Mio figlio ha lasciato la scuola

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Mio figlio ha lasciato la scuola. Come ci siamo arrivati?

L’abbandono della scuola è un evento molto intenso.

Per tutti.

Per l’adolescente, per i genitori e anche per i fratelli  che vivono la vicenda dai margini.

È un evento molto intenso dal punto di vista emotivo.

Cosa succede ora? Vuole andare a lavorare? (Spesso non è quello il motivo) Ma non si rende conto di quanto è grave la situazione?

Solitamente, il figlio adolescente che arriva a lasciare la scuola si rende benissimo conto di quanto sia grande questa decisione.

Ci è arrivato nel tempo, pensandoci molto, solitamente con molta ansia.

Mio figlio ha lasciato la scuola. Cosa succede, cosa è successo.

Può sembrare che tutto sia successo in poco tempo. Una cosa, questa, che aumenta la sensazione di allarme, anche di rabbia, provata dai genitori.

L’ultimo periodo è stato caratterizzato o da tentativi disperati di contrattazione con il ragazzo, o da una sconsolata, impotente presa d’atto.

Nonostante le apparenze possano essere diverse, non si è trattato di qualcosa che è stato messo in piedi in quattro e quattr’otto.

Soprattutto dal punto di vista dell’adolescente.

Quando un ragazzo decide di lasciare la scuola, cioè, si tratta sempre di una difficoltà maturata nel tempo.

Si tratta di una decisione così importante, così intensa, che il ragazzo si agita solo a pensarci, spesso.

Si provi ad immaginare cosa possa voler dire per lui parlarne con qualcuno. Ecco perché può sembrare che tutto sia stato deciso improvvisamente.

L’attesa,

l’anticipazione,

la preoccupazione per la risposta che incontrerà,

la sensazione di non sapersi spiegare,

la paura di rimanere deluso, di immaginarsi una gran litigata.

Si immagini, soprattutto, cosa significhi parlarne con i suoi genitori, gli adulti da cui, proprio in quanto adolescente, sta cercando di allontanarsi allo scopo di poter sentire di essere una persona autonoma.

L’anticipazione del litigio, della sensazione di non essere capito sono assolutamente angoscianti. Se poi ha la percezione di avere intimamente bisogno di questo confronto può essere ancora peggio. Accettare  l’appoggio emotivo dei genitori significa ammettere una sconfitta: “Non posso cavarmela da solo“.

Da lì a pensare “non valgo nulla” il passo è molto breve.

Per tutti questi motivi, il tempo delle comunicazioni ai genitori è solitamente molto contratto. Può assumere la forma di:

  • Richieste: “Non voglio più andare a scuola. Fammi finire.”
  • Comunicazioni unilaterali: “Non andrò più a scuola.”
  • Preghiere: “Ti prego, tienimi a casa da scuola, non ce la faccio più.”
  • Ordini: “Non devi farmi più andare a scuola.”
  • Minacce: “Se mi costringi ad andare ancora a scuola mi ammazzo!”

Messaggi che solitamente lasciano poco spazio alla comunicazione a due.

L’impressione, come abbiamo visto, è che tutto questo avvenga in modo improvviso.

Eppure, ci si accorgerà che ci sono state delle avvisaglie. Richieste simili avvenute in passato, manifestazioni di disagio.

Oppure, una totale e sospetta chiusura da parte del ragazzo, rimasto a rimuginare da solo (e il segnale, così difficile da cogliere, era proprio quello).

Quando sia arriva a queste richieste e ad interrompere la frequenza scolastica, la situazione è quella della crisi:

crisi familiare

Dove abbiamo sbagliato? Cos’ha mio figlio? E adesso che succede?

crisi dell’adolescente

Non ce la faccio più.

Siamo davanti allo scoppio di una pentola a pressione, per così dire.

Una storia che si è svolta prevalentemente nel silenzio, per trovare un grande sfogo.

Lo scopo? Fare tutto il possibile per stare meglio.

(Ma non è detto sia finita qui.)

Mio figlio ha lasciato la scuola. Comprendere la crisi.

Il periodo tipico, per questo scoppio, è quello del passaggio fra la scuola media e la scuola superiore, in particolare il primo anno di superiori, a 14 o 15 anni.

Già questo ci dice qualcosa. C’è un cambiamento importante che possiamo leggere come una “pressione dall’esterno“.

Cambiano i professori, i compagni, cambia l’atmosfera scolastica, aumentano le richieste (es: voti, avere amici, avere una relazione sentimentale). È una tappa importante verso la maturità: si sceglie un indirizzo, si inizia sul serio a dire al mondo chi si è.

Cosa succede nella maggior parte dei casi, quando una persona -anche un adolescente- affronta un periodo particolarmente stressante?

Se la cava.

Pensiamoci: se le persone non fossero in grado di affrontare le difficoltà, ci sarebbe da chiedersi come ha fatto il mondo ad andare avanti fino ad oggi.

Nel caso del ragazzo che lascia la scuola, non si può dire che manchino le risorse. Lasciare la scuola richiede un bell’impegno e una certa fatica. Come minimo la grossa fatica di affrontare gli altri che mettono in discussione le proprie scelte.

