Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Venire aggrediti fisicamente da un figlio è una situazione che può fare male non solo da un punto di vista fisico, ma è una situazione che tocca molto da un punto di vista emotivo.
Si tratta di una situazione davanti alla quale ci possono essere vari tipi di reazione.
Una delle più frequenti e quella della resistenza passiva o semi-passiva, cioè di subire i colpi, di fermare le braccia, di tenere il ragazzo per le spalle, insomma quasi di farsele un po’ dare, spesso con la speranza che questo approccio dolce consenta di creare un dialogo con l’adolescente.
Ci sono molte cose che accadono in questo tipo di reazione e che ha senso provare capire attraverso una lettura più precisa.
Partendo da una cosa quasi banale, ad esempio, questi modi morbidi sono una valida alternativa ad una contro-reazione, cioè di rispondere alla violenza con la violenza:
- non reagire significa non convalidare il registro della violenza come un registro che è possibile prendere per buono.
Allo stesso tempo, inoltre, viene proposta alternativa alla violenza, cioè quella di passare al registro verbale, al dialogo, alla possibilità di capirsi, di capire cosa non sia andato bene, “Cosa è successo?“, “Perché sei così nervoso?” e via di questo passo.
Viene proposta una nuova via espressiva:
“Lascia ferme le mani e prova a mettere in parole quello che ti accade“.
Come obiettivo di lungo periodo è proprio quella la strada più desiderabile o perlomeno una delle strade più desiderabili.
C’è da chiedersi se questo sia già realizzabile cioè, per così dire, nel momento della zuffa.
Quando un figlio ti aggredisce: quando e come intervenire?
Di solito, il momento in cui il ragazzo è così arrabbiato è già un momento in cui si è andati oltre la possibilità di avere uno scontro prevalentemente verbale.
Il momento in cui un ragazzo è arrabbiato e, magari, alza anche le mani è sostanzialmente una sorta di situazione di emergenza che si può provare a gestire
- anche solo con l’obiettivo di sopravvivere all’episodio senza che succeda qualcosa di particolarmente brutto,
- e con la consapevolezza che quello dello scontro diretto è un momento particolarmente difficile in cui tentare di concretizzare un cambiamento.
Allo stesso tempo, non si può di certo negare che sia necessario, in qualche momento, puntare ad un cambiamento.
Assumere un atteggiamento prevalentemente passivo davanti ad un ragazzo così arrabbiato, invece, rischia di entrare in contrasto con questo obiettivo e di aumentare invece il suo stato di agitazione.
Cioè,
- lasciarsi fare di tutto senza reagire e senza dire niente
- oppure rimanere inchiodati dalla propria frustrazione o perché non si sa cosa fare o perché si avrebbe una forte voglia di bloccare la situazione con un ceffone
sono delle situazioni che rischiano di non raccogliere quello che il ragazzo ha messo sul tavolo.
Quindi, in breve, qualcosa bisogna farlo.
Le reazioni possibili, però. rischiano di polarizzarsi su due estremi:
- quello del lasciarsi toccare e mettersi in ascolto del ragazzo
- oppure quello completamente spostato sul versante rieducativo, cioè su come impedire che questa situazione si ripeta.
Quando un figlio ti aggredisce: provocare, educare, ascoltare l’adolescente arrabbiato
[Nel video il dott. Albertinelli e la dott.ssa Pontani discutono delle difficoltà nella gestione della rabbia adolescenziale].
Quando ci si mette nella posizione in un ascolto disponibile nei confronti del ragazzo c’è il rischio che questa posizione sia addirittura provocatoria.
È come se si provasse a proporgli:
“Hai qualcosa di così importante da dirmi che sei disposto ad alzare le mani per farlo? Molto bene io sono disposto ad ascoltarti però facciamo finta che queste botte non ci siano state“.
Nella maggior parte dei casi, però, non si riesce a fare finta sul serio che quelle botte non ci siano state e questo accade anche perché nella maggior parte dei casi si accompagnano a un certo senso di colpa da parte dell’adolescente.
Quando si prova ad ascoltarlo durante la sua tempesta rabbiosa, si finisce per tentare di aiutarlo a rappresentarsi questo suo stato di alterazione emotiva senza però avvicinarvisi tanto da modificarlo, senza poter incidere su questa alterazione.
Al polo opposto, invece, ci sono tutti quegli interventi genitoriali che hanno a che fare con le regole, con i confini, con delle misure drastiche, con il rifiuto del contatto, col prendere la porta dall’altra stanza, col rifiutarsi di averci a che fare quando è così arrabbiato, all’uscire di casa quando non si riesce a fermare l’esplosione.
Le reazioni dure hanno l’effetto di sottolineare il fatto che sta succedendo qualcosa di inaccettabile ma di non riuscire a raccogliere quello che quel ragazzo vuole comunicare che è l’elemento, a ben vedere, più importante.
Perché avrebbe bisogno di fare qualcosa lo metterà nei guai, che lo metterà in difficoltà, che lo farà stare male, se non sentisse che così risponde ad un proprio bisogno? Se non sentisse che c’è anche un’utilità in questo comportamento problematico e doloroso?
Attraverso l’aggressività, l’adolescente prova a soddisfare un bisogno di natura emotiva al di fuori di sé, cioè cercando di modificare il mondo attorno a lui.
Per modificare, prevalentemente, il rapporto con le persone attorno a lui, da cui si sente di volta in volta, frustrato, non ascoltato, frainteso, accusato, maltrattato… con grande dispiacere dei genitori che, contemporaneamente, faticano a vedere come il loro comportamento possa avere un effetto così estremo.
