Rabbia incontrollata: le cause psicologiche e come imparare a gestirla

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Rabbia e controllo: perché reprimere non basta

Se bastasse mettere un tappo sulla rabbia fuori controllo, saremmo barattoli e non persone.

Per avere un rapporto più sereno e anche più funzionale con la rabbia, bisogna uscire dall’ottica del controllo, che è pure una cosa necessaria, ma è l’ultimo anello di una catena che invece inizia con l’espressione di un bisogno. La rabbia può essere espressione di bisogni emotivi.

Se ci si pone il problema della rabbia, è proprio perché la rabbia, in alcuni casi – in molti casi – si dimostra una strategia inefficace.

Sostanzialmente: m’arrabbio, urlo, strepito, ma quel mio bisogno rimane lì, insoddisfatto.

Quindi, ad esempio, chi ha problemi con la rabbia ed arriva davanti a uno psicologo, di solito ci arriva perché quella rabbia gli ha causato delle difficoltà:

  • nella vita,
  • in relazione al lavoro,
  • con gli amici,
  • ahinoi, anche con la giustizia.

Altre volte una persona lo considera una specie di problema secondario, a cui non si dà tanto peso, di cui non ci si rende pienamente conto. Sostanzialmente perché si ritiene che la propria rabbia sia giustificata.

E non è una questione di giusto o sbagliato. Non deve essere una questione di giusto o sbagliato: nel valutare il ruolo della rabbia nella propria vita, ciascuno risponde alla propria coscienza e sensibilità per decidere quanto spazio può avere quel tipo di atteggiamento.

Altra cosa è tentare di essere onesti con se stessi, nel tentativo di vedere:

  • se quella rabbia causa dei problemi nella propria vita,
  • e – tasto ancora più dolente – se se ne ha il controllo davvero oppure no.

Questa, direi, è la parte più interessante del fatto di occuparsi dei propri attacchi di rabbia: la questione delle conseguenze negative da prevenire. Questa è una cosa che si può decisamente desiderare di prevenire.

“Essere più o meno irritabile può essere, tutto sommato, una cosa che non mi interessa. Ma se io mi complico la vita e sospetto che la rabbia c’entra con questo, allora occuparsene può diventare una cosa interessante.”

Le principali cause psicologiche della rabbia

Adesso farà alcuni esempi che siano il più possibile vicini all’esperienza, cioè a quello che una persona può sperimentare in prima persona.

Quando la rabbia nasconde bisogni emotivi profondi

Un primo, frequentissimo esempio possono essere quelle esplosioni rabbiose che si potrebbero interpretare con un “Ma quando viene il mio turno?

Questo tipo di espressione rabbiosa è caratteristica di persone che:

  • tendono a sacrificarsi molto per gli altri,
  • si fanno mettere i piedi in testa,
  • …fino a che non si usurano.

Nel mare di questa loro generosità, corrono il rischio di non vedere che, con la gentilezza e con la generosità, quello che si sta facendo è anche provare a controllare gli altri.

Nella forma più semplice:

  • se io sono buono con te,
  • mi aspetto (e voglio, e spero) che tu faccia altrettanto con me.

Visto che la rabbia ha un ruolo piuttosto centrale nella gestione di molti conflitti, essere buoni sempre si rivela una strategia fallimentare. Perché anche la rabbia deve avere un pochino di spazio.

Una persona che tendenzialmente vive in questo modo, se sente un discorso del genere, è facile che obietti: “No no, per carità! La rabbia è come avere un fucile appeso sopra al caminetto: è bene che resti là!

Perché avere le armi per le mani non è una bella cosa. Perché suggeriscono di correre per strada utilizzando queste armi in modo indiscriminato.

E se ci si ferma a pensare un istante, non è una visione molto realistica. Per fortuna, le persone abitualmente fanno un uso molto meno distruttivo della rabbia. Altrimenti non riusciremmo mai a correre il rischio di contrariare qualcuno.

Scusi, le avevo detto che il caffè era macchiato, mentre lei me l’ha fatto non macchiato.”

