Hikikomori: sintomi e cause del ritiro sociale in adolescenza

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Nel contesto delle difficoltà scolastiche che nascondono problematiche emotive, il ritiro sociale o Hikikomori rappresenta una delle forme più pesanti e dolorose. Si tratta di un fenomeno che da anni affolla sempre di più gli studi dei professionisti della salute mentale.
L’Hikikomori è caratterizzato dall’abbandono scolastico e dalla limitazione, se non l’eliminazione completa, delle relazioni sociali, anche con la famiglia (il famoso ritiro nella camera).

Come ho detto in altre occasioni, l’hikikomori è però qualcosa che sfugge a una definizione ben chiara e condivisa.

Le poche caratteristiche che ho elencato, ad esempio, non sono una vera e propria lista di sintomi, come quelle che si trovano per disturbi psicologici con confini meglio definiti (es. il disturbo ossessivo compulsivo), semplicemente perché una lista del genere, universalmente accettata, non esiste.

Esistono però delle proposte di descrizione, come ad esempio quella del gruppo di ricerca di Kato, che si basa soprattutto sulla valutazione di criteri osservabili dall’esterno. [Un riassunto dei criteri]

I sintomi fondamentali dell’hikikomori proposti da Kato sarebbero 1. l’isolamento sociale all’interno della propria casa 2. la durata di questo isolamento per almeno sei mesi 3. e il fatto che questo isolamento crei una compromissione delle attività della vita quotidiana (es. studio o lavoro) e sofferenza emotiva.

Un’altra possibilità è quella di associare le osservazioni “dall’esterno” alla costruzione di una teoria su cosa succede in chi si rinchiude in casa e allontana dagli altri.

Ad esempio, lo psichiatra che ha coniato per primo il termine Hikikomori, Tamaki Saito, sottolineava come le persone hikikomori continuino a vivere conflitti caratteristici dell’adolescenza che però non trovano soluzione. In particolare questi conflitti sono quelli che riguardano il confronto con gli altri (“sto crescendo? Sono grande abbastanza? Ce la faccio?”) e l’ansia per il futuro.

Entrambi gli approcci presentano dei problemi: nel caso di una lettura “prevalentemente dall’esterno” quello di restringere eccessivamente la definizione, arrivando a comprendere solo persone molto ritirate e ritirate a lungo. Se si prova a costruire un “senso” di cosa sia l’hikikomori prendendo in considerazione criteri soggettivi, invece, bisogna stare attenti a non estendere eccessivamente l’insieme di chi è hikikomori.

Quest’ultimo fenomeno, l’iper-estensione del significato del termine hikikomori, mi sembra che sia un problema molto concreto nei testi specialistici che se ne occupano.

In breve, è pieno di descrizioni di ragazzi “un po’ hikikomori”, senza che si riesca a capire con chiarezza quale siano i tratti comuni fondamentali.

Un gran caos, insomma.

Non ho l’arroganza di pensare di avere la soluzione in tasca per un problema così grande, ma è inevitabile che una mia posizione ce l’abbia, visto che vedo ragazzi con queste caratteristiche da anni.

Credo sia necessario pensare in termini di criteri “utili”, prima ancora che “corretti”, dove “utile” significa soprattutto dare alle famiglie in cui c’è un figlio hikikomori qualcosa che permetta loro di orientarsi meglio, cioè capire cosa fare e come aiutarlo nel modo più efficace.

Hikikomori e Depressione: La Paura di Non Essere Capaci

Credo che l’hikikomori sia sostanzialmente una forma depressiva che si manifesta in una modalità particolare: fermandosi e non facendo nulla, la persona si espone il meno possibile alle esperienze che fanno soffrire.

Proprio questa immobilità, in realtà, è una caratteristica tutt’altro che particolare e specifica, anzi, è qualcosa che costituisce da moltissimi punti di osservazione diversi (biologico, psichiatrico, psicoanalitico, cognitivista) uno degli elementi determinanti per parlare di depressione, se non il più importante in assoluto.

Un esempio.

