Come aiutare mio figlio adolescente a socializzare

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Come aiutare mio figlio adolescente a socializzare

Per chiarirsi le idee su come aiutare un figlio a socializzare, è utile puntualizzare cosa siano i problemi di socializzazione in adolescenza.

Se alcuni adolescenti, tendenzialmente introversi, fanno fatica ad avvicinare gli altri, ci sono anche adolescenti che sembrano voler allontanare di proposito i loro coetanei.

Se da un lato il passaggio fra scuola media e superiore e quello fra scuola superiore ed università pongono la difficoltà oggettiva di un esordio sociale in un ambiente nuovo, per gli adolescenti che hanno particolari difficoltà a relazionarsi con gli altri il vero ostacolo non sono i problemi immediati (es: come avvicinarsi agli altri, capire con chi legare, capire quanto esporsi) ma quelli di una natura emotiva più intima.

Un evento come un cambiamento di contesto (la scuola) si accompagna sempre ad una rivalutazione di sé. L’adolescente si chiede:

Sono capace di avvicinare gli altri?

Sono sufficientemente interessante?

Posso competere con gli altri senza perdere la faccia?

Una questione di stima di sé

Gli adolescenti che hanno problemi di socializzazione sentono di uscire sconfitti da questo bilancio e iniziano ad avvertire le normali difficoltà del contatto con gli altri come un obiettivo irraggiungibile.

L’effetto di queste amare conclusioni sono frutto di processi mentali prevalentemente inconsapevoli: il ragazzo, cioè, solitamente è consapevole solo di essere scontento di sé e non di rifuggire gli altri perché non sopporta il confronto con loro.

Anzi, spesso si mostra indifferente nei confronti dei coetanei o costruisce una facciata altezzosa che vorrebbe comunicare al mondo che stare con gli altri sarà pure tanto bello, ma lui non ne ha bisogno.

Il suo comportamento, contemporaneamente, cambia (ed è questo quello che fa allarmare i genitori, solitamente):

Non è solo una questione di carattere: se l’adolescente sente di non riuscire a trovare un punto di contatto con l’universo sociale e inizia a pensare di non essere in grado di farlo non siamo davanti ad una persona introversa che esercita una legittima scelta.

L’adolescente isolato evita gli altri perché il contatto con loro sollecita delle emozioni molto dolorose per lui: l’idea di avvicinare gli altri lo fa sentire poco capace, poco competente, fallito.

Le difficoltà di socializzazione vengono alimentate da una mancanza di autostima che non solo distrugge il desiderio a socializzare, ma crea un modo di pensare ostile alla socializzazione.

L’adolescente pensa che se proverà ad avvicinarsi agli altri fallirà e questo fallimento gli procurerà il grande dolore di pensare di essere un buono a nulla.

Se i rischi della socializzazione diventano questi, è chiaro che l’adolescente in questione vorrà tenersene bene alla larga.

[Socializzare vuol dire anche cedere agli altri dei pezzi della propria mente perché se ne prendano cura e prendere dentro di sé dei pezzi degli altri accettando di venire influenzati da essi.]

Perché i genitori si chiedono come aiutare un figlio a socializzare

Vedere un figlio in difficoltà è un dolore immenso per i genitori.

Pensare all’idea che il proprio ragazzo possa avere così poca fiducia nelle proprie possibilità, poi, tende a spingere i genitori a voler mostrare al figlio che non ha motivo per dubitare di sé.

Una delle reazioni più frequenti è quella di aiutare il figlio rimettendolo sulla strada della socializzazione:

  • provando ad organizzare per lui delle uscite
  • invitando amici con figli a casa propria
  • monitorando i suoi contatti sociali con domande e incoraggiamenti

Questo tentativo di contagiare il ragazzo con la propria voglia di vederlo uscire, dettata dalla preoccupazione, è alimentata le migliori intenzioni ma tende ad ottenere dei risultati negativi:

I motivi importanti per cui l’adolescente non si lascia aiutare sono due:

  • la tutela della propria autostima! Il ragazzo sente di non dover socializzare, perché socializzare lo espone ad un’immagine così negativa di sé da spaventarlo ancora di più della prospettiva di non avere nessuno vicino.
  • Gli aiuti non vengono facilmente accolti: non solo manca la motivazione a socializzare ma, per l’adolescente con una fragile autostima, accettare di essere aiutato rischia di diventare un’ulteriore valutazione negativa di sé: “Devo essere aiutato perché non sono capace”.