Un episodio del genere vuol dire essere capaci di una banale, minima assertività. Anzi, si perde di vista il fatto che:

  • gli altri sono sono tendenzialmente contenti di avere l’occasione di riparare a una loro mancanza,
  • a meno che non abbiano una colossale coda di paglia (e questo è un altro tipo di problema).

Questa visione della rabbia come qualcosa di spaventosamente distruttivo, da tenere per forza nascosto, è caratteristica di persone che vivono situazioni in cui prevalgono sentimenti depressivi, o che hanno tendenze depressive.

[La gestione dell’aggressività ha un ruolo molto importante nella cura della depressione, come testimoniato dalla letteratura clinica e quella di ricerca (ad es: gestione della rabbia nella cura dei sintomi depressivi)]

È una cosa che determina un tipo specifico di irrigidimento della propria visione del mondo:

  • penso di essere cattivo,
  • e se sono così è impossibile che io sia amato dagli altri.
  • Allora mi sacrifico per gli altri.
  • Però tendo a non ottenere il risultato che speravo.

Cioè non è sempre una buona idea essere sempre e comunque buoni e mettere in secondo piano i propri bisogni per ottenere amore. Anzi, gli altri tendono a capirti meglio e rispettarti di più se pretendi un po’ di soddisfazione dei tuoi bisogni emotivi.

Altrimenti non ci si accorge di creare una situazione che diventa un cane che si morde la coda: tu stesso produci l’idea che gli altri non ti rispettino, perché – per così dire – non chiedi mai di essere rispettato.

Davanti a quell’amore che pure vorresti, è come se dicessi: “No, non importa, faccio pure a meno. Vai avanti tu.”
È impossibile che non sia frustrante, prima o poi.

Un altro vantaggio dell’imparare un buon esercizio della rabbia è che ci si abitua a riconoscere le persone che possono effettivamente dare amore, e fare tutto il possibile per distinguerle da:

  • chi ha la colossale coda di paglia di cui parlavo prima,
  • o altre caratteristiche di personalità che li rendono meno adatti ad ascoltare critiche o richieste.

Nel momento in cui si diventa capaci di distinguere chi è più probabile che ci dia amore, è facile che le interazioni con gli altri diventino infinitamente più soddisfacenti. Ci si sente, alla fine, molto più capaci di procurarselo, quell’amore.

La rabbia e il bisogno di essere amati e rispettati

Ecco un altro esempio di utilizzo piuttosto frequente della rabbia: usarla per vendetta, al fine di umiliare l’altro.

È una caratteristica di chi viene ferito emotivamente, soprattutto delle persone a cui capita di frequente di sentirsi emotivamente ferite e che quindi sentono l’urgenza di fare di tutto per invertire la rotta: “Tu sei più forte di me? Sia mai! Io sono più forte di te.”

E quindi contrattaccano.

Un problema frequente è che questa sorta di iperallerta verso i segnali di sopraffazione che arrivano dall’altro porta a contrattaccare più frequentemente di quanto non sarebbe utile fare.

Cioè, semplificando un po’, si finisce per interpretare come minacce atteggiamenti che minacce non sono.

Questo è un modo di vivere la rabbia che è caratteristico di persone che hanno una bassa autostima, cioè un’immagine particolarmente negativa di sé.

Attaccare l’altro vuol dire:

  • distruggere le potenziali critiche,
  • distogliere l’attenzione dai propri segni di debolezza.

Ci sono segnali esterni che mi fanno pensare male di me? Io questo non lo posso sopportare.

Allora, davanti a una difficoltà del genere, è utile mettere la rabbia in secondo piano e concentrarsi invece su quanto siano automatiche queste autovalutazioni negative, in cui una persona rischia costantemente di cadere.

Quando ci si persuade, piano piano, che:

  • tutte queste autocritiche possono non essere così autodistruttive,
  • avere dei difetti è una cosa con cui è necessario convivere,
  • non distrugge le proprie possibilità di successo nella vita,
  • alcune osservazioni su di sé possono essere riviste in positivo,

…allora quella rabbia spesso non ha più motivo di esistere, e tende ad andarsene da sé.

