Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Ci si può sentire isolati dagli altri sia quando non si hanno molte persone attorno che quando si è circondati da altri con i quali non si sente di avere un rapporto sufficientemente intenso dal punto di vista emotivo.
La solitudine non è una cosa necessariamente negativa, quando è qualcosa di desiderato e vicino alle proprie inclinazioni.
Rischia di diventarlo quando si ha la percezione che gli altri siano “fuori portata” rispetto ai propri desideri di cercare un contatto con loro.
Solitudine affettiva: da cosa dipende?
A partire da questa considerazione dolorosa, si possono imboccare due direzioni:
- una è quella di individuare quali sono gli elementi che appartengono alle altre persone e che rendono difficile avvicinarsi a loro,
- l’altra è quella di capire quali sono gli aspetti di sé che possono tenere lontani gli altri.
È vero che dal punto di vista psicologico è utile pensare soprattutto a questi secondi, ma questo non vuol dire che quello che si trova insopportabile o difficile da gestire negli altri, i pensieri e le intenzioni che si attribuiscono agli altri insomma, non possa tornare utile.
Quando si pensa ad un’altra persona e ci si aspetta che non si riceverà nessuna forma di attenzione da lei, che la si troverà non interessata o addirittura sprezzante,
- ci si sta sì riferendo a caratteristiche che riguardano un’altra persona
- ma che, contemporaneamente, riguardano anche se stessi.
È come se ci si vedesse riflessi negli occhi degli altri e si avesse paura di quello che si potrebbe trovare in questo riflesso.
È un po’ come pensare:
“Gli altri stanno lontani da me perché sono poco interessante, mi vedo brutto, ho un carattere insopportabile, ho una storia di vita incomprensibile ed inaccettabile per chi mi sta davanti“.
Una condizione del genere si ritrova in condizioni come
- la paura di parlare con le persone,
- la paura del giudizio degli altri,
- la paura di fare brutta figura,
- la paura di litigare
- o, più in generale, di come si viene percepiti in campo sociale
- (o in situazioni particolari come sul lavoro).
Solitudine affettiva: pensare a se stessi
La rappresentazione finale che le proprie parole danno all’immagine che si ha di se stessi nel momento in cui si viene riflessi nello sguardo di un altro è meno importante del punto da dove è partito tutto il processo: la sensazione che ci sia qualcosa di negativo e impossibile da amare dentro di sé.
Si sente che è colpa di questa parte odiata di sé che fa sì che un potenziale amico e, spesso ancora di più, una persona con cui si vorrebbe avere una relazione, si rivolga altrove. [Ho scritto in particolare della difficoltà nel fare amicizia in uno specifico articolo]
Se si sente che l’esito di un contatto con l’altro è qualcosa di simile a questo, è possibile che si creino le condizioni per avere una forte paura di quel contatto autentico che, allo stesso tempo, si desidera.
Nella pratica, c’è il rischio di essere tentati di coltivare prevalentemente rapporti sicuri ma insoddisfacenti,
- perché si sente che si ha bisogno di una certa distanza per non rimanere feriti da un rapporto
- ma, allo stesso tempo, che quella distanza non permette una condivisione intima autentica.
Non riuscire ad amare una parte di sé si traduce in un problema che riguarda come si gestiscono i rapporti con le persone, ma non tanto nel senso di quello che si fa concretamente con gli altri, ma dell’atteggiamento con cui ci si approccia agli altri.
Solitudine affettiva: una prospettiva diversa
Pensare alla questione in questi termini, in termini psicologici essenzialmente, ha il vantaggio di mettere le cose in una prospettiva
che restituisce un po’ di potere.
Permette di avere la possibilità di conoscere quali sono le proprie preoccupazioni, o meglio ancora chiarire chi si sia e come diventare più capaci di cercare persone con cui si è compatibili.
Pensare a come si è, direttamente o attraverso lo sguardo degli altri, significa riuscire a pensare a cosa spinga lontano dagli altri.
(Ci si può accorgere, ad esempio, di sentire che dentro di sé prevalgono sentimenti depressivi, di bassa autostima o di paura legata al confronto con gli altri).
Da questo punto di vista, cercare un isolamento soddisfatto in cui si gode della propria compagnia e si sente di riuscire ad essere creativi è molto diverso da cercare affannosamente le condizioni per evitare il dolore di un rifiuto.
Molto spesso, si finisce per rendersi conto che questa ricerca di un rapporto in cui sentire che esiste condivisione, e non si viene invece rifiutati,
rischia di non avere un buon esito fino al momento in cui non si diventa capaci in prima persona di fare i conti con quegli aspetti di sé di cui ci si vergogna tanto da tentare di seppellirli il più possibile.