Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Mio figlio non studia e non lavora
Uno degli aspetti più logoranti di una situazione in cui un figlio non studia e non lavora è la sensazione che il tempo scorra senza che nulla possa cambiare.
Questo è estremamente faticoso sia per i genitori che per i figli in questione, nonostante quest’ultimi a volte si comportino come se non ci fosse nulla di cui preoccuparsi.
Anche questo atteggiamento superficialmente provocatorio come questo può assumere un significato, quando si prova ad analizzare con cura la questione.
Negli ultimi anni la cronaca ha ripetutamente segnalato il dilagare del fenomeno dei giovani che non studiano e non lavorano, spesso usando il termine NEET (not in education, emplyment or training, cioè che non sono istruzione, non occupati e non in formazione) o con il termine di minor successo Né né (che si riferisce alla medesima situazione).
In Italia il fenomeno è particolarmente diffuso (qui i dati ISTAT) , tanto da rappresentare il paese europeo con il più alto numero di neet, con signifcative differenze interne (tasso più vicino alla media europea al nord, molto più alto al sud).
L’Italia è da anni caratterizzata da un contesto economico sfavorevole, con un effetti particolarmente negativi nei confronti delle possibilità di impiego dei giovani.
I fattori socio-economici, però, non gli unici ad entrare in causa, nelle situazioni in cui un figlio non studia e non lavora.
I fattori che più mi sono familiari, come psicologo e coordinatore della squadra di TuoPsicologo, sono naturalmente quelli di natura emotiva e parlerò di questi, pur tenendo conto del fatto che i fattori emotivi non danno una spiegazione alternativa ma, il più delle volte interagiscono con le condizioni del mondo in cui il ragazzo in questione vive.
Cosa succede a questi ragazzi
“Mio figlio non studia e non lavora! …di chi è la colpa?”
Davanti a situazioni così difficili, spesso il primo pensiero è quello di trovare un colpevole.
Sicuramente i quotidiani che parlano di neet invitano spesso a fare così, dando tutte le responsabilità ora ai ragazzi, accusandoli di essere ora pigri, ora choosy (schizzinosi), oppure scaricando tutte le responsabilità sui genitori, rei di non aver saputo dare “una raddrizzata al mollaccione”. L’altro, grande, colpevole individuato è lo Stato, come abbiamo già visto, cioè una forza davanti a cui il singolo individuo è praticamente impotente.
Tutto questo ha un suo corrispettivo nel microcosmo familiare, quando i genitori, esasperati dalla situazione vivono emozioni negative piuttosto forti:
- – ora rivolte verso il figlio, che fa arrabbiare perché dovrebbe o avere un maggiore senso di responsabilità o impegnarsi di più;
- – ora rivolte verso di sé, genitore che si sente colpevole di non aver saputo prevenire il problema.
Sfortunatamente le cose non sono così semplici e né gli sforzi di volontà, né la severità educativa, né le autoaccuse sono risolutive.
Questo, però, i genitori lo sanno già, perché di solito provano a percorrere tutte le strade che sembrano offrire una speranza di cambiamento e a cambiare ogni sorta di atteggiamento nel tentativo di sbloccare la condizione del figlio.
La serie inevitabile di frustrazioni a cui porta tutto questo tende a creare una situazione di tristezza e senso di fallimento.
Tutto questo può avere un vantaggio però: questa sofferenza è qualcosa che anche il ragazzo sta vivendo, indipendentemente dal suo atteggiamento.
Quando si riesce a vedere questo, ci si rende conto che è lui il primo a sentirsi incastrato in questa situazione.
Il punto di vista del figlio che non studia e non lavora
Viene da pensare:”…mio figlio è un fallito.”
Nonostante a casa con i genitori sia “lavato e stirato” e non debba cucinare per sé né rifarsi il letto, questa per il ragazzo non è una situazione comoda.
O meglio, lo potrà forse essere da un punto di vista pratico, ma non lo è da un punto di vista emotivo.
C’è un aspetto, in particolare, che va affrontato: quello della sensazione di fallimento.
Il lavoro psicoterapeutico con situazioni di giovani “immobilizzati” mi ha messo spesso a confronto con persone che non riuscivano a trovare posto per sé nella società.
Difficoltà a socializzare, difficoltà scolastiche importanti o il fatto di non avere amici sono tutte cose che mettono una persona ai margini del mondo sociale in cui vive.
L’aspetto più importante, però, è quello di tenere a mente che questa non è la conseguenza di un qualche incidente che ha trasformato un ragazzo perfettamente sereno in un emarginato, ma l’opposto.
La valutazione di sé come persona emarginata, esclusa o anche “fallita” sta all’origine di un’esperienza concreta di emarginazione.
