Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Chi cerca uno psicoterapeuta per il figlio adolescente vive una situazione di grande tensione:
- sente che è arrivato il momento di trovare qualcuno che aiuti il figlio ad uscire da una situazione di difficoltà
- questo comporta affidare una delle persone più preziose della propria vita (tra l’altro in un momento di fragilità) a qualcun altro
- spera di ritrovare la serenità negata da una situazione di continue domande (cosa succederà? sta davvero male? ho sbagliato qualcosa?)
Capire a cosa si sta andando incontro aiuta a stemperare la tensione di un passo così importante e aiuta a riflettere e prendere le decisioni che permetteranno di modificare una situazione di sofferenza.
Scrivo queste righe proprio con lo scopo di aiutarti a capire cosa aspettarsi dalla psicoterapia dell’adolescente.
La crescita
C’è una parola da tenere a mente sopra a tutte, quando si parla di psicoterapia dell’adolescente: “crescita“.
Diventare adulto è il primo obiettivo dell’adolescente.
Le difficoltà emotive lo complicano.
“Quanto sono attrezzato per considerarmi un adulto (o perlomeno sulla buona strada)?“. È una domanda che l’adolescente si pone in continuazione, più o meno esplicitamente.
Ed è molto delicata.
Questo è uno dei motivi principali per cui l’idea di stare male e di dover cambiare è qualcosa di indigesto, per l’adolescente, che solitamente è molto teso quando si tratta di iniziare una psicoterapia.
È come se l’idea della psicoterapia fosse letta dall’adolescente come una minaccia al suo orgoglio: “Ce la posso fare benissimo.”
Tutti conosciamo qualcuno che per via di questo atteggiamento si rende la vita più complicata (è più difficile accorgersi di quando siamo noi stessi a metterci nella stessa situazione).
Nel caso dell’adolescente, chiedere aiuto è ancora più faticoso, perché è una persona che ha ancora meno sicurezze a cui aggrapparsi rispetto agli adulti.
Il primo compito, per i genitori e per lo psicoterapeuta, è di sostenerlo senza invadere la sua nascente sfera di autonomia.
Questo è snervante, nel caso dei genitori: si sentono impotenti mentre il figlio sembra fare di tutto per non stare meglio (rifiutando di vedere lo psicologo, saltando sedute, negando di stare male…).
Questo fa parte del trattamento, non è un incidente di percorso. Il terapeuta ci metterà un po’ di tempo a contrattare con l’adolescente quale sia la giusta dose di presenza nel rapporto (ad es: quanto quel ragazzo specifico preferisca farsi guidare e quanto sentire di essere lui ad avere in mano la situazione).
E i genitori vanno aiutati a fare lo stesso.
Lo scopo? Rendere la psicoterapia un alleato, invece che una minaccia.
Sostenere la crescita
Bisogna, insomma, tenersi un passo indietro.
È naturale, se ci si pensa: se un adolescente si sta sforzando di divenire adulto, quindi qualcuno di autonomo e indipendente, vorrà sperimentare cosa significa questa autonomia (spesso nel modo fondamentalmente dannoso e cocciuto di chi si cimenta in qualcosa di nuovo per la prima volta).
Questo non significa abbandonarlo a se stesso e non intervenire su nulla.
Se, ad esempio, sta affrontando dei problemi che rendono complicato il rapporto con la scuola (cosa frequentissima) può essere importante intervenire nei rapporti con la scuola, aiutandolo a trovare un ambiente compatibile con le proprie difficoltà.
Semplicemente, non è possibile ottenere risultati senza la collaborazione del paziente. Questo vale sempre, che si tratti di un adolescente o di un adulto. Nel caso dell’adolescente, la collaborazione passa per il rispetto della sua esigenza di sentire che, anche nella difficoltà, è in grado di avere voce in capitolo nelle decisioni che lo riguardano.
Di avere, cioè, un grado di autonomia che testimoni la sua capacità di crescere.
Si potrebbe anche dire che questi discorsi sembrano un po’ astratti, mentre i problemi possono essere molto reali: una forte ansia, il ritiro sociale, importanti sintomi depressivi.
Se insisto su queste idee, è perché ogni difficoltà dell’adolescente è legata alla sua crescita (mi ripeto, ma è veramente un concetto centrale).
Non esiste ansia nell’adolescente senza che compaia l’ansia di non riuscire a completare la propria crescita.
