Mamma ansiosa. Psicologia, Adolescenza

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Non è raro che una mamma di adolescente, dopo avermi esposto le preoccupazioni riguardo al figlio, aggiunga un commento sulla falsariga di

“Forse però sono io che sono ansiosa”.

Può sembrare una faccenda secondaria, a cui rispondere col tatto richiesto per questi temi e passare subito ad occuparsi più da vicino dell’adolescente.

[Parlo di adolescenti perché è la fascia d’età di cui mi occupo. Alcune cose sono applicabili a famiglie con figli più piccoli, altre no. Qualcosa di almeno un po’ utile spero si possa ritrovare in ogni caso.]

Se lo si prende seriamente, però, mi sembra che sia invece un commento da cui si possono estrarre delle informazioni piuttosto utili.

(Quando dico informazioni utili, intendo parlare sicuramente di qualcosa che è d’aiuto a me per capire in che modo essere d’aiuto, ma anche di qualcosa che può essere prezioso anche per la mamma in questione, ché mi pare anche più importante.)

Mamma ansiosa. Psicologia. Distinguere

Prima di tutto bisogna fare una distinzione: ci stiamo occupando di un commento frequente nel primo contatto mamma-psicologo o di vera e propria ansia.

Chiaramente non è la stessa cosa.

Sono ansiosa / mi preoccupo per niente / vedo delle cose che dipendono dal fatto che sono preoccupata.”

Questi sono commenti che possono avere diversi significati; quelli più importanti, dal punto di vista psicologico, sono quelli che non riguardano il piano del significato letterale ma quello implicito.

Ci sono anche casi, però, in cui la mamma in questione ci ha visto lungo e domanda in modo lungimirante: “La mia ansia come influenza mio figlio?

Vediamo più da vicino questi due casi.

[L’ansia può essere d’intralcio, ma anche d’aiuto.][Video con sottotitoli]

Mamma ansiosa a parole

Forse però sono io che sono ansiosa.”

Dire questo dopo aver raccontato di una situazione in cui c’è un adolescente che mette in difficoltà a volte serve ad aggiungere un dettaglio in più alla situazione.

Una famiglia di menti intrecciate

Partiamo da un presupposto: quando si vuole raccontare qualcosa di un figlio, si finisce per parlare di tutta la famiglia (mamma -chiaramente- compresa).

Con questo intendo dire che le menti delle persone che condividono uno stesso spazio affettivo, come accade in una famiglia, non sono collocate al 100% nella testa (o nel corpo) di ciascun componente di quello spazio.

Una porzione della mente di ciascuno (non facile da stimare, ahinoi) è distribuita sugli altri componenti della famiglia.

Due conseguenze:

  • Quando una mamma parla del figlio adolescente può dire di conoscerlo intimamente perché il figlio le consegna una porzione della propria mente nella speranza che lei se ne prenda cura. (Questo accade, ad esempio, nell’ansia legata ai voti dei figli).
  • Avviene però, e questo è meno scontato, anche il contrario: l’adolescente cresce anche prendendosi cura di un pezzettino di sua mamma. (Altrimenti come farebbe a diventare un soggetto adulto capace di affetto e cura, se non sentisse la responsabilità di occuparsi un po’ anche dei genitori, sotto la loro stessa supervisione?). È anche vero, però, che questo avviene in proporzioni non uguali: sono i genitori ad occuparsi prevalentemente dei figli e non viceversa.

Quello che ci può dire di interessante la psicologia in merito (la psicologia di derivazione psicoanalitica, perlomeno, che è quella a cui mi appoggio io) è che i confini personali sono un po’ più sfumati di come li percepiamo.

  • Quando una mamma parla dell’ansia che prova rispetto a suo figlio, quindi, dobbiamo immaginarsi che all’origine di questo pensiero ci sia anche l’adolescente stesso (!), che si rapporta alla mamma nel modo tipico di un soggetto in crescita che chiede sostegno ad un soggetto che si prende carico della sua crescita.

L’adolescente, cioè, se si trova a dover affrontare una situazione emotivamente carica che non riesce a gestire tipicamente non chiede espressamente aiuto in famiglia, ma usa delle vie sotterranee ed inconsapevoli di fare questa richiesta. Crea problemi, cambia atteggiamento o si comporta in modo tale da indurre un cambiamento in un genitore; ecco che la mamma si sente in ansia per il figlio, coglie che in lui c’è qualcosa che non va attraverso uno strumento fondamentale: la preoccupazione.

  • La comunicazione indiretta del figlio si tramuta in una sensazione di disagio per il figlio e, allo stesso tempo, sente una sorta di senso di estraneità per questa preoccupazione.

Giustamente, in questo caso la mamma non sa se questo senso di preoccupazione, confuso con l’ansia, sia motivato, perché non riesce a rintracciarne l’origine.

…certo che non può: la preoccupazione non si è potuta sviluppare in lei fino a che il ragazzo in difficoltà non si è impegnato a mettergliela in testa.

Essere legati ai figli

Un altro dei fondamentali aspetti a cui può rimandare il commento materno sull’ansia è una situazione di un doppio modo di vedere il figlio che a qualche livello caratterizza tutti i genitori: da un lato, i figlio sono vissuti come il miglior frutto dell’albero familiare, dall’altro come l’espressione diretta delle proprie qualità di genitori-giardinieri.

Da un lato, cioè, un figlio è anche un’estensione di sé. Ci si sente rappresentati da lui, si sente di aver fatto il possibile per farne una versione migliore e più amata di sé. Se qualcosa va storto, ci si vergogna, come se si avesse fatto qualcosa di sbagliato.

Il sentimento di vergogna e di fallimento nel proprio ruolo di genitore è una risposta frequentissima al disagio di un adolescente.

Questa è la situazione in cui una mamma può sentire che la sofferenza dell’adolescente rappresenti una macchia sul proprio curriculum di genitore.

Me ne sarei dovuta accorgere prima. Avrei potuto pensarci. Avrei dovuto comportarmi diversamente.”

Come a dire che se fosse stata migliore, il figlio non sarebbe stato male.

Questo senso di responsabilità verso il figlio apre al sentimento di colpa, che ha implicazioni diverse da quello di vergogna: oltre a sentirsi in sintonia con la sofferenza del figlio, il genitore in colpa si sente responsabile del suo dolore.

Parlare di ansia, in questo caso significa sia soffrire in prima persona, come si vede soffrire l’adolescente, sia sentirsi spinti a prendersi carico di questa sofferenza, con tutta la paura di fallire che è implicata in ogni assunzione di responsabilità.

Resistere alle brutte notizie

Abbiamo visto che parlare di ansia testimonia il legame fra mamma e figlio adolescente.

Mi devo occupare di te; me lo chiedi, ne hai bisogno e spero di esserne in grado.”

Questo quadro non può essere completo, se non si fa riferimento al fatto che tutto questo sia tutt’altro che una passeggiata.

Uno dei significati che possono essere assunti da una formula come “Forse però sono io che sono ansiosa” è

In realtà non occorre preoccuparsi davvero. Giusto?”.

I figli sono così importanti che la prospettiva che stiano male, anche quando non si può dire che stiano poi troppo male, è spaventosa.

Pensare di essersi inventata tutto o giù di lì può servire ad una madre per far scendere il proprio livello di tensione emotiva.

Questo è comprensibile e anche utile. Le madri hanno realmente un peso significativo da portare sulle spalle, quando un ragazzo non sta bene da un punto di vista psicologico.

Riuscire a pensare per un momento che la faccenda sia tutto sommato sopportabile serve anche a garantirsi un momento di tregua e sentirsi sufficientemente forti da occuparsene quando necessario.

Quando la mamma è ansiosa sul serio.

Abbiamo visto che temere di essere eccessivamente ansiosa ha diverse funzioni.

Ci resta da affrontare una prospettiva forse sgradevole ma di cui è importante parlare, cioè la prospettiva che la mamma in questione sia veramente una persona particolarmente ansiosa.

Se la questione si presenta come una delle prime preoccupazioni ad essere messe in campo, i casi sono due:

  • quest’ansia disturba perché non fa vedere chiaro
  • c’è la preoccupazione di aver “soffocato” l’adolescente con la propria ansia.

Non ci vedo bene

Abbiamo visto che “ansia” può voler dire preoccuparsi per l’adolescente e ora dobbiamo aggiungere che è vero anche il contrario: si può essere così ansiosi da non riuscire a vedere chiaramente cosa stia succedendo all’adolescente.

Sta male o no?

Partirei prendendo atto di un dato positivo: se ci si pone il problema, vuol dire che si è anche in grado di vederci almeno un po’ chiaro e di iniziare a contrastare l’eventuale tendenza a preoccuparsi troppo.

Ecco, l’ansia in questo caso può essere pensata come forma di preoccupazione eccessiva che dipende dall’urgenza di prendersi carico di un proprio problema. Solo che, prima di occuparsene, se ne prendono le distanze, come normalmente si fa quando è necessario pensare a mente sgombra a qualcosa. Il proprio problema viene proiettato fuori di sé, sull’adolescente in questo caso.

Come dicevo, però quando si ha la capacità di chiedersi se sia effettivamente l’adolescente ad essere in difficoltà, questo vuol dire che ci si è accorti di dover scendere a patti con l’idea fastidiosa e dolorosa di essere in difficoltà… e da qui si può iniziare a farlo.

Forse gli sono stata troppo addosso

Una madre ansiosa crea difficoltà a suo figlio?

Porre la domanda in questo modo brutale credo serva a poco, ma qui bisogna aggiungere che spesso sono i genitori stessi a porsela in questo modo. I genitori spesso sono i primi a non accettare l’idea di farsi alcuno sconto; come se non fossero costantemente impegnati per fare il meglio di cui sono capaci per i figli.

L’ansia, però, ha sicuramente un effetto sui figli; quale sia questo effetto dipende però dalla personalità del figlio, che è qualcosa che è in parte indipendente dai suoi rapporti con il genitore ansioso.

Alcuni adolescenti si sentono sovraccaricati del compito di doversi prendere cura di un genitore ansioso, altri iniziano ad essere ansiosi a loro volta, altri ancora diventano apparentemente impassibili; la maggior parte degli adolescenti, però, trova modo di far fronte all’ansia del genitore.

Cosa si può ricavare di buono da tutto questo (che è la cosa importante, poi)?

Iniziare a pensare di essersi appoggiati molto ad un figlio per via della propria natura ansiosa può avere l’effetto paradossale di spingere ad una presa di coscienza di questo proprio bisogno:

Ho capito che non è di lui che mi devo preoccupare, ma di me.”

Mamma ansiosa. Una risposta dalla psicologia?

Pensare di essere ansiosi è una prospettiva spiacevole, indipendentemente dal fatto che lo si sia veramente o dal fatto che quest’ansia rappresenti un aspetto specifico del proprio rapporto con l’adolescente.

Direi che una lettura psicologica almeno un po’ accurata di questo problema dell’ansia faccia vedere come si tratti di qualcosa di sfaccettato e che non vada ricondotto necessariamente ad una vera e propria ansia. Già questa distinzione penso possa far percepire l’ansia come qualcosa di meno estraneo.

Al di là della capacità di fare una lettura complessa di un caso come quello di cui abbiamo parlato, direi che c’è un aspetto importante, forse quello fondamentale anzi, che però si presenta in primo piano.

Pensare all’ansia può essere un modo di pensare a sé:

  • nel proprio rapporto con l’adolescente in difficoltà,
  • nel proprio ruolo di genitore
  • o come persona che si sente in difficoltà.

Le tre situazioni richiedono soluzioni diverse,

Temo queste risposte siano un po’ schematiche, ma almeno sono chiare e dirette.

Insomma, mi sembra che se c’è un tesoro nascosto in questo tema della mamma ansiosa, questo tesoro sia rappresentato dalla possibilità di sfruttare una situazione spiacevole per capire qualcosa di sé e della propria famiglia ed impegnarsi ad ottenere, in definitiva, una vita più soddisfacente.