Come fa lo psicoterapeuta ad aiutarti?

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Non tutte le psicoterapie funzionano allo stesso modo.

Due premesse prima di tutto:

  • in realtà pare che le diverse forme di psicoterapia funzionino in modo più simile di quanto i terapeuti stessi tendano a pensare. Ad esempio, quando gli psicoterapeuti di diverse scuole confrontano i loro metodi, tendono ad affermare di fare spesso “le stesse cose, chiamandole in modi diversi”. Alcune delle cose di cui parlo sono probabilmente caratteristiche di tutte le psicoterapie, altre invece della forma di psicoterapia che pratico;
  • a questo proposito: la prospettiva da cui parto in questo articolo è quella della psicoterapia psicoanalitica, cioè il tipo di psicoterapia che appunto pratico e conosco meglio.

Come funziona l’aiuto psicologico

Un buon modo di concepire il cambiamento psicologico è immaginare che una persona cambi essenzialmente da sola, spontaneamente. Certo, questo cambiamento avviene anche grazie agli altri, che fungono da appoggio e strumento di crescita individuale. Tuttavia, la mente di un individuo è continuamente impegnata a gestire un’infinità di variabili, implicazioni e previsioni su ciò che fa e sull’apporto che viene dato dagli altri. Pensare che qualcun altro possa conoscere la realtà interiore meglio di chi la vive è, in fondo, piuttosto irrealistico.

Questo non significa che lo psicologo non abbia una funzione, in questo processo.

Come terapeuta, fondamentalmente il mio ruolo è quello di avere una teoria (un insieme organizzato di idee) su ciò che accade al paziente e intervenire segnalando dove si sta mettendo nei guai. La funzione di questi interventi, però, non è tanto “dirgli cosa fare”, quanto piuttosto evidenziare le incoerenze nel suo discorso o i buchi nella narrazione che fa di sé.

Ad esempio, potrei dire: “Se consideriamo come parli di te stesso, non trovi che questa azione potrebbe portarti a pentirti più avanti?”.

Insomma, di certo non si sta semplicemente a guardare, ed è il paziente stesso a produrre il cambiamento. Il compito dello psicologo è quello di creare le condizioni migliori perché ciò accada.

Chi si aiuta? In quale modo?

Questo approccio è particolarmente utile per alcune persone, che trovano soddisfazione nel “farcela da sole”. Per altre, però, può risultare stressante, e in quei casi il terapeuta può decidere di essere più presente, prendendo temporaneamente il timone. Spesso, però, è una questione più di tono che di sostanza.

Ad esempio, potrei dire: “Credo che la situazione possa essere vista così: lei ha paura di essere considerata ingenua dai colleghi, quindi contrattacca cercando di essere assertiva… ma forse così rischia di sembrare antipatica”.

È un intervento più diretto, ma ha senso solo se il paziente comprende che non sto cercando di dirigere la sua vita, bensì di offrirgli uno spunto utile.

I bisogni del paziente, inoltre, cambiano nel tempo.

Durante una crisi, ad esempio, è importante essere più presenti, perché la distanza aumenterebbe inutilmente l’ansia.

Al contrario, con una persona che desidera mettersi alla prova, un’eccessiva vicinanza rischierebbe di soffocare il suo spirito di iniziativa.

Il principio guida, però, resta sempre lo stesso: adattarsi ai bisogni del paziente, spiegando il più possibile perché si sceglie una strada invece di un’altra. Il centro del lavoro terapeutico è sempre il paziente, ed è fondamentale che le soluzioni emergano da lui. È più probabile che siano quelle giuste, perché lui è l’unico che possiede tutte le informazioni sulla propria mente. Il mio compito è aiutarlo a riconoscerle e a utilizzarle meglio.

Quando una terapia si conclude nel migliore dei modi, si nota che il terapeuta ha ormai poco da aggiungere: il paziente ha imparato a osservarsi e a correggere il tiro da solo. L’utilità del lavoro insieme si esaurisce gradualmente, ed è proprio in questo che risiede il valore della terapia, oltre che la sua utilità: lascia una buona eredità.