Non esiste depressione nell’adolescenza senza che il ragazzo si senta mortificato all’idea di essere meno equipaggiato dei coetanei in quanto a capacità di essere adulto.
Conseguenze (molto) concrete
L’adolescente si può sentire così sotto pressione, davanti all’idea di doversi mettere in discussione, da trovare le ragioni più incredibili per saltare una seduta.
E, badare bene, non si tratta (molto spesso) di mezogne: l’adolescente sente un intimo bisogno di riprendere il controllo della propria vita, a partire dall’amministrazione del proprio tempo, per cui delle volte sente che non ce la fa a venire.
I genitori, in questi casi, si preoccupano e si arrabbiano.
Può essere anche utile: questo gli rimanderà che deve imparare a gestire i propri desideri e al contempo rispettare gli impegni e le priorità (come occuparsi della propria salute).
Comunque, resta il fatto che l’andamento della psicoterapia sarà molto spesso irregolare, soprattutto all’inizio.
Come ho già detto, solo il tempo permetterà di trovare un buon equilibrio, che non a caso sarà costruito con la collaborazione dell’adolescente (che sarà soddisfatto di aver capito cosa vuole dagli altri e di essersi mosso per ottenerlo).
Altro elemento fondamentale: la trasparenza.
Fare delle cose alle spalle dell’adolescente rischia di minare gravemente il rapporto con lui.
(Anche qui l’ottica da adottare è quella di attendersi che “non considerarlo” corra il rischio di farlo sentire una persona di serie B, piccolo, uno da prendere sottogamba. Non potrà che ribellarsi.)
I genitori si trovano costantemente davanti alla difficoltà di capire cosa è utile dire al figlio adolescente (come ad un interlocutore adulto) e cosa è utile tenere per sé (come davanti ad una persona da proteggere).
Quando ci saranno colloqui con i genitori, questi non dovranno mai avvenire di nascosto: i contenuti, invece, sono privati.
I figli, a questa età, questo lo capiscono: sono i primi a pretendere lo stesso.
Questo ci porta ad un altro tema fondamentale.
Il ruolo della famiglia
È molto raro che un adolescente faccia autonomamente una richiesta di psicoterapia.
Anche con gli adolescenti che sono sollevati all’idea di parlare con qualcuno di quello che li preoccupa, sono i genitori i primi a preoccuparsi e a cercare una soluzione ai problemi dei figli.
Possono svolgere un ruolo ancora più fondamentale.
L’adolescente può essere così preoccupato all’idea di confrontarsi con qualcuno che, dal suo punto di vista, gli chiederà di mettersi a nudo, e di conseguenza potrebbe essere ostile all’inizio della terapia.
Se succede questo, il lavoro preliminare con i genitori è di fondamentale importanza.
Non si tratta di “acchiapparlo“: si tratta, sempre in un’ottica trasparente e rispettosa delle specificità dell’adolescente, di creare un clima sufficientemente disteso perché si possa fidare del fatto che si sta provando a fornirgli un’occasione per stare meglio.
Un ragazzo in questa situazione spesso pensa di venire mandato a farsi aggiustare perché “rotto“, “cattivo“, “disubbidiente“.
Andare dallo psicologo diventa una sorta di punizione.
I genitori sono in prima linea in questo dialogo, e possono essere aiutati a gestirlo al meglio (capire cosa rende insicuro l’adolescente – capire perché in questa situazione ha bisogno di non riconsocere la loro autorità – trovare dei modi di comunicare che non finiscano per accendere dei litigi).
Ad ogni modo, quando questa psicoterapia inizierà i genitori continueranno ad essere coinvolti.
In modo via via più diradato (da incontri mensili a bimestrali a trimestrali, ad esempio), man mano che passa il tempo, per lasciare che il ragazzo possa sentire che si tratta di uno spazio suo.
Gli incontri con i genitori hanno lo scopo di informarli di quello che sta cambiando; lo psicologo concorda assieme all’adolescente cosa è possibile raccontare ai genitori, in modo che siano partecipi senza privare la terapia della necessaria riservatezza.
Hanno anche lo scopo di fornire informazioni aggiuntive sulla situazione, che al clinico possono sfuggire. È normale: quando l’adolescente inizia ad avvertire come importante il rapporto psicoterapeutico, allora può sentire vergogna e preoccupazione all’idea di “sporcarlo” raccontando dettagli di sé che considera fortemente indesiderabili o gravi.
Più passa il tempo, più sarà possibile condividere apertamente tutte queste informazioni.