Niente di cui vergognarsi, a non essere capaci, verrebbe da dire. Se però abbiamo davanti un adolescente fragile, per lui la differenza fra “non essere capace” ed “essere incapace” può essere molto sfumata.

L’adolescente che non riesce a socializzare, dunque, tiene lontani i coetanei e tiene lontani anche i propri genitori. Questo significa che bisogna lasciar stare?

[Aiutare a socializzare un adolescente passa prima di tutto una sintonizzazione con lui.][Video con sottotitoli]

Come aiutare un figlio adolescente a socializzare senza ferirlo

Spingere l’adolescente alla socializzazione significa rischiare di rigirare il coltello nella piaga, perché la socializzazione è strettamente legata alla visione (negativa) di sé dell’adolescente.

Quando respinge l’aiuto dei genitori l’adolescente lo fa sulla scia di un ragionamento implicito:

Non c’è niente da fare, sono fatto così. Vuol dire che dovrò cercare un modo di soffrire il meno possibile.”

Questo ragazzo è terrorizzato dalla prospettiva di essere messo a nudo e di perdere la faccia. Sente di essere marchiato da un difetto orribile.

La paura e il dolore emotivo sono così forti da non permettergli di guardare obiettivamente a se stesso.

Questo è importante inizino a farlo i genitori. La prima vera prova per i genitori è quella di pensare di poter accettare le sue difficoltà.

Questo non sarà sufficiente per permettere all’adolescente di fare lo stesso, ma permetterà di ricostruire un dialogo che adesso è impossibile.

La socialità va ricostruita a partire da una buona immagine di sé.

Pensare che si è dispiaciuti perché non esce con gli altri, ma che questo è solo un problema e non un marchio di inettitudine, aiuta l’adolescente a riacquistare questa immagine positiva.

Questo significa non solo rimandargli buona immagine di sé per le cose positive che si apprezzano di lui, ma anche rispettare le sue decisioni anche quando sembrano controproducenti (non uscire, passare molto tempo a giocare ai videogiochi, non condividere sempre i propri pensieri).

Provare a spingerlo fuori casa non ottiene risultati; metterlo nelle condizioni perché possa tornare a pensare di essere capace di entrare in contatto con gli altri è tutta un’altra storia.

Questo non significa che la legittima preoccupazione dei genitori vada zittita: gli si può dire che si è preoccupati dall’idea che abbia pochi amici e, quando si riesce a creare un’atmosfera di libera espressione anche su temi difficili, per l’adolescente può essere molto importante continuare a porsi la domanda: “Mi sto perdendo qualcosa?”.

Se questa domanda diventa sovraccarica di ansia, da parte dei genitori o da parte del ragazzo, il risultato sarà la una fuga verso la sicurezza dell’isolamento.

La preoccupazione per le difficoltà di socializzare, cercare di capire come aiutare un figlio a socializzare è utile:

  • rileva che c’è un problema,
  • che l’adolescente non è in grado di gestirlo da solo
  • e che va aiutato.

Ma la preoccupazione va prima di tutto gestita. Essere sereni aiuta a valutare se il proprio figlio adolescente stia abbastanza bene da poter riprendere da solo una socialità serena oppure se abbia bisogno di aiuto.

Non essere troppo spaventati dalle difficoltà dell’adolescente che non socializza è il miglior modo per riuscire davvero a cambiare le cose.

Per capire di cosa abbia veramente bisogno sarà importante fare attenzione ai momenti in cui l’adolescente si lascia scoprire: quando confessa quello che prova (spesso scoppiando), ma anche quando si mostra arrabbiato ed esprime in modo diretto le proprie frustrazioni.

Vivere questi momenti e ripensarvi renderà possibile intravedere le sue difficoltà, trovare un punto di contatto con lui e, quando necessario, proporgli un aiuto.