In quest’ottica, mollare la scuola significa non esporsi ad una situazione che fa soffrire.

Tipicamente, è una decisione a cui un ragazzo ha pensato più e più volte, o magari in passato ci sono stati periodi di interruzione della frequenza, senza però arrivare ad una decisione più radicale, fino a che qualcosa non ha messo significativamente in discussione l’equilibrio di quel ragazzo.

Di che equilibrio stiamo parlando?

Sostanzialmente, di autostima, di una visione sufficientemente positiva di sé.

Questi ragazzi si sentono così poco desiderabili e capaci che la vita scolastica è capace di suscitare in loro sentimenti negativi così forti da essere inaffrontabili. Ad un certo punto non riescono più ad andarci.

[Qui ho parlato più diffusamente delle dinamiche del rifiuto scolastico in adolescenza]

Ha senso chiamare “hikikomori” solo un ragazzo che ha lasciato la scuola o che ha interrotto i legami sociali? Fondamentalmente, credo di no, perché il tipo di caratteristiche di personalità (es: la vergogna, le autoaccuse) che si ritrovano nei ragazzi che hanno reciso in modo più netto i legami sociali e/o scolastici, si ritrovano anche nei famosi ragazzi “un po’ hikikomori”, quelli che ad esempio a scuola ci vanno, ma passano i pomeriggi prevalentemente in solitudine.

Quello che cambia è l’intensità di questi sentimenti e la rigidità delle contromisure che vengono prese. [Ne ho parlato più in dettaglio in un articolo sul ritiro sociale]

Ma non è l’intensità il punto fondamentale, ma il tipo di sentimenti che viene vissuto dal ragazzo. Qualeforma prendono questi sentimenti, ad esempio quanto spesso portino a rifiutare la scuola e ad avere paura di non avere un posto nel mondo, sono cose che potrebbero essere legate al momento storico e alla cultura in cui queste cose si manifestano.

Come ricostruire l’autostima in Hikikomori

Il motivo che mi spienge a vedere l’hikikomori in questo modo e a dare importanza centrale alle dinamiche depressive è soprattutto lo specifico lavoro psicoterapeutico che si finisce per fare con questi ragazzi.

Buona parte del lavoro con questi ragazzi gira attorno alla ricostruzione dell’autostima.

Gli adolescenti che si ritirano vivono il terrore di non farcela. Questa paura così intensa impedisce loro di mettersi alla prova, accumulando successi e fallimenti che insegnino loro come stare con gli altri e quali siano i loro punti di forza.

Proprio il fatto di riuscire a pensare “io ce la posso fare anche se in me esisono dei difetti” è un’esperienza cardine, dal punto di vista dello sviluppo di una buona autostima.

Questi ragazzi sono così spaventati da non riuscire a “sperare di farcela”. Sono completamente schiacciati dalla loro percezione di avere mancanza inaccettabili.

Quando li si aiuta a vedere quanto siano spaventati all’idea di sentirsi esposti e quanto siano pesantemente autocritici, iniziano sostanzialmente a prendere queste riflessioni come una forma indiretta di approvazione e incoraggiamento: “Se non faccio così schifo, vuol dire che mi stai dicendo che un po’ vado bene. Che sia vero?”.

Ovviamente, detto così sembra facile, mentre quello che avviene nel concreto è che il ragazzo fa di tutto per disconfermare continuamente una percezione globalmente positiva di sé. Fa troppa paura, insomma.

Nella pratica, quindi, lo psicologo può trovarsi a dover affrontare lo stesso tema da mille angolature, prima che il ragazzo si senta effettivamente più sicuro ed accetti di delle prime esperienze in cui procurarsi questi riscontri positivi da sé, nel mondo vero, fuori dalla sicurezza del rapporto con lo psicoterapeuta.

Ritiro Sociale Adolescenti: Cosa fare e Psicoterapia per l’Hikikomori

Quando un ragazzo è così bloccato, è normale che l’allarme delle famiglie sia massimo. Soprattutto se ci vanno di mezzo la scuola e la socialità e il ragazzo è “fermo” nel senso più concreto del termine. Però è importantissimo non perdere la calma.