Psicoterapia e rabbia: uscire dai copioni mentali rigidi

Facendo questi esempi, come vedete, parlo anche dei cambiamenti che avvengono solitamente all’interno di una persona. Certo, in modo un po’ astratto.

Però è un punto essenziale: trovare un modo perché questi cambiamenti avvengano, sostanzialmente, è la cosa da fare per gestire la rabbia.

La risposta alla domanda “Che cosa bisogna fare davanti alla rabbia?” non è una cosa semplice.

Conoscere i meccanismi della rabbia, anche attraverso gli esempi che porto, è veramente la punta dell’iceberg. Una cosa come la psicoterapia serve, sostanzialmente, perché è un modo per:

  • trovare degli accordi fra persone (paziente e psicoterapeuta) allo scopo di creare una situazione in cui ripresentare i propri problemi
  • allo scopo di imparare a cogliere i segnali sociali che indicano che sto dando un’interpretazione povera del mondo, che vedo il mondo come se fosse un copione già scritto.

Ho paura che in un certo ambito le cose vadano male, come sono sempre andate“.

E per fortuna una parte di me capisce che non è così. Allora trovo una persona che sostanzialmente mi promette di essere capace di riconoscere questi pattern e di prendermi per la manina – tipo Virgilio con Dante – per portarmi fuori dalla selva oscura.

E questo “prendere per la manina” è meno passivizzante di come sembra: è fatto di molte ripetizioni, di dialoghi in cui il terapeuta segnala di continuo dove ci si incarta, e dove si ricade nel copione negativo già scritto.

Il copione che ciascuno di noi ha nella testa sulla propria vita.

Certo, alcuni copioni concedono meno libertà di altri. E non avere libertà, nel caso di cose come la rabbia eccessiva, vuol dire sostanzialmente che per un problema si riesce a produrre, rigidamente, grosso modo un solo tipo di soluzione: “Ecco, qui mi devo arrabbiare!

E invece no:

Non sei stato tamponato con l’auto da un uomo ubriaco,

quello che hai fatto è offrire il caffè ai colleghi ogni volta che andate al bar.

…e chi te l’ha detto che è un tuo esclusivo compito?

Ti sei incastrato da solo a fare questa cosa qua, che adesso ti fa arrabbiare?

Ecco: aiutare una persona a riconoscere da sé questi modi di stare al mondo è vero che può essere una cosa lunga (non sempre, per carità. È però una delle cose da capire).

Non ne varrebbe la pena se non aiutasse a cambiare, anche radicalmente, la soddisfazione che si trae dalla propria vita.

E se tutto va bene, tra l’altro, c’è anche lo spazio per farsi due risate davanti alla constatazione del fatto che a volte si è proprio ben poco padroni di come funziona la propria mente. E attraverso anche quelle risate si impara a sentirsi:

  • meno sconfitti,
  • più attivi nella lotta per riguadagnarsi un po’ di libertà.

Ad ogni modo, faccio un altro paio di brevi esempi che sono forse più lontani dalle esperienze più comuni, ma sono cose importanti.

Rabbia come difesa contro la sofferenza emotiva

Il primo è l’utilizzo della rabbia per allontanare l’altro.

Per alcune persone, se qualcuno si avvicina emotivamente, questa è una cosa che fa sentire sentimenti contrastanti, ingestibili:

  • ho molto desiderio della tua vicinanza
  • ma so – o meglio, penso di sapere – che non sarai emotivamente disponibile per me“.

Quindi, davanti a questa certezza, meglio evitare di soffrire. Allora ti allontano con tutte le forze che ho a disposizione. (Questo tipo di problemi sorge in particolare nel caso di relazioni romantiche o di rapporti con persone emotivamente importanti, come genitori, amici stretti o anche un mentore).

Da un lato spero che tu mi mostri di resistere a questo attacco, amandomi per così dire incondizionatamente – amandomi comunque, anche se ti attacco.

Dall’altro, però, non mi sto rendendo conto che così facendo diventa ancora più probabile che l’abbandono, di cui ho timore, si concretizzi.

Questo schema di esplosione rabbiosa è caratteristico di chi ha un disturbo borderline di personalità, e quindi ha come tratto centrale della propria vita la difficoltà a gestire i rapporti, soprattutto quando l’intensità emotiva si alza molto.

In queste situazioni, lavorare insieme serve a:

  • riconoscere i segnali di affidabilità e quelli di inaffidabilità che giungono dall’altro,
  • riuscire a tollerare l’ambiguità intrinseca nelle situazioni relazionali.

Noi riusciamo a capire qualcosa di quello che c’è nella testa dell’altro anche perché:

  • sappiamo aspettare,
  • raccogliamo più informazioni,
  • mettiamo assieme i pezzi di un mosaico.

Se pretendiamo di avere le idee chiare istantaneamente, ci esponiamo a una frustrazione esageratamente forte.

Acquisire questa capacità di autocontrollo ha anche la funzione di limitare proprio l’impulsività che caratterizza questo modo di vivere la rabbia: “Ho deciso che mi lascerai, per cui ti torturo e torturo me stesso preventivamente“. Tollerando l’attesa e l’incertezza, si imparano ad interpretare le vere reazioni dell’altro.

Rabbia che dà la colpa all’altro

Questo secondo – e ultimo – esempio: la rabbia può essere utilizzata anche per distruggere l’altro allo scopo di eliminare una minaccia interna.

Intesa in questo modo, si tratta di una forma di aggressività molto primitiva, che resta tale anche se viene espressa solo a parole, senza bisogno di passare ai fatti.

È un atteggiamento da cane che ringhia, che ringhia con convinzione – e, se non si sta attenti, è un cane che morde.

Si parla di qualcuno che:

  • sente che l’altro diventa una minaccia per la sua sicurezza,
  • deve assolversi urgentemente da ogni responsabilità,
  • l’altro è minaccioso e cattivo,
  • e se riesco a pensarla così, non mi devo rimproverare nulla.

Ogni sospetto di mie mancanze, di mie difficoltà, di miei difetti viene attribuito all’altro.

Il problema di fondo è che io non tollero l’idea di sentirmi inadeguato, fragile o attaccabile.

Ed è questa intolleranza a portarmi ad attribuire, con urgenza, la responsabilità interamente all’altro.

Questo, come credo si capisca, è un meccanismo che è caratteristico della paranoia.

In situazioni così, allargare lo spazio di autocritica è la cosa che aiuta a rimangiarsi – poco a poco – le proiezioni che si fanno sull’altro.

Ci sono, insomma, degli spazi più o meno accessibili per dire: “Ma sembra che tu fossi piuttosto preoccupato, piuttosto intimorito da questa situazione… Proviamo un po’ a vedere se è veramente così?

Conclusione: imparare a vivere la rabbia in modo costruttivo

Ho finito su un esempio che, certo, è abbastanza distante dall’esperienza immediata di molti di noi. Però può essere utile.

Perché tutti, in un certo senso, dobbiamo metterci nell’ottica di rimangiarci le interpretazioni automatiche del mondo che sono molto radicate nelle nostre menti.

E questa è l’unica strada per essere capaci di migliorarci.

Non è una prospettiva facile da assumere, perché può comportare:

  • molto dolore,
  • molta fatica.

Allora basta pensare a tutte le energie che si investono, a quanto ci si agita per attaccare un altro… E pensare che quella stessa irruenza può essere rivolta verso se stessi.

E ci sarà sicuramente un momento in cui si fa fatica a distinguere:

  • è un’assunzione di responsabilità necessaria per arrivare a una maggiore chiarezza?
  • o è l’ennesimo autoattacco?

Ma sostanzialmente, se vale la pena di assumersi questo tipo di dolore, è perché – nella maggior parte dei casi – ne vale la pena: la vita diventa più godibile.

La psicoterapia psicoanalitica aiuta a farlo in modo efficace [qui un breve riassunto in italiano sui criteri secondo cui si può parlare di efficacia]. Tu che rapporto hai con la rabbia?