Fobia sociale e lavoro

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

La fobia sociale è una condizione di vita che trasforma le interazioni sociali in uno sforzo doloroso.

Quello del lavoro è un ambito particolarmente stressante per chi ne soffre: è un contesto in cui molto spesso le interazioni con gli altri sono un aspetto centrale (inevitabile!) ma i problemi sono anche altri:

  • la competizione: il confronto con i colleghi, anche solo per ottenere un riconoscimento dai superiori o la stima da parte dei clienti, costringe continuamente a confrontarsi con i propri risultati (una gara in cui spesso chi soffre di fobia sociale sente di arrivare ultimo)
  • l’obbligatorietà: lavorare è necessario; questo crea una pressione costante. Andare al lavoro può essere una fonte di stress continua, che costringe a fantasticare di potersene in qualche modo liberare.

Come vedremo, il confronto più duro e più impietoso per chi fatica a stare con gli altri è quello che si fa con se stessi.

Ma andiamo con ordine.

Fobia sociale: perché al lavoro

Le persone che soffrono di fobia sociale trovano nel loro contesto lavorativo molte delle situazioni che temono:

  • situazioni e compiti per cui si verrà giudicati
  • contesti in cui è richiesto di esporsi e di manifestare la propria opinione
  • occasioni di confronto
  • dinamiche di inclusione nei gruppi che si creano fra colleghi
  • confronto con persone autorevoli

Queste situazioni creano le condizioni perché ci  si ritrovi di fronte a sensazioni ben note come paura di fare brutta figura, timore del giudizio altrui, vergogna.

Chi soffre di fobia sociale si trova in lotta con gli altri, in ogni contesto: la lotta su chi ha ragione, la lotta su chi può parlare, la lotta su chi è degno di rispetto e chi no, su chi deve ascoltare e chi deve stare zitto.

Al lavoro questa dimensione può essere avvertita con così tanto disagio da far percepire l’intero ambiente lavorativo come ostile. E cosa accade quando una persona insicura si sente immersa in un contesto simile? Fa il possibile per evitare ogni contrasto, defilandosi o cedendo il passo agli altri.

Il risultato sperato è di ridurre l’ansia e di evitare le situazioni in cui si teme si farà una figuraccia, ma il conto è salato: ad ogni disagio scampato, ci si sente sempre meno capaci di affrontare i colleghi a testa alta, una prospettiva che fa sentire mortificati.

Aggiungo: non sto parlando di ambienti di lavoro particolarmente competitivi o particolarmente ostili. La competizione è un elemento presente in ogni ambiente di lavoro, anche il più sereno (anzi: in ogni relazione umana!). Nella fobia sociale il lavoro è percepito come qualcosa di particolarmente competitivo perché se ne ha paura.

Per liberarsi da queste sabbie mobili, è utile un cambio di prospettiva: il problema non è quanto possa essere competitivo un posto di lavoro, ma quanto ci si senta poco attrezzati per la competizione.

Se non si ha la possibilità di sentire in sé la capacità di affrontare gli altri a testa alta, ogni incontro diventa uno scontro da cui si esce dolorosamente perdenti.

Il lavoro di competere con se stessi

Insomma, non ci si sente forti a sufficienza. Si pensa, magari, che gli altri troverebbero ridicoli i propri sforzi.

Una cosa di cui non ci si accorge, e che complica di molto la vita in questa situazione, è che così facendo si mettono gli altri su di un piedistallo.

I colleghi con cui si riesce anche ad avere qualche conversazione serena, nel momento dello scontro diventano figuri superdotati di caratteristiche lavorative eccezionali (o, peggio ancora: gente normodotata che sa vendere le proprie qualità. Che affronto! Che fastidio non sentirsi autorizzati a fare lo stesso!).

Questi sono processi mentali inconsapevoli, chiaramente, a cui si sarebbe felici di poter rinunciare. Eppure sono ben radicati… perché gli standard li decidi tu.

Prima ancora di misurarti con gli altri, ti  misuri con te stesso; e se il primo a ritenere che il fallimento sia inaccettabile.

