Mio figlio si chiude in camera tutto il giorno: devo preoccuparmi?

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Perché mio figlio si chiude in camera? Le ragioni più comuni nell’adolescenza

L’adolescente chiuso in camera è una di quelle immagini tipiche che rappresentano l’adolescenza.

È un’immagine che rimanda al mondo della riservatezza, del bisogno di coltivare la propria autonomia, delle cose che si fanno da soli, magari un po’ ansiosamente o solo perché non si vuole essere disturbati nelle proprie esplorazioni.

Ci sono tanti modi di stare in camera da soli e come tante cose della nostra vita anche questa ha alcuni utilizzi normali e altri problematici. Vediamo un po’ di capirci qualcosa di più.

Adolescenza e bisogno di solitudine: cosa è normale e cosa no

Immaginiamo di essere creature che danno la priorità assoluta al contatto con i nostri genitori, che cercano la vicinanza con loro per sentirsi protetti, bravi e interessanti. Contemporaneamente, sappiamo di essere