Solo, queste energie vengono impiegate per eliminare la fonte dello stress (la scuola) e non per adattarsi.

Si ritira perché ritiene di non poter combattere.

Si tratta, per così dire, di una misura estrema. Di una incompatibilità estrema.

La scuola non può essere sopportata oltre. Basta.

Si tratta di ragazzi che non ce la fanno più.

Fatta questa osservazione, propongo che ci sia un punto particolarmente buono da cui osservare la questione: in questi ragazzi, qualcosa ha minato la capacità di gestire un’esperienza stressante, l’esperienza emotivamente molto intensa della scuola.

Mio figlio ha lasciato la scuola. Andare al nocciolo.

[Un adolescente che lascia la scuola spesso è un adolescente che si sente ferito dalla scuola][Video con sottotitoli]

Da questo punto di vista, le giustificazioni che vengono date hanno tutte qualcosa in comune.

Il ragazzo può dire:

Non voglio studiare.”

Vado a lavorare.”

Non è la scuola giusta per me.”

Non mi trovo con i miei compagni.”

Non vado d’accordo con i professori.”

Intendiamoci: sono tutte cose importanti, e molto.

Ci dicono cosa ha fatto cadere l’ultima barriera. È stata una delusione arrivata dal mondo degli adulti (es: professori superficiali e disinteressati)? Una forte incompatibilità fra la scuola scelta e le attitudini personali? Episodi di bullismo?

Di certo non sono cose ininfluenti. Il loro effetto è amplificato, anzi, proprio perché capitano nella vita di un ragazzo in cui qualcosa le ha rese più difficili da digerire.

Vengono prese come delle conferme: non ce la fai. E non ce la puoi fare.

E il pensiero diventa: “Se non ce la faccio, l’unico modo è allontanarmi da questi problemi.”

Un atto di bullismo conferma il fatto che tu non valga niente. Un professore superficiale conferma l’impressione che nessuno si occuperà di te. Dei compagni con cui non c’è un buon rapporto finiscono per farti sentire inadeguato. Una scuola sbagliata ti fa sentire stupido.

È necessario assumere il punto di vista di questi adolescenti per capire cosa li ha spinti e cosa sta capitando loro.

Allora queste cose che capitano non sono le “cause”, ma l’ultimo colpo a delle persone già in difficoltà. Alla difficoltà si aggiunge la sfortuna.

Qualcosa di troppo che li fa crollare.

A volte, la frustrazione può essere così insopportabile da spingere questi adolescenti a diventare violenti, esprimendo la loro frustrazione con rabbia, anche verso i genitori.

A volte (molto spesso, oggi) a ritirarsi  socialmente ed affettivamente da un mondo da cui ci si sente respinti.

Qualcosa ha reso il compito della crescita troppo gravoso. Qualcosa ha fatto sì che questi ragazzi si sentissero sconfitti.

Mio figlio ha lasciato la scuola. Cosa si può fare?

Dobbiamo misurarci con una situazione di difficoltà in adolescenza, insomma, un periodo della vita in cui è necessario riuscire a sentirsi spavaldi per far fronte a tutte le incertezze che la vita ci presenta.

Si tratta di un’utile spavalderia, un senso di orgoglio personale esagerato che permette di far fronte alla paura di non essere abbastanza bravi da riuscire ad affrontare il mondo.

Come abbiamo visto, qualcosa ha fatto sì che questi ragazzi si sentano tutt’altro che spavaldi, tutt’altro che pronti.

Tagliare i rapporti con la scuola significa tentare di preservare un’autostima sufficiente per loro.

Non andare più a scuola significa non essere più esposti ad una continua messa in discussione del proprio valore.

Come psicologo, non ho dubbio sul fatto che queste situazioni portino con sé una notevole sofferenza.

Se eliminare la scuola significa cercare un equilibrio, si tratta pur sempre di un compromesso: questi ragazzi cercano di stare meno male, ma difficilmente riescono a stare sufficientemente bene.

Di questo la famiglia si accorge. La preoccupazione della famiglia è fondamentale, e proprio la famiglia diventa un essenziale punto di riferimento per iniziare a recuperare il loro senso di stima di sé.

Cosa ne è del rapporto con la scuola? La domanda è importantissima. Recuperata un’autostima sufficiente da sopportare l’esperienza della scuola, è possibile che il percorso scolastico riprenda?

In alcuni casi è possibile ricucire i rapporti con la scuola, o perlomeno renderli gestibili. Bisogna pensare, però, a quanto lungo è stato il percorso che ha condotto all’abbandono e a quanto radicata sia l’avversione che si è creata.

In alcuni casi non è possibile recuperare questo rapporto; è bene saperlo.

Quello che è necessario sforzarsi di fare, però, è di restituire il controllo della propria vita a questi ragazzi: fare sì che non siano più vittime di forze emotive travolgenti, ma che riescano a sentirsi sereni padroni di loro stessi.

È necessario passare per questo punto. È da qui che si può iniziare a vedere come possono crescere sul serio.