L’ambiente lavorativo diventa particolarmente tosto perché si trasforma in uno scenario di continua misurazione delle proprie performance, severamente autovalutate.

E non c’è dubbio: chi soffre di fobia sociale è il più crudele giudice di se stesso.

ANSIA sociale (e lavoro)

L’altro nome della fobia sociale è ansia sociale, due termini che si rifanno alla stessa condizione ma ne colgono aspetti leggermente differenti.

Se la “fobia” coglie le aspettative negative che si accompagnano alle relazioni con gli altri, il termine “ansia” sottolinea il ruolo di questo meccanismo nell’autoprotezione dai rapporti sociali.

Quando ci si trova in una situazione sociale temuta (come quelle in cui viene misurata una performance lavorativa, ad esempio, o si parla con una persona mai conosciuta prima) si provano sintomi che testimoniano uno stato di agitazione ansiosa (palpitazioni, tachicardia, sudorazione abbondante, sensazione di testa vuota, disturbi e dolori fisici, sensazione di guardarsi dall’esterno…) [qui una lista più completa].

Lo stesso può accadere quando si anticipano le conseguenze negative di un’interazione (es: una figuraccia alla riunione in cui si deve presentare un proprio progetto).

Queste sono le componenti più immediatamente spiacevoli e dolorose dell’ansia, ma ce n’è una terza che tende ad avere le conseguenze più significative: l’evitamento, cioè la strategia inconsapevole che sta dietro a quei comportamenti che servono ad evitare situazioni potenzialmente dolorose:

  • Arrivare in ritardo ad una riunione importante, non sentendosi più autorizzati ad intervenire (“Già sono arrivato tardi, ora devo dare nell’occhio il meno possibile”)
  • Non proporsi mai quando sono richiesti dei volontari, per evitare di mettersi in competizione con gli altri.
  • Lasciare ad altri il merito del proprio lavoro, senza riuscire a far valere il proprio contributo
  • Prendersi all’ultimo, arrivando al limite di una scadenza. Spesso arrivare in ritardo anche quando si avrebbe tutto il tempo necessario, serve a proteggersi dal senso di insoddisfazione costante che si prova davanti al proprio lavoro: e non si è soddisfatti, si può incolpare la mancanza di tempo invece di se stessi.

Solitamente è molto difficile accorgersi di questi comportamenti di evitamento.

➡️ Spesso la psicoterapia della fobia sociale passa per la scoperta di una lunga serie di comportamenti che sembrano banali ma che, se analizzati con pazienza, mostrano la loro funzione autoprotettiva.

Esatto: l’ansia non serve solo ad evitare di trovarsi in situazioni spiacevoli: sappiamo tutti che nella maggior parte dei casi questo è impossibile, soprattutto quando riguarda un obbligo come il lavoro.

L’ansia crea una sensazione di allarme, sia mentale che corporeo, particolarmente sgradevole e ha la funzione di spingere una persona ad espellere dal proprio corpo e dalla propria mente questi stessi segnali sgradevoli .

Nella pratica, i comportamenti di evitamento hanno proprio la funzione di eliminare gli effetti dell’ansia: in chi soffre di fobia sociale evitare colleghi, capi e incarichi ha una funzione di autoprotezione dagli effetti dolorosi della fobia stessa.

L’ansia, quindi, tende ad autoeliminarsi . Questo, però non è gratis.

Conseguenze concrete

Se questo meccanismo di autoeliminazione dell’ansia fosse efficiente, l’ansia non tornerebbe più.

Ha senso parlare di fobia sociale quando una persona può dire che le  difficoltà di relazione con gli caratterizzano la sua vita o un aspetto della sua vita. (Di solito le persone con fobia sociale tendono ad avere difficoltà –anche se di intensità e tipologia variabile-  con molti tipi di relazione sociale diversi; in alcuni casi, però le difficoltà sociali si concentrano su un particolare ambito della propria vita come, ad esempio, proprio il lavoro.)

