Aiutare un figlio che beve (adolescenza)

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Bere spesso rappresenta uno di quei comportamenti rischiosi o che compromettono relazioni e possibilità future dell’adolescente.
Uno dei problemi più importanti legati all’abuso di alcolici da parte di un ragazzo è che questo abuso porta con sé alcuni effetti a cui il ragazzo dà un valore positivo. Ad esempio una sensazione di piacere collegata soprattutto all’euforia e alla riduzione dell’ansia e del dolore mentale.

Ragioni per cui un adolescente può bere

Bevo per sentirmi sicuro, cosa importante particolarmente se ho la tendenza
a non essere granché sicuro
“.

Il bere può inoltre essere utilizzato per somministrarsi una qualche identità desiderabile, per fare quello che fanno i coetanei a cui un adolescente vuole sentirsi simile.

[Questo aspetto può essere particolarmente importante quando il ragazzo frequenta “cattive compagnie].

Utilizzato a questo scopo, l’alcol può aiutare anche a compiere azioni di gruppo senza esitazioni.

Bere, inoltre, può essere utilizzato come comportamento in contrasto con i desideri dei genitori.

I miei genitori desiderano che io non beva e io lo faccio, non tanto perché attribuisca all’alcol un valore straordinario, ma perché per me è importante riuscire a sentire che posso prendere autonomamente delle decisioni, a fare di testa mia.

Questo mi dà la possibilità di entrare, anche solo segretamente, nella mia mente, in conflitto con i miei genitori. Così avrò la certezza di non essere più un bambino che deve dipendere da loro.

Sono io che scelgo, sono grande”.

Aiutare un figlio adolescente che beve: il ruolo dei genitori

In ciascun ragazzo che beve uno di questi elementi diventa centrale e tende ad essere piuttosto difficile da mettere in discussione.
Ecco, questo non vuol dire che il ragazzo in questione non si aspetti che un genitore si assuma il ruolo di critico o meglio, di colui che sollecita un giudizio critico che nel figlio può sembrare completamente assente.

Quello che intendo dire è soprattutto che un adolescente, quando beve, tende a farlo pensando ai genitori, in un certo senso. Avviene in dialogo con loro, all’interno della mente dell’adolescente, che è come se si chiedesse: “Cosa ne pensano? Quanto mi accettano? Quanto in là posso spingermi nella mia autonomia?“.

È come se il dialogo interno con i genitori servisse a comprendere meglio i propri limiti. Cosa è giusto? Cosa è sbagliato? Cosa è una legittima sperimentazione? Cosa è rischioso?

Un adolescente può far fatica a gestire questo tipo di contenuti mentali e finire per avere la tentazione di rifiutare ogni forma di limite perché lo percepisce come critica.

Il figlio percepisce un’opposizione così netta da essere tentato di interrompere ogni comunicazione. “Se i
miei genitori sanno che bevo, è finita. Non devo farglielo sapere assolutamente
“.

La critica è più tollerabile se viene mantenuta in un clima di leggera ambiguità: dev’essere chiara l’opposizione, ma è necessario anche lasciare un po’ di spazio all’esplorazione autonoma il che implica di tollerare comportamenti dannosi, sciocchi e non particolarmente desiderabili.

Lo scopo di tollerare questi rischi è quello di creare le condizioni perché quel ragazzo possa desiderare di assumersi su di sé, di propria iniziativa, un buon atteggiamento critico. Si tratta, cioè, di insegnargli ad usare la testa e non di limitarsi a non bere semplicemente perché è stato sigillato artificialmente nella sua stanza (cosa che comunque è praticamente impossibile).

Insegnargli ad essere critici significa proporre un limite all’adolescente, ma si tratta di un obiettivo che deve tenere conto della necessità di mettere l’adolescente nelle condizioni di assimilarlo.
Significa aprire la comunicazione facendogli vedere perché per lui sia tanto importante bere (spingendolo cioè a diventare consapevole) e, soprattutto, definendo i confini di questa autonoma esplorazione:

Questo non lo tollero perché non tollero di aiutarti se ti fai veramente male“.

Per cosa passa l’aiuto pratico ad un adolescente che beve?

La banale eliminazione di alcuni privilegi come denaro, uscite libere, supporto concreto a sue iniziative (andarlo a prendere quando ne ha bisogno) può creare uno spazio di contrattazione che costringe l’adolescente ad aprirsi alla possibilità di amministrare ragionevolmente la propria libertà facendo i conti in modo via via più realistico con le conseguenze delle sue azioni.

Non si tratta di fargli chinare il capo, ma di garantire dei confini protettivi alle sue esplorazioni.

Perché questo avvenga è necessario però essere tanto fermi quanto capaci di ascolto, quando necessario, cioè soprattutto nei momenti in cui quel ragazzo si mostra più recettivo.
Questi, spesso, sono i momenti in cui assomiglia meno ad un essere indomabilmente cocciuto e un po’ di più al bambino affamato delle indicazioni dei genitori e che con loro si confessa, talvolta si scusa e, insomma, parla.

Come dicevo, questo richiede una certa tolleranza dell’idea di non poter incatenarlo e impedirgli fisicamente di fare cose che si ritengono stupide, sbagliate e dannose. È necessario le faccia, perché possa elaborarle con la sua testa e per alcuni adolescenti è sicuramente necessario combinare guai più grossi.

Quando si viene a conoscenza di qualcuno di questi guai, però, non è solo perché i ragazzi si mettono in improbabili pasticii in modo piuttosto ingenuo, così ingenuo da farsi presto scoprire dai genitori, ma anche perché spesso la volontà di riportare queste esplorazioni autonome nell’orbita dei genitori c’è.

La faccio grossa, la gestisco per conto mio, ma alla fine ti faccio un po’ sapere cosa ho fatto: ho bisogno che tu mi dica cosa ne pensi e dove pensi che abbia sbagliato. Anche io mi formerò un’opinione su quanto trovi giuste le tue critiche e, soprattutto, sull’immagine che mi rimandi di me.

Posso accettare di essere criticato, anzi, ne ho bisogno, ma se mi fai sentire troppo mortificato allora la tua opinione per me perde di valore e tanto vale che io faccia quello di cui ho voglia e basta“.

Cercare e ricreare il dialogo

Spesso ci si accorge che in quell’adolescente spigoloso c’è uno spazio di discussione e pentimento.

In alcuni momenti quell’adolescente si mostra dispiaciuto di come si comporta e disposto ad avere uno sguardo critico su di sé. Ha fiducia di poter trattare una cosa potenzialmente dannosa come il bere non solo come un fatto serissimo che gli serve per assicurarsi una credibilità sociale o di riuscire a non pensare.

Quando viene portato davanti ai genitori, il bere può essere percepito come qualcosa di un po’ meno fondamentale, quasi un suo tentantivo di fare un gioco da grandi, un esperimento da cui si può partire,
sospendendo momentaneamente il giudizio, per ricavarne qualcosa di utile per la sua crescita.

Nell’attesa che esageri un po’ meno, si può per lo meno festeggiare con lui il fatto che si sia interessato a come crescere.