Crisi adolescenziali

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

“Crisi adolescenziale” è termine ricorrente. In che senso ha, se c’è l’ha, parlare di crisi adolescenziali? Se ne potrebbe parlare da più punti di vista, prima di tutto quello delle crisi normali nel senso che la crescita stessa implica delle crisi inevitabili.

Cioè, nonostante sia utile impegnarsi perché tutto proceda nel modo più liscio possibile, il percorso di vita, per sua natura, non può procedere solo in modo liscio ma non può che svolgersi anche attraverso delle crisi e dei conflitti.

Questo avviene perché la crescita dell’adolescente mette in crisi inevitabilmente dei vecchi modi di fare acquisiti durante l’infanzia e anche dei vecchi modi di sentire.

Basta pensare, ad esempio al modo in cui viene sentito il rapporto con i genitori. Non è che in adolescenti i genitori diventino meno importanti ma delle volte hanno il compito di fare da testimoni davanti ai casini che l’adolescente ha reale bisogno di combinare, rimproverarlo e dargli anche un po’ di spazio per combinare dei casini non totalmente autodistruttivi.

Proprio questo significa che i genitori sono esclusi dal quadro all’interno di cui si muove l’adolescente, perché quello spazio di libertà contribuiscono a crearlo proprio i genitori e questo in un certo senso l’adolescente lo sa.

Allo stesso tempo, però, deve entrare nel meccanismo del nuovo rapporto con i genitori, in cui continuano a ricevere sostegno ma in modo compatibile con una maggiore autonomia.

Crisi adolescenziali: gestire le novità

Un’altra fonte di crisi normale sono sicuramente le nuove esperienze a cui è sottoposto l’adolescente.

Uno degli esempi più banali (e più eclatanti) sono le esperienze che sono permesse da un corpo più vicino al corpo adulto. Ad esempio tutte quelle esperienze che sono collegate con romanticismo e con la sessualità e rispetto alle quali quell’adolescente pian piano deve capire come si colloca.

Queste nuove esperienze vanno di pari passo con un altro elemento che è fonte di inevitabile crisi, cioè il nuovo corredo emotivo con cui quell’adolescente deve fare i conti.

Si tratta di un corredo che dipende in parte da quello che lui costituzionalmente è diventato capace di sentire, elaborare e così via, e di come queste sue nuove potenzialità emotive si incontrano con il contesto in cui è inserito.

Insomma tutto questo crea delle situazioni nuove che per la prima volta l’adolescente dovrà sperimentare e a cui dovrà sopravvivere.

Tutte queste esperienze, ma in generale tutte le novità della vita comportano delle difficoltà più o meno grandi e queste difficoltà implicano delle crisi.

Questo non nel senso della crisi come qualcosa che manda per terra a gambe all’aria qualcuno senza lasciargli la capacità di reagire, ma nel senso di situazione di allarme, “non so cosa fare“, di inevitabile sofferenza.

Si tratta di una sofferenza inevitabile perché le difficoltà tutto sommato sono qualcosa di cui se si potesse si farebbe anche a meno nella vita; unico neo è che non si può.

Le difficoltà della vita sono qualcosa su cui bisogna arrovellarsi per riuscire a superarle e il premio per l’elaborazione e il superamento di queste crisi non è la mera sopravvivenza, ma il cambiamento. E il cambiamento che è un elemento costitutivo della crescita.

Crisi adolescenziali: elaborare la crescita

Un tentativo di elaborare passaggi potenzialmente critici della crescita in adolescenza può andare grossomodo così:

Mi trovo davanti una persona per la prima volta.

Provo dei sentimenti romantici nei suoi confronti.

Non sono schiacciato dal pensiero che questa persona non mi vorrà e non mi sopporterà mai e che io sono assolutamente indesiderabile.

Posso invece, ad esempio, pensare di piacere.

Tutto questo fila bene, è molto bello e molto maturo.

Spesso però, il percorso realmente attraversato dall’adolescente per arrivare ad una simile valutazione (prevalentemente inconsapevole) di sé passa attraverso delle esagerazioni.

  • Ad esempio passa attraverso un periodo in cui ci si sente assolutamente irresistibili e si sente di non potere che avere successo con i propri oggetti di interesse romantico.
  • Dei periodi in alternativa in cui si è piuttosto sfiduciati e o ci si sottrae al gioco
  • Oppure lo si butta per così dire in vacca, facendo dei tentativi così assurdi e così irrealistici che non si potrà che essere respinti.

Tutte queste sono delle cose che sono necessarie per fare esperienza di sé, sostanzialmente, fino a che non si trova un proprio ragionevole equilibrio.

Se vuole il Cielo, questo equilibrio può fare appoggio su delle caratteristiche personali positive che l’adolescente può riconoscere come tali e che può considerare come dei punti di forza.

Ed è proprio a partire punti di forza che l’adolescente impara a conoscersi ed è da questi che si può dare la spinta per partire e fare proprio un pezzettino di modo.

Distinguere fra crisi adolescenziali temporanee e durature

Tutte queste situazioni di crisi possono partire, come nell’esempio che ho appena fatto, da un sentimento interno come desiderio romantico nei confronti di un’altra persona, ma anche da delle situazioni molto concrete, come un cambio di scuola a cui magari corrisponde un calo di voti, la fine invece di una relazione sentimentale, un problema relazionale con degli amici, un cambio di amici, un cambio di gruppo.