L’ansia si autoelimina in modo efficiente nelle situazioni eccezionali.

Se si parla di problematiche emotive come la fobia sociale è proprio per sottolineare che:

  • i problemi posso essere fatti risalire a delle situazioni specifiche (ad es: ansia legata alle situazioni di valutazione e ai rapporti con i colleghi);
  • le soluzioni spontanee tendono ad essere inefficaci: non si riesce a liberarsi di queste difficoltà;
  • le difficoltà tendono a non scomparire da sole.

Quello che accade è che queste difficoltà, ripetendosi, hanno delle conseguenze molto concrete sulla vita delle persone che le vivono:

  • Una delle meno visibili e più dolorose è la necessità di imporsi dei fallimenti/privarsi di successi: i successi sul lavoro sono  situazioni socialmente complesse, in cui ci si mette in evidenza e si sollecita l’invidia degli altri, ma anche il rispetto e la stima. La vergogna per l’attenzione, l’ansia davanti all’invidia e il pensiero che la stima sia immeritata possono essere così forti che ogni successo può essere sentito come una fonte di stress eccessiva, e quindi evitato.
  • In modo simile, anche le cose piacevoli, come chiacchierare davanti alla macchinetta del caffè, partecipare a cene, feste e regali possono essere avvertite come l’anticamera di situazioni imbarazzanti ed avvilenti e quindi evitate.
  • Contatti complicati con gli altri limitano la propria rete sociale: si è in confidenza con meno persone e si rischia di avere meno persone su cui poter fare affidamento nel momento del bisogno o semplicemente quando lo si desidera. Questo non riguarda solo le situazioni di urgenza, ma anche semplici desideri come avere dei punti di riferimento attorno a sé se si desidera cambiare lavoro.
  • Avere difficoltà nei rapporti sociali non significa odiare i rapporti sociali: desiderare di sapersi avvicinare agli altri e non riuscirci può essere una grande fonte di dolore.
  • La difficoltà di entrare in relazioni con gli altri, soprattutto nelle situazioni sociali come il lavoro, in cui la maggior parte degli adulti ha l’occasione di sviluppare rapporti significativi con gli altri, comporta maggiori difficoltà a stringere nuove amicizie e a iniziare una relazione sentimentale. Questo diventa particolarmente problematico quando si avverte il desiderio di trovare qualcuno, ma non si sa come fare.

E come ci si sente, quando si vivono situazioni del genere? Male, chiaramente.

Siamo sicuri che questo sia solo una conseguenza?

Fobia sociale, depressione e mondo del lavoro. Come ci si sente.

Quando si soffre di fobia sociale e si è obbligati a confrontarsi con una situazione di fallimento, la conseguenza sono sentimenti di vergogna, senso di mortificazione e sintomi depressivi.

È giusto e sensato pensare di sentirsi depressi (stanchi, tristi, lontani da tutto e da tutti, apatici), ma va fatta una distinzione.

Nella depressione, si ha la tendenza ad allontanare gli altri perché ogni stimolo esterno è percepito come doloroso: si sente solo il bisogno di “spegnersi” fino a quando le proprie energie non saranno tornate. Quando si torna a stare ragionevolmente bene, il contatto con gli altri è possibile.

Nella fobia sociale è come se i rapporti fossero invertiti: il senso di fallimento che si avverte quando non funziona il rapporto con gli altri produce i sintomi depressivi. È il contatto fallito a produrre la depressione e non la depressione a mandare via gli altri!

Questa particolare forma di depressione  ha delle caratteristiche specifiche: si sente di partire già sconfitti.

Come proponevo all’inizio di questo articolo, il contesto lavorativo costringe chi soffre di fobia sociale ad un costante confronto con se stesso.

Il mondo del lavoro è particolarmente impegnativo in quanto offre continuamente occasioni per sentirsi mortificati.

E qui si giunge alla questione fondamentale.

Da chi parte la sensazione di mortificazione? Da te. Il problema delle relazioni sociali nell’ambiente di lavoro è quello di trovarti davanti all’opinione negativa di te che hai già.