Altro aspetto importante: gli incontri con i genitori sono importanti per farli sentire sostenuti mentre stanno vicino ad un figlio che sta male, il che significa aiutarli soprattutto ad orientarsi in quello che sta succedendo e capire in che modo possono (ma anche non possono) intervenire.
Come cambia l’adolescente
Questa è la questione che dobbiamo prendere di petto: la psicoterapia che effetto ha sull’adolescente?
Se dovessimo riassumere all’osso, diremmo: lo fa stare meglio.
È più complicato mettere i puntini sulle i, quando si tratta di entrare nei dettagli di questo “stare meglio“.
(Ma il lavoro è proprio quello: trovare un modo di far stare meglio una persona che sta male in un modo specifico, tipico di lui e lui solo in una data situazione.)
Quando i genitori arrivano a parlare del figlio adolescente, c’è sempre un problema da risolvere, più o meno urgente.
Ci possono essere anche dei sintomi evidenti (dall’ansia, al ritiro sociale, ad una rabbiosità accentuata).
Stare meglio non significa SOLO eliminare il problema.
Dai primi incontri con i genitori è possibile cogliere rimandi ad un livello di complessità sempre presente nelle situazioni di sofferenza emotiva.
Nessun “problema” nasce dal giorno alla notte.
Può sembrare così, in alcuni casi, ma è sempre possibile cogliere qualche indizio del percorso che, ad esempio, ha costruito una fragilità che è esplosa a contatto con una condizione avversa (ad esempio un lutto).
Come abbiamo già visto, è sempre utile pensare alle difficoltà dell’adolescente come a delle difficoltà che riguardano la crescita.
E non c’è dubbio che la crescita sia qualcosa di complesso, che riguarda aspetti che coinvolgono l’intera personalità di un adolescente: le sue emozioni, la capacità di avere delle relazioni con gli altri, il modo di pensare, il modo di agire.
Un problema che sembra riguardare una sola di queste dimensioni in realtà le tocca tutte.
Si può pensare, ad esempio, che un rapporto inibito con i coetanei non sia solo un “problema nelle relazioni con gli altri”, ma qualcosa di più radicato che si collega a quali stati emotivi provi l’adolescente davanti ai compagni, quali pensieri faccia prima di immergersi in una relazione sociale, quali strategie adotti per risparmiarsi il dolore di trovarsi in situazioni relazionali che sente di non saper affrontare e quali strategie adotti per non ammettere di sentirsi male equipaggiato (il che sarebbe un peso eccessivo per lui).
Si tratta di aspetti che considero particolarmente centrali in quanto il tipo di psicoterapia che pratico (la psicoterapia psicoanalitica) si basa proprio sull’intervento su queste dimensioni profonde della vita di una persona (emozioni, relazioni, pensieri, strategie involontarie di risoluzioni dei problemi).
Si tratta di uno strumento molto ricco per far riprendere la crescita.
Per farla riprendere sul serio, senza mettere “toppe” nella speranza che il futuro non offra urti e che vada a finire tutto bene.
Non c’è bisogno di mettersi nelle mani del destino.
Uno dei punti di forza della psicoterapia psicoanalitica è proprio quella di fornire al paziente degli strumenti di sviluppo psicologico che gli rimarranno per tutta la vita. È possibile trovare riscontro di questo nel fatto che, per chi intraprende una psicoterapia psicoanalitica, i miglioramenti continuano a crescere anche dopo la fine del trattamento (ne parlano ad esempio Safran e Shaker in Commentary: Research on Short- and Long-Term Psychoanalytic Treatment – The Current State of The Art, che descrivono come i pazienti dopo la terapia stanno non solo stanno bene tanto quanto il periodo in cui sono stati in terapia, ma sempre meglio al passare degli anni).
L’esito è quello di rendere una persona capace di reggersi sulle proprie gambe, di aiutarla ad essere più resistente agli urti della vita e di rendere la sua vita più ricca.
Se dico questo, è perché ci tengo a comunicare che pensare ad una psicoterapia adatta all’adolescente significa tenere conto del fatto che l’adolescente che sta male ha bisogno di essere aiutato a sviluppare delle competenze che ancora non ha.
La crescita è questo.
Aiutarlo a stare meglio non può essere un semplice ritorno ad uno stato precedente in cui le cose andavano bene.
Semplicemente, è improbabile che questo possa verificarsi.
La psicoterapia dell’adolescente deve guardare avanti: bisogna dargli la possibilità di fare propri gli strumenti per la crescita.