Adolescente che non va a scuola: l’approccio iniziale

Nel caso in cui il ragazzo abbia interrotto la frequenza scolastica, molto spesso non ha senso insistere sulla ripresa. Perlomeno all’inizio. La scuola rappresenta un’esperienza così dolorosa e bruciante che si rischia solo di compromettere il rapporto con il ragazzo, e tra lui e il resto della famiglia.

  • Non forzare la ripresa: ogni forma di sollecitudine o spinta a riprendere la frequenza tende a essere avvertita come un’accusa , una conferma di quel “tu non vai bene” di cui ha tanta paura. Questi ragazi sanno benissimo che non andare a scuola è un guaio , ma semplicemente non riescono a fare altrimenti. Questo va riconosciuto e non cambia se si insiste con più vigore.
  • Misure alternative: se ce n’è comunque la possibilità, può avere senso optare per strategie come finire l’anno da privatista (cioè dando un esame), sia preparandosi con uno o più docenti a casa, sia attraverso uno dei tanti istituti privati che si occupano di questo. Ma, ripeto, si rischia in alcuni casi di ritardare la presa di consapevolezza del fatto che per un periodo può essere necessario stare completamente fermi. Se ci si spacca la testa per “mandarlo avanti” ad ogni costo si rischia solo di bruciare risorse, economiche ed emotive.

Psicoterapia per il ritiro sociale: la reintroduzione graduale

Come accennavo prima, il primo obiettivo dev’essere quello di aiutare il ragazzo a vedere quanto sia spaventato e pesantemente autocritico. Spesso, una volta ottenuta una convalida del fatto che anche una cosa così grossa come il fatto di aver lasciato la scuola gli può essere perdonata, perché è l’unica strategia che ha trovato per tentare di non stare troppo male, allora si crea lo spazio perché possa pensare: “cos’altro posso fare per provare a stare meglio? Come faccio a farlo rendendomi la vita meno complicata?“

Come dicevo, buona parte di questo passerà in un primo momento nella sicurezza del rapporto con lo psicologo e con la famiglia che va aiutata a capire come mai un approccio morbido non sia controproducente, anzi.

Acquisendo fiducia, il ragazzo potrà arrivare a decidere di mettersi alla prova facendo qualche attività che lo espone di più al contatto con gli altri e ad un’autovalutazione meno feroce.

  • Ripartire dal contatto sociale: spesso non si riparte dalla scuola perché “è troppo tutto insieme”. Una cosa frequente oggi è una solenne quanto simbolicamente espressiva iscrizione in palestra, un luogo che richiede di tollerare almeno un minimo il confronto con gli altri e con sé stessi… e apre ad una possibilità molto concreta di migliorarsi e vedere concretamente i risultati dei propri sforzi!
  • Il ritorno a scuola soft: se i progressi sono sufficienti e il ragazzo sopporta la fatica del confronto, si può pensare a un modo per tornare a scuola. Per molti, ciò significa approcciare la questione in modo prudente, passando per un tipo di scuola percepito come più facile e/o più attenta agli studenti, come in piccoli istituti privati o paritari, o in scuole comunque note in città per l’attenzione agli studenti.
  • Alleanza con i genitori: in questo processo, è fondamentale che i genitori siano visti dal ragazzo come alleati e si impegnino attivamente a capire i meccanismi in azione. È importante che anche i genitori stessi non crollino sotto la pressione, finendo per auto-colpevolizzarsi per tutto quanto accade al figlio! Mettendosi a cercare un modo per aiutare il ragazzo, i genitori di solito hanno già fatto la cosa più importante per mettersi sulla buona strada: così, diventeranno più capaci di leggere per tempo il comportamento dei figli e più capaci di sostenerlo.

Può essere una strada lunga e perdere la fiducia sarà a volte inevitabile. L’importante è non finire nello stessa tritacarne emotivo del ragazzo, macinati dalla stessa tendenza depressiva che fa sentire completamente incapaci e inefficaci. È più probabile che, lavorandoci su tutti insieme, le cose migliorino.