Questa opinione è già lì, però, preesiste a tutte le difficoltà che si possono concretizzare sul lavoro.

La continua oscillazione fra evitamento ed obbligo di mostrarsi agli altriche è implicita nel mondo del lavoro può creare uno stress molto forte, se si soffre di fobia sociale.

Gli altri mi guardano. Cosa stanno pensando del mio lavoro? Farò un’altra brutta figura.

Il problema principale è che sono IO che metto in dubbio che il lavoro non vada mai bene.

Ma i miei colleghi…

A volte i colleghi sono cattivi, antipatici, indelicati, disumani.

Certo le esperienze negative capitano, anche a chi soffre di fobia sociale.

Non bisogna di certo iniziare a pensare che i propri guai dipendano esclusivamente da sé.

Sarebbe l’ennesima ingiustizia, no?

Il tema è questo: anche quando gli altri NON si comportano male, chi soffre di fobia sociale si sente portato a prevedere che sarà criticato, o che gli altri pensano male di lui, o che farà brutta figura.

La cosa importante è che lo stimolo a pensarlo è già dentro di lui, prima che succeda alcunché!

Da un certo punto di vista, la fobia sociale crea confusione: non si sa più bene quando si viene maltrattati dagli altri e quando ci si maltratta da soli.

…e visto che ci si maltratta da soli piuttosto di frequente, si finisce per essere meno capaci di difendersi quando gli altri si comportano davvero in modo scorretto. Sono coperti perché c’è qualcuno che si prende sempre tutte le colpe!

Rimboccarsi le maniche

Abbiamo visto che la fobia sociale al lavoro mette davanti a diversi problemi dal punto di vista sociale e dal punto di vista emotivo; sono problemi che possono far aumentare ulteriormente il proprio carico di sofferenza.

Se la fobia sociale ha un vantaggio, è che è dolorosa.

Di questo dolore ci si stufa, prima o poi.

E si cerca un modo per eliminarlo.

Pensare di  affrontare un problema di fobia sociale testimonia che è già avvenuto un progresso: è stato possibile mettere in campo il coraggio di confrontarsi con aspetti molto dolorosi di sé.

L’idea stessa della  psicoterapia può essere dolorosa perché è qualcosa che porta a mettersi a nudo e ad interrogarsi sui propri pensieri e le proprie azioni: due cose che fanno sentire esposti alla paura di essere rimproverati, presi sotto gamba, umiliati.

Se ci si sente pronti a fare questo passo importante è perché ci si rende conto che vale la pena di fare fatica per guadagnare una vita più libera e serena.

Come vanno le cose

In termini astratti (ma realistici!) direi che con la psicoterapia una persona che soffre di fobia sociale diventa in grado di mettere in discussione la rappresentazione di se stesso come persona non meritevole di affetto e stima.

L’ansia si riduce come una conseguenza di questo cambiamento: non c’è più bisogno della protezione fornita dall’ansia, perché non ci sono più situazioni spaventose che minacciano l’amor proprio.

Spiegare come funziona la psicoterapia è sempre complicato, come lo è spiegare perché ci si può sentire rapiti a un brano musicale o commossi vedendo delle scene di vita quotidiana di un bel film.

Quello che conta di più è il modo in cui cambia la vita di una persona che fa la psicoterapia: è un’esperienza talmente tagliata sul singolo da dover avere un significato squisitamente soggettivo per chi la fa.

Per alcune persone è importante sentire di poter essere bonariamente in giro ed essere un po’ provocate senza sentirsi ferite. Sono cose che possono essere accolte gioiosamente quando il rispetto per se stessi è una cosa scontata.

La psicoterapia spesso è la situazione umana in cui si inizia per la prima volta a dare per scontato di avere rispetto per sé e di pretendere di averlo dagli altri.

Quando si riesce a pensare a quanto sia assurdo tutto questo maltrattarsi e quanto lo siano tutti i maltrattamenti esterni a cui ci si sente destinati, siamo sulla buona strada per il cambiamento.