Mio figlio di 20 anni non esce

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Mio figlio di 20 anni non esce

Un figlio di 20 anni che non esce di casa e fatica a socializzare è una situazione che presenta interrogativi e specificità relative ad un’età particolare.

Quello dei primi vent’anni è un periodo che sta a cavallo fra l’adolescenza e l’età adulta, in cui spesso le difficoltà adolescenziali rendono più complicato il raggiungimento degli obiettivi di autonomia e libertà caratteristici dell’età adulta.

Per questa specifica fascia di età si parla solitamente di “prolungamento delle difficoltà adolescenziali”; direi che si tratta di un’espressione utile, ma che necessita di qualche chiarimento.

Ad esempio, come fa l’adolescenza a “trasbordare” fuori dai propri confini? E poi, quali sarebbero questi confini?

Partirei da alcune riflessioni, forse un po’ banali, ma che non si possono evitare: gli adolescenti si trovano davanti a delle difficoltà che si impegnano spontaneamente a superare, allenando contemporaneamente i loro strumenti intellettivi, relazionali, emotivi, etc…

Questi compiti sono sia qualcosa di imposto dall’esterno (es: terminare il ciclo della scuola dell’obbligo, conseguire la patente) sia qualcosa di imposto dall’interno, nel senso di una spinta alla crescita più fortemente influenzata dalle caratteristiche personali (es: formare delle amicizie, sperimentazioni amorose, costruire un’immagine di sé sufficientemente positiva).

Le due dimensioni si mescolano costantemente.

La scuola, ad esempio, è un luogo assolutamente privilegiato per la formazione dell’identità personale e delle capacità sociali e le difficoltà scolastiche permettono spessissimo di intravedere delle difficoltà emotive sottostanti.

Alcuni adolescenti presentano delle difficoltà significative in alcune aree, difficoltà che possono essere difficili da rilevare in alcune condizioni. Certi ragazzi, ad esempio, possono non sembrare in difficoltà dal punto di vista dei rapporti con gli altri ma, con la fine della scuola, si possono trovare improvvisamente soli.

Guardandosi indietro e ricostruendo cosa sia successo ci si può accorgere, ad esempio, che un adolescente può aver partecipato in modo un passivo al suo gruppo di amici, affiancandosi agli altri più che coltivando in modo attivo il rapporto.

L’ingresso nel periodo dei 20 anni può essere sicuramente un momento di crisi, se fa riemergere fragilità sopite negli anni passati.

Perché mio figlio di 20 anni non esce. Spiegarsi la crisi.

La fine del periodo della scuola superiore, così come il passaggio fra le medie e le superiori, è un passaggio che comporta una rivalutazione di sé da parte del ragazzo.

Affrontare le difficoltà che riguardano il passaggio all’università o il passaggio al mondo del lavoro può diventare particolarmente complicato se questo entra in conflitto con la sua percezione di saper stare al passo, di essere una persona capace.

Le difficoltà dell’adolescenza possono riacutizzarsi, cioè, se il ragazzo ha la sensazione di avercela fatta “per il rotto della cuffia”, finora, e può avere la percezione che i nuovi impegni, con le nuove richieste di autonomia, siano fuori dalla sua portata.

La socializzazione rientra certamente fra questi nuovi compiti della crescita, anzi: se la scuola garantiva un ambiente sociale sufficientemente protetto, il mondo extrascolastico richiede uno sforzo ulteriore da parte del ventenne, sforzo che, appunto, può non sentirsi in grado di fare.

Perché non esce?

Mio figlio di 20 anni non esce. Non è una cosa normale, a vent’anni bisognerebbe essere esplosivi, pieni di voglia di fare, sempre a conoscere gente nuova… perché è così?

Come dicevo, questi problemi di socializzazione trovano sicuramente un ostacolo ulteriore in un cambio “forzato” di ambiente ed abitudini, ma attribuirli solo a cause esterne rischia di essere molto controproducente.

Sulle cause esterne non abbiamo molto potere, ma se c’è qualcosa che non funziona bene dentro di noi, possiamo provare ad intervenire su quello.

Un ragazzo di vent’anni che non esce con i coetanei spesso è una persona che parte scoraggiata, e che sente che per lui la socializzazione è quasi una cosa al di fuori dalla sua portata.

In che senso?

Il ventenne che non esce spesso non si sente attrezzato per uscire con gli altri: sente che non saprebbe da che parte iniziare e soprattutto dubita di avere le qualità giuste per interagire con gli altri.

Non è, però, una questione di competenze sociali: l’interazione viene frenata da dei dubbi sul proprio valore.

La paura di perdere la faccia, di non sapere come comportarsi e soprattutto di trovarsi coinvolti in episodi che saranno fonte di vergogna e mortificazione dipendono da una profonda mancanza di fiducia nelle proprie qualità e la conseguente paura che tutti questi difetti emergeranno in modo evidente durante l’interazione con gli altri.

