Mio figlio vuole lasciare l’università

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Le difficoltà nello studio possono avere radici in difficoltà emotive che assumono diverse forme e che si possono presentare più o meno presto e con maggiore o minore intensità.

Quando un adolescente abbandona la scuola, ad esempio, a questo abbandono sono collegate diverse situazioni, fonte di allarme, che riguardano diversi aspetti di questo abbandono:

  • il fatto che il ragazzo lasci una cosa che è obbligatoria fino a una certa età;
  • la prospettiva che questo abbandono lo danneggi da un punto di vista del suo sviluppo futuro, dal punto di vista lavorativo, dal punto di vista sociale;
  • il fatto che l’abbandono scolastico può essere accompagnato manifestazioni più o meno dirompenti in termini di rabbia, di ansia, depressione o difficoltà di questo tipo.

Mio figlio vuole lasciare l’università: specificità

Quando si parla di abbandono dell’università, queste riflessioni devono tenere conto del fatto che non ci si trova più davanti ad un adolescente (o, per essere precisi, a qualcuno che funziona prevalentemente con la mente di un adolescente), ma ad un giovane adulto.

Questo significa soprattutto trovarsi davanti ad una persona più investita di autonomia, da cui ci si aspetta una maggiore maturità: inevitabilmente le scelte relative al suo percorso di vita saranno in misura maggiore sue responsabilità.

Cioè è molto probabile che si tenderà a guardare l’ipotesi dell’abbandono degli studi soprattutto come una cosa di cui lui si deve assumere la responsabilità in prima persona, mentre le persone che ha attorno sono in un certo senso meno fortemente investite da quello che succede.

Allo stesso tempo però, l’abbandono dell’università porta con sé alcune inevitabili ambiguità su cui è utile mettere la testa:

prima fra tutto, il fatto che la maggior parte dei casi si tratta un ragazzo che non è economicamente indipendente dalla famiglia: è come se questa dipendenza economica se ne portasse dietro un’altra di natura affettiva che è naturale che sia presente, ovviamente, trattandosi di un rapporto affettivo figlio-famiglia di origine. Si tratta di un tipo di dipendenza affettiva normale che è diversa da quella di un adolescente. Se l’adolescente ha bisogno concretamente dei genitori per imparare come regolarsi in alcune situazioni, come regalarsi soprattutto rispetto a quello che prova e a come gestire quello che prova, nel caso del giovane adulto ci si aspetta che questa dipendenza sia sempre di più una scelta che non intacca una sua autonomia affettiva.

Questa stessa ambiguità, che ha a che vedere con il tipo di contatto emotivo fra genitori e un figlio che va all’università, influenza il modo in cui diventa possibile aiutarlo.

Mio figlio vuole lasciare l’università: entrare in contatto

Questa comunicazione di carattere emotivo rappresenta un elemento fondamentale, capace di aprire le porte ad uno scambi autentico su argomenti delicati.

Ad esempio, è utile provare a farsi un’idea, insieme, delle prospettive concrete che ci saranno dopo l’abbandono, cioè se si possa pensare a quell’abbandono dell’università come una forma di sperimentazione che lo porterà più o meno faticosamente ad imboccare un altra via (ad es. lavoro) che ci si aspetta che sia altrettanto produttiva.

L’aspetto più delicato a cui fare attenzione è il fatto che c’è la possibilità che la prospettiva dell’abbandono dell’università diventi esclusivamente un tentativo di risolvere in modo più o meno frettoloso una situazione stressante.

Allora, posto che quando si interrompe un percorso del genere una qualche crisi è sempre presente, le cose sono molto diverse

  1. se si tratta di uno di quei momenti di difficoltà che portano a qualcosa di buono (di buono quanto l’attività che viene interrotta)
  2. oppure di un tentativo di ridurre il disagio di una crisi che di fatto non viene risolta.

Quando si tratta di imbastire una discussione su temi così delicati, è molto utile un buon contatto emotivo genitore-figlio, in cui il ragazzo possa sentirsi sufficientemente ascoltato e sicuro, al netto delle inevitabili preoccupazioni ed arrabbiature che si condensano in queste situazioni.

Insomma, l’università dei figli è ovviamente importante anche per quei genitori che investono molto sul futuro e la felicità di quei figli.

Mio figlio vuole lasciare l’università: aiutare a pensare

Un buon punto di partenza per avvicinarsi alla discussione, parte sicuramente dalle riflessioni del genitore:

Quanto mi sembra capace mio figlio di risolvere questa situazione? Quanto è capace di cavarne qualcosa di buono?

Per fare questa valutazione ovviamente è utile fare mente locale su tutto quello che è successo prima , cioè primariamente se quando quel ragazzo era un adolescente e può aver mostrato dei segni di difficoltà con la scuola, ad esempio

Insomma qualcosa che lasciasse intendere in modo più o meno indiretto che ci fosse una sofferenza di cui qualcuno doveva prendersi cura.

Fondamentalmente, cioè, bisogna iniziare a rappresentarsi

  1. se quel ragazzo abbia deciso di lasciare l’università perché sente di poter e dover intraprendere un’altra strada in modo da riuscire a realizzarsi in una maniera più soddisfacente,
  2. oppure se l’ha lasciata perché era semplicemente troppo in difficoltà e non sarebbe riuscito a continuare. Anche in questo caso è importante valutare quanto la sua esperienza universitaria sia stata caratterizzata da disagio (che spesso si esprime sotto forma di ansia o di bugie sui progressi nello studio.)

Una volta che ci si è fatti una immagine di lui, si pone il problema di aiutarlo ad orientarsi di conseguenza.

Questo però all’età di uno studente universitario non può tradursi nel fatto di dirgli cosa fare, semplicemente perché si tratta di un approccio difficilmente applicabile.

Non sarebbe più molto facilmente tollerabile perché, per quanto sia dipendente da un punto di vista concreto, economico, della sua famiglia e per quanto sia emotivamente vicino con la sua famiglia, è molto probabile senta soprattutto l’urgenza di un’indipendenza decisionale di cui deve fare esperienza, pena non essere capace di sviluppare un’abilità fondamentale per orientarsi nel mondo.

Esami, corsi, gestione della casa come fuori sede rappresentano alcuni esempi di una serie di cose di cui un ragazzo di quell’età fa in piena autonomia per la prima volta.

Deve poter contare esclusivamente sulle proprie forze per le necessità della vita quotidiana e, a maggior ragione, deve sentire di poter contare sulle proprie risorse anche in questo momento difficile.

Poter contare sulle proprie forze è la base minima della vita adulta.

Questo maggiore grado autonomia e di conseguenza di distanza rispetto a quando era più piccolo non vuol dire che è necessario che i genitori non facciano altro che stare zitti e lasciare che le cose procedano senza poter far niente.

Quello che si può fare è offrire un sostegno più discreto.

Questo significa, spesso, offrirgli una visione più paziente e generosa di sé che in questo momento potrebbe proprio non riuscire ad avere, se dietro al progetto di chiudere l’esperienza universitaria ci sono delle difficoltà.

Come se il messaggio da mandargli dovesse essere, grosso modo:

Mi sembra che tu in questo momento sia in difficoltà. Perché non ti lasci aiutare a decidere che cosa tu devi fare per realizzare te stesso? È una cosa da cui potresti uscire più soddisfatto è più vicino a soddisfare i tuoi desideri”.