Tutte queste esperienze sono caratterizzate dal fatto di mettere davanti a una difficoltà che è temporanea, ha un inizio e una fine. Una difficoltà che viene risolta viene risolta.

Questo ci serve anche per dire che ci sono delle crisi di tipo diverso che hanno dei punti di partenza simili, magari, come delle difficoltà scolastiche, delle difficoltà di socializzazione, dei problemi nella relazione con il proprio corpo legato a un ingrassamento o dimagrimento, o un atteggiamento apatico, una forte rabbia, dei comportamenti provocatorio di tipo vicino a dei comportamenti antisociali ma che, a differenza degli esempi fatti poco fa, queste difficoltà sono affrontate come delle “prove non superate” e in certa misura dei fallimenti.

Si tratta di fallimenti che hanno il potere di cambiare un equilibrio mentale interno a quel ragazzo e di conseguenza le modalità di funzionamento di quel ragazzo.

Ad esempio ci possono essere stati dei tentativi di avvicinare dei coetanei, la sensazione di aver fallito cioè di essere i risultati molto poco interessanti nei confronti di questi coetanei e a questo sentimento di sconfitta può corrispondere un blocco di ogni iniziativa.

Questo blocco è legato all’ansia che quella iniziativa ha il potere di suscitare nell’adolescente. Questo nel senso che quell’adolescente inizia a sentire che non gli è andata male solo in quel caso, ma che quel caso è rappresentativo di sue caratteristiche personali determinate, cioè di non piacere agli altri e il fatto di incontrare gli altri da un certo punto in avanti vuol dire esporsi ad un’alta probabilità di fallimento.

Quando l’immagine di sé con cui si confronta quel ragazzo diventa questa, cioè un’immagine di sé elaborata a partire da un’esperienza percepita come fallimento, il suo funzionamento mentale inizierà a seguire delle nuove regole.

Una di queste regole sarà, ad esempio, quella di non concedersi più la possibilità, se non in rari casi, di provare ad avvicinare i coetanei. Anzi i coetanei saranno qualcosa da evitare perché hanno il potere di far emergere dei forti sentimenti di vergogna dai quali ci si vuole riparare.

A quel punto il funzionamento mentale di questo ragazzo può essere prevalentemente basato sull’evitamento della vergogna.

Lo stesso si può verificare ad esempio con le difficoltà scolastiche, nel senso che, ad esempio, all’inizio di un nuovo ciclo scolastico sappiamo che ci sono degli studenti che incontrano delle difficoltà ma riescono ad imparare da queste difficoltà.

Cambiano il modo di studiare oppure si ritagliano un loro spazio all’interno della classe in cui sono bravi in alcune cose, in altre no, se la cava in italiano lasciando stare la matematica. Cose di questo tipo permettono a quell’adolescente di imparare qualcosa dell’esperienza fatta, no?

Sono arrivato alle scuole superiori, pensavo che tutto andasse liscio invece mi sono trovato davanti una specie di muro che ho preso sulla faccia“.

Nel caso delle crisi non temporanee, diciamo, quelle difficoltà iniziali non vengono prese come una prova superabile ma come la prova di non essere capaci. Questi adolescenti iniziano a pensare di non essere adatti a quel contesto, a quell’ambiente, a quel tipo di difficoltà, al contesto sociale dei compagni che li giudicheranno e così via.

Quegli adolescenti, quindi, saranno portati a fare un passo indietro per prudenza in modo da poter sentire di gestire meglio la situazione.

Crisi adolescenziali: quando aspettare non basta

La differenza fra le difficoltà temporanee e quelle che implicano una rottura di un equilibrio è che nel caso le difficoltà temporanee quello che deve succedere è di lasciare che il tempo passi.

In quel tempo l’adolescente se la saprà cavare per fare tesoro, più o meno efficacemente, dell’esperienza difficile. Gli si può dare, certo, un po’ di sostegno perché non gli manchino le forze, diciamo così, durante questo processo.

Nel caso in cui invece si sia davanti a una sorta di rottura di un equilibrio del funzionamento mentale, della gestione delle emozioni da parte di quell’adolescente non sarà più sufficiente stare a guardare e vedere se se la cava da solo, è necessaria un’iniezione di energia dall’esterno, una sorta di spinta che permetta a quella mente di tornare a crescere.

Questo intervento esterno a volte, ma raramente, può avvenire attraverso qualche evento significativo, attraverso qualcosa che capita nella vita di quell’adolescente che gli fa rivedere la propria immagine di sé. Però questo genere di eventi sono rari e sono anche fortuiti.

Quello che più ragionevolmente è necessario che accada è che ci sia un adulto che dall’esterno, consapevolmente, si assuma il compito di fare questo tentativo di rimessa in moto di un processo che prudentemente si è bloccato allo scopo di limitare la sofferenza.

È come se bisognasse spostare il punto di vista dalla necessità di funzionare in regime di emergenza, situazione in cui quell’adolescente può sentire che può fare è limitare i danni, per riattivare invece la speranza di potersi concedere qualche soddisfazione in più perché quell’adolescente possa di nuovo pensare che si tratta di qualcosa che è alla propria portata.