Posso camminare sereno per strada perché posso pensare che nessuno girerà la testa pensando qualcosa di male su di me, anche se non mi conosce, anche se non ho fatto niente di negativo“.
Una persona che si sente a disagio quando viene osservata, invece, fa prima di tutto una previsione rispetto a quello che penseranno gli altri, che è una previsione inevitabilmente negativa.
E qui vale lo stesso ragionamento proposto poco sopra:
- Perché questa previsione dovrebbe essere negativa se non è questa persona stessa che ha questa fobia di essere osservata ad avere una visione severa, crudele, impietosa nei propri confronti?
Cioè quella persona che ha paura di essere osservata è la prima a pensare di non poter essere interessante per qualcun altro.
Il primo dei problemi è che il risultato di questo processo tende ad essere il fatto di avere paura di trovarne la conferma, nello sguardo degli altri.
Il rischio è quello di guardare gli altri, di tentare di rappresentarsi cosa stiano pensando e di accorgersi che “È vero che sono disgustati, infastiditi, è vero che provano un senso di repulsione nei miei confronti“.
Il senso della paura di essere osservati e guardati
La paura di essere osservati è soprattutto un’espressione di dolore nei confronti di un’immagine smaccatamente negativa di sé.
Si tratta di un’immagine così negativi di sé che non può che creare un senso di distanza nei confronti degli altri.
Crea un’incomunicabilità nei confronti degli altri, verso i quali c’è la paura di non poter esprimere mai niente di veramente proprio, perché questo non sarebbe raccolto e tollerato.
Da questo punto di vista, la paura dello sguardo altrui è un modo per esprimere un bisogno insoddisfatto di affetto, sostanzialmente.
Ecco, direi che l’aspetto più particolare per una persona che sente di essere turbata dallo sguardo degli altri è che deve pensare di distogliere l’attenzione dagli altri e iniziare prima di tutto a rivolgerla verso
di sé.
Solo avendo uno sguardo più benevolo verso il proprio interno si riescono a ritrovare note positive anche nello sguardo altrui.