L’aggressività nasce anche perché l’adolescente non sa come modificare il modo in cui lui si sente.
Questi momenti di rabbia, quindi, rappresentano la situazione di bisogno e il tentativo di risolverlo attraverso una modalità problematica.
Quando un figlio ti aggredisce: aiutare l’adolescente a trovare soluzioni.
Quindi, sostanzialmente, bisogna cercare un difficile punto di mezzo fra i due poli, quello morbido e quello duro, e cercare contemporaneamente
- di sopravvivere alla situazione, cioè non accettare di convalidare quel tasso di aggressività e di subire le azioni del ragazzo,
- e allo stesso tempo cercare di far passare un messaggio di natura emotiva, di toccarlo.
Cioè, nei momenti di aggressività ingestibile è legittimo e sensato anche prendere la porta; quello che però non è possibile fare non parlare mai più dell’episodio, perché, semplicemente, si ripresenterà.
Quello che può essere importante fare è non avere paura di aprire la bocca e dire esplicitamente quello che si pensa che sia successo, cioè tentare di dare voce al bisogno che il ragazzo riesce ad esprimere solo in questo modo così turbolento.
Queste situazioni presentano anche un altro rischio, cioè quello di offrire la tentazione di poterle trasformare in situazioni in cui sfogarsi: dopo aver subito l’attacco, cioè, si può avvertire una forte spinta a vendicarsi non con le mani ma con le parole.
Si tratta di una cosa, tra l’altro, che il ragazzo probabilmente si aspetta, teme e che potrebbe generare altra rabbia, perché chiuderebbe la possibilità di uno scambio fondato sull’elaborazione di emozioni che quel ragazzo non sa governare da solo.
L’intensità di queste situazioni rende più difficile pensare alla natura della comunicazione emotiva in corso. Il punto è che si crea già nell’intenzione ragazzo una disponibilità alla comunicazione emotiva, anche se non particolarmente semplice da cogliere. Non si tratta nemmeno di una chiusura ermetica, però.
Quello che si può tentare di fare è di sfruttare per quanto possibile l‘episodio rabbioso come apertura di questo canale emotivo e di vederlo anche come un’opportunità che ragazzo dà per essere toccato.
L’episodio rabbioso è anche espressione di un desiderio di essere toccato emotivamente.
Si tratta, però, di un contatto che può verificarsi prevalentemente quando la tempesta è passata, però, e quando la tempesta è stata accolta,
in un certo senso.
Questa considerazione può aiutare a tirare le fila di tutto il discorso: “accogliere”, in questo caso, non vuol dire essere dei testimoni passivi ma tentare di costruire assieme a lui un messaggio che voglia dire:
“Io ci sono per te ma così non va bene.”
È cioè necessario che nella risposta dei genitori le due componenti, morbida e dura, affettuosa e autorevole, è necessario che ci siano entrambe.
Un piccolo esempio si può trovare pensando alla possibilità che ci siano delle conseguenze concrete per l’adolescente se durante una sua esplosione, spacca delle cose, se distrugge delle porte, gli oggetti di casa e così via.
Queste conseguenze, come punizioni o limitazioni della libertà non dovrebbero successivamente venire meno quando ci si fa giustamente intenerire dal disagio che inevitabilmente proverà l’adolescente.
Lo stesso atteggiamento autorevole contiene una componente morbida, affettuosa ed empatica al proprio interno.
È importante che i genitori per primi possano avere il coraggio di percepire la funzione di aiuto di un intervento autorevole:
“Questo modo di stare al mondo così non funziona. Avendo rispetto per me avrai anche rispetto per te stesso.“
Ovviamente, è molto improbabile comunicare un messaggio del genere con queste parole ed è improbabile che sarebbe utile farlo così.
È il tipo di cose che si rischia di non riuscire a dire nel momento in cui, ad esempio, ci si sente colpevoli perché si percepisce il ragazzo come “fuori controllo”, o colpevoli perché si ha la sicurezza che si verrà disprezzati e non ascoltati.
Insomma, davanti all’adolescente arrabbiato si rischia di sentirsi completamente impotenti, come se tutte le parole passassero attraverso il ragazzo senza lasciare nessuna traccia, mentre di solito non è così.
Nelle situazioni in cui un rimprovero ha senso e il ragazzo è in grado di accettarlo, anche solo parzialmente, spesso è atteso come un qualcosa che è capace di dargli un autocontrollo che lui stesso sente di non avere.
Ne può avere così bisogno che nel momento in cui i genitori glielo propongono l’adolescente può avvertire il bisogno di sfidarli:
“Dimostrami che questa misura ha senso e dimostrami che arriverai fino in fondo, e che non cederai. Dimostrami che sei capace di gestire le mie emozioni assieme a me e che andremo in fondo.”
Quando si inizia a intravedere qualcosa di quelle emozioni che l’adolescente arrabbiato intende comunicare, la forma del suo star male, inizia a diventare possibile che si crei qualche scambio con lui, sotto forma di qualche momento cui sarà tranquillo e potrà anche vergognarsi un po’ di come si è comportato, vorrà parlarne, scusarsi e così via.
A quel punto anche mettersi ad ascoltarlo avrà una doppia valenza: quella dell’ascolto delle sue difficoltà emotive che non sa come risolvere, e quella allo stesso tempo della richiesta autorevole:
“Ti ascolto perché non stai bene e ti chiedo di contribuire al fatto di stare meglio.”
Cosa, quest’ultima, che tra l’altro vuol dire anche comunicargli che si pensa che si ha fiducia in lui e nelle sue risorse e, sorprendentemente, potrebbe proprio essere una delle cose più importanti.