Quando si ricostruiscono le motivazioni che hanno portato un ragazzo ad evitare la socializzazione (non uscire) o a dedicarsi prevalentemente ad attività di socializzazione avvertite come più gestibili, come quelle con poche persone note, con amici selezionati e spesso di lunga data o con persone conosciute online (spesso attraverso i videogiochi) si tende a scoprire che queste hanno in comune la ricerca di rassicurazione.

Insomma, il desiderio di interazione con gli altri viene lasciato emergere solo a patto che vengano rispettate delle condizioni di sicurezza che hanno lo scopo di proteggere l’amor proprio.

È utile pensare che alla base di queste situazioni ci sia una carenza di autostima; è come se il pensiero sottostante fosse:

Non valgo granché, e gli altri se ne accorgeranno. Meglio evitarli, per evitarmi un dolore.

Questa è una situazione che viene avvertita soggettivamente come molto mortificante, così tanto che, col passare del tempo, il ragazzo può iniziare a pensare che sia preferibile pensare di non aver interesse per la socializzazione.

Se ciascuno ha diritto a ricercare il livello di vicinanza con gli altri che ritiene più adatto per sé, quando la scelta di evitare gli altri dipende da una valutazione eccessivamente negativa di se stessi il motivo principale tende ad essere autoprotettivo:

  • non è una scelta orientata a trovare il tipo di relazionalità che rende più felici,
  • ma a trovare il modo di stare meno male possibile.

Il caso di un figlio di 20 anni che non esce

[È importante capire se non esce perché non vuole o perché non può.][Video con sottotitoli]

Un chiarimento: non si tratta di scelte consapevoli, ma di situazioni in cui ci si trova inconsapevolmente, spinti dal desiderio di evitarsi delle sofferenze.

Nel caso di una persona di 20 anni che non esce, il problema non riguarda solo l’impoverimento delle reti sociali, con tutto quello che ne può conseguire di negativo, come la difficoltà di stabilire una relazione sentimentale o di appoggiarsi alle persone del proprio ambiente per le proprie necessità emotive e pratiche.

Dal punto di vista emotivo, non uscire mai significa alimentare una visione negativa di sé.

Il ragazzo trova dei difetti in se stesso, solitamente mettendosi a confronto con gli altri, e legge le differenze fra sé e i propri coetanei come delle conferme:

  • gli altri lavorano e io no. Mi imbarazza troppo presentare un curriculum, quindi non sono tagliato per farlo
  • gli altri sono disinvolti, quando interagiscono fra di loro, io non so cosa dire
  • gli altri hanno avuto esperienze sentimentali e sessuali, io non so come avvicinare una persona che mi piace

Valutazioni di questo tipo contribuiscono a costruire una sensazione generalizzata di fallimento che conferma l’idea di dover evitare il contatto con gli altri perché si avverte che il confronto sarebbe impietoso.

Come accennavo, è utile pensare che le basi di queste valutazioni di sé siano state gettate negli anni precedenti alla tarda adolescenza, ma che sia successo qualcosa che ha rotto l’equilibrio precario che ha permesso al ragazzo di non mostrarne in modo troppo evidente i segnali fino ad adesso.

Approcciarsi con tatto

Questa rottura, nonostante sia inevitabilmente dolorosa, ha l’effetto positivo di portare a galla una sofferenza che prima era latente.

Sentirsi insoddisfatti di se stessi è una condizione molto spiacevole, che fornisce un’utile motivazione a rivolgere lo sguardo sugli aspetti negativi sé: sono dolorosi e insopportabili, ma è possibile ricostruire un’immagine ragionevolmente positiva di sé solo imparando a tollerarli. Se non fosse stato così, non sarebbe stato possibile integrarla.

Nonostante si tratti di una problematica di origine adolescenziale, un ragazzo di vent’anni si trova al limite ultimo dell’adolescenza.

Affrontare con lui un tema così personale e delicato richiede prima di tutto un rispetto della sua autonomia di giudizio (spesso avvertita come fragile e minacciata proprio perché non incontra ancora una piena autonomia economica e pratica): se sente che non si vuole tormentarlo ma che invece si desidera offrirgli la possibilità di stare meglio perché si è preoccupati per lui, le possibilità di una risposta positiva aumentano.

Le imposizioni e un confronto duro tendono ad essere controproducenti: bisogna ricordarsi che evitare le relazioni intime non è solo un guaio, ma anche il tentativo di trovare una soluzione alla percezione della propria inadeguatezza. Per lui non è facile rinunciare a questa piccolo spazio di sicurezza personale, se non si sente sufficientemente sereno e tutelato nei propri cauti tentativi di esplorare delle strade alternative.

Bisogna tenere a mente che si tratta di processi psicologici che attivi da anni e non possono essere eliminati con un colpo di spugna: ci vorrà tempo, prove e un po’ di cautela, e può essere necessario ricostruire la comunicazione con il ragazzo, prima di proporgli un aiuto.

La prospettiva di rivedere la propria immagine di sé può essere spaventosa, e si può sentire un gran desiderio di non provarci, ripiegando su quello che già si conosce, anche se si tratta di un’esperienza dolorosa. Quando è possibile fare affidamento anche solo su un briciolo di desiderio di cambiamento, però, si può legittimamente sperare in un futuro più sereno.