Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Mio figlio studia ma non rende
“Mio figlio studia ma non rende.”
Frustrante, no?
Se la situazione è frustrante per i genitori, lo è ancora di più per il ragazzo che si impegna ma non ne ha riscontro.
Se il ragazzo ha le capacità per riuscire bene, se in passato o in certe materie ha mostrato di saperlo fare, se sono escluse specifiche problematiche di apprendimento, ci si trova davanti ad una situazione incomprensibile: perché non rende?
Mio figlio studia ma non rende (e fa arrabbiare)
Al contrario di quello che accade nel caso di altre difficoltà scolastiche adolescenziali, qui è subito chiaro che non c’entra la volontà.
Magari male, senza metodo, ma studia.
Il semplice numero delle ore passate sui libri pretenderebbe voti più alti.
Il cattivo rendimento scolastico di solito si accompagna a sentimenti di fastidio in genitori (, insegnanti) e anche coetanei.
Si tende a considerare la scuola il “lavoro” dell’adolescente e l’adolescente che non ottiene buoni risultati viene accusato, prima di tutto il resto, di essere uno sfaticato, un irresponsabile, un pigro.
Nel caso il suo sincero impegno sia fuori questione lo si accusa di avere capacità modeste (questo è più facile lo facciano altri adolescenti, questa volta, che sanno essere impietosi verso sé e verso i coetanei).
Insomma, per un motivo o per l’altro, chi a scuola rende poco si sente in difetto e non è contento di sé.
Questo, direi, è l’aspetto più importante di tutta la faccenda. Si va male, si sta male e nonostante gli sforzi non si riesce a fare nulla di diverso.
Le difficoltà scolastiche rappresentano spessissimo l’effetto più visibile di una difficoltà emotiva.
Un figlio che studia ma non rende ha bisogno di alimentare (inconsapevolmente) una situazione che è caratterizzata da una certa tristezza.
Una situazione di ricerca di tranquillità che però crea sofferenza.
…ma che tranquillità si aspettano di trovare, fallendo (o facendo malino) a scuola?
Fallire per sopravvivere
Quando un figlio adolescente studia ma non rende, solitamente i genitori non stanno con le mani in mano.
L’impegno del ragazzo viene rispecchiato dal loro contro-impegno: esortano, gli propongono una pioggia di ripetizioni, cercano una scuola diversa in cui il figlio possa rendere di più, in certi casi lo puniscono.
Sfortunatamente, molto spesso i risultati di queste contromisure rispecchiano i risultati scolastici dell’adolescente: poco o niente.
La frustrazione generata da questi fallimenti ha un grande vantaggio, però. Spinge a riflettere sul fatto che se tentando di agire sull’efficacia scolastica del ragazzo non si ottengono risultati, il problema probabilmente non va cercato lì.
Non è una questione di memoria, di capacità di studio o di impegno, c’è qualcos’altro, a monte. Ci sono delle ragioni emotive per continuare ad andare male a scuola.
Faccio un paio di esempi specifici prima di discutere più precisamente di cosa ci sia in ballo.
Primo esempio
Luca è sempre distratto. A scuola ci va con il corpo, ma la testa sta da un’altra parte. Quando studia, il pomeriggio, sta anche cinque ore a fissare il libro, lento e non gli rimane in testa nulla.
È apatico. È anche dispiaciuto, delle volte di non riuscire a combinare molto; a volte, invece, si arrabbia con i suoi professori che -dice- organizzano male le verifiche. Si arrabbia anche con sua mamma che non lo “lascia stare” e gli sta “con il fiato sul collo”.
Sembra spento.
Un adolescente depresso, come potrebbe essere Luca, spessissimo non ha le risorse per pensare alla scuola. Sta male, non sa dire cosa gli succeda e tenta di fare come se nulla fosse, studiando ma con fatica.
I suoi risultati scolastici gli danno la conferma di quello che gli suggerisce un’immagine di sé dettata dalla depressione: si sente stupido ed incompetente.
È, insomma, incastrato in una visione depressiva di se stesso, che si auto-conferma ad ogni interrogazione fallita.
Secondo esempio
Gianmarco è un ragazzo vivace, scanzonato, anche responsabile. Insomma, ci si può fidare di lui.
Nello studio si impegna, ma è un disastro.
Ha sempre una scusa: ha capito male quali pagine studiare, è rimasto indietro, il professore è scorretto… insomma, alla fine non ottiene risultati scolastici soddisfacenti.
È tutto fuorché stupido e questo fa anche un po’ arrabbiare i suoi genitori: possibile che non riesca proprio ad ottenere dei buoni voti?
Gianmarco potrebbe essere uno di quei ragazzi capaci e scaltri che non riescono a rendere a scuola perché si sentono addosso una pressione sproporzionata. Non sono mai abbastanza soddisfatti dai propri risultati, e quindi si sottraggono preventivamente dalla lotta.
Beninteso: sono in lotta soprattutto con se stessi.
Perché mio figlio studia ma non rende
Questi due esempi raccontano due situazioni molto verosimili che ricadono nella vasta casistica degli adolescenti che studiano senza risultati.
In entrambi i casi l’adolescente mantiene attivi i meccanismi psicologici che contribuiscono ai suoi fallimenti scolastici, in modo inconsapevole.
Possiamo dire che questi fallimenti scolastici hanno a che fare con la regolazione dell’autostima dell’adolescente, una regolazione che prende le vie più diverse (come sono diversi Luca e Gianmarco nei due esmepi).
I meccanismi psicologici legati a questa regolazione dell’autostima sono due.
Il primo meccanismo psicologico
Uno negativo, più evidente: viene confermata e alimentata un’immagine negativa di sé. L’immagine negativa di sé che ha l’adolescente.
Ogni fallimento ricorda all’adolescente con una bassa autostima quale sia il suo posto: i voti bassi rispecchiano il basso valore personale che sentono di avere.
“Sono scarso e mi merito voti scarsi”.
Convivere con questa immagine di sé è doloroso, chiaramente, ed è una fonte costante di frustrazione, senso di umiliazione e rabbia.
Qui entra in azione un altra spinta.
Il secondo meccanismo psicologico
Il secondo meccanismo psicologico coinvolto è meno evidente, ma è quello che spiega quale sia il senso di costruire una carriera scolastica che confermi la propria opinione negativa di sé.
Al contrario di quello che accade con alcuni i ragazzi intelligenti che vanno male a scuola ma non si impegnano, questi adolescenti studiano sul serio.
Controllare gli avvenimenti in modo da assicurarsi dei fallimenti che confermano un’immagine negativa di sé serve a gestire la paura del tonfo: meglio procurarsi una sconfitta che avere aspettative positive e vedersele negate
La situazione non cambia perché c’è un vantaggio ad alimentare il circolo vizioso di fallimenti scolastici: soffrire per non soffrire troppo.
Non avere buoni risultati ha una funzione protettiva dell’autostima: “Non mi sono messo in gioco sul serio, quindi non posso sapere se sono intelligente o stupido”.
Se studiassi in modo adeguato e non ottenessi risultati penserei che è colpa mia, e questo non lo sopporto. Starei troppo male.
Cosa fare
Studiare senza risultati, quindi, è una condizione insoddisfacente e dolorosa che ha la funzione di controllare le proprie emozioni negative nel tentativo di assicurarsi di non soffrire troppo.
Tutti i meccanismi psicologici di questo tipo, però, tendono ad essere inefficienti; non solo dal punto di vista delle energie “buttate al vento”, ma anche dal punto di vista emotivo.
Insomma, il ragazzo finisce per soffrire molto di più di quanto non farebbe cambiando l’immagine negativa che ha di se stesso.
Come dicevo, le difficoltà scolastiche offrono spesso l’occasione per scoprire le difficoltà emotive di un adolescente.
Partendo da quello che (non) combina a scuola, diventa possibile offrirgli un’alternativa.
La psicoterapia di un ragazzo che va male a scuola riguarda ben poco la scuola: c’entra con la possibilità di portare l’adolescente a scendere a patti con se stesso e ad avere un’immagine serena e gestibile di sé e delle proprie capacità.
I risultati scolastici sono una conseguenza di questo cambiamento intimo.