Un ragazzo che soffre di una radicale mancanza di autostima si vive come una persona che non ha alcuna possibilità di risultare vincente nel confronto con gli altri.
Ciascun ragazzo, adolescente o giovane adulto, con una significativa mancanza di autostimatrova nel contesto in cui vive degli indizi che confermano una propria, dolorosa opinione su di sé: quella di essere inutile.
Questo per alcune persone significa non riuscire a fare amicizia, per altri significa non riuscire ad accedere ad un contesto che richiede continuo confronto come la scuola, per altri significa non riuscire a lavorare.
Il ventenne che non lavora, non studia ma esce con gli amici come si sente, quando le abitudini dei coetanei iniziano a cambiare?
Il diciottenne che ha lasciato la scuola e non cerca lavoro è emarginato ma paradossalmente si sente più sereno ora che, a casa, è al riparo da ogni confronto?
Il mondo sociale, il mondo scolastico ed il mondo del lavoro danno sfide e fanno richieste a chiunque vi entri in contatto:
- riesci ad aprirti agli altri mostrando qualcosa di te? Sei abbastanza interessante?
- durante l’interrogazione ti mostrerai abbastanza sicuro? Saprai parlare davanti agli altri?
- ti mostrerai competente a sufficienza? Ti sai far valere?
Un figlio che non studia e non lavora è molto probabile risponda “No” a molte di queste domande. Il problema centrale è che se non ha un’immagine sufficientemente positiva di sé, se non si sente capace, pronto, sufficientemente interessante o un po’ carino, sentirà che il rischio di fallimento è sempre dietro l’angolo.
Evitare delle situazioni per cui non ci si sente preparati significa risparmiarsi il dolore di fallire e perdere la faccia senza sentire di poter mai colmare la distanza fra sé e gli altri.
Si può evitare di studiare, lavorare e incontrare gli altri perché si pensa che sia l’unico modo per sopravvivere mantenendo un minimo di amor proprio.
Cosa fa tuo figlio?
Ciascuno ha dei punti deboli e dei punti di forza, ovviamente, e si può sentire incapace di reggere il confronto per quanto riguarda le situazioni competitive come la scuola ed il lavoro ma sentirsi allo stesso tempo abbastanza piacevole da poter stringere delle amicizie significative. Per altri ragazzi le competenze non rappresentano un ostacolo, mentre l’intimità con gli altri sì.
Per alcuni, il contatto con gli altri è così difficile da spingere verso un isolamento dal mondo della scuola e dei coetanei, per arrivare anche alla famiglia e, in un certo senso, a garantire a se stessi di avere il numero minimo di stimolazioni emotive dolorose, limitando al minimo i contatti sociali, fino a ritirarsi a vivere solo in casa o nella propria stanza (il caso dei ragazzi in hikikomori).
Quando un figlio non studia e non lavora e si pensa che i fattori emotivi siano in primo piano, rimanere in casa avrà un doppio valore per lui:
- rassicurante, perché gli permette di non essere esposto a delle situazioni per le quali non sente di essere sufficientemente equipaggiato da affrontarle con successo;
- ma anche frustrante, perché è molto probabile che avverta di essere ad una sorta di binario morto, una condizione di stasi che non gli consente di crescere e di trovare un modo soddisfacente di occupare il proprio tempo.
Tamaki Saito, che ha descritto con cura la condizione dei ragazzi che si sentono esclusi dal mondo sociale, parla proprio di “adolescenza senza fine”, una condizione di intrappolamento in un’età di passaggio ma senza poter crescere sul serio.
Molte delle attività in cui si impegnano questi ragazzi e che superficialmente sembrano non avere un reale valore hanno lo scopo di aiutarli a tentare di portare avanti questa crescita interrotta.
(Una su tutte, oggi molto frequente, è il tempo passato davanti ai videogiochi.)
Gli interessi, i passatempo e le passioni, che possono irritare gli adulti, perché sembrano un immeritato piacere nella vita di un ragazzo che ha problemi più urgenti, sono in realtà molto importanti, perché lo aiutano a mantenere viva la spinta a cambiare.
Queste attività apparentemente non essenziali, cioè, mostrano che una spinta al cambiamento c’è, e che il ragazzo sta cercando una strada per riuscire a liberarsi dalla situazione in cui si trova.
Non è una questione di figli che non vogliono lavorare, ma di figli che non riescono a lavorare.
Nonostante spesso vogliano convincersi di essere diversi, di non essere interessati a fare quello che fanno gli altri, di stare bene così, molto spesso sono molto spaventati.
Non è semplice e non è immediato, ma questi ragazzi possono sicuramente essere aiutati ad essere meno spaventati e a rivalutare l’idea che hanno di sé. Anche loro, messi nelle condizioni di farlo, possono pensare di avere qualcosa da dare e, finalmente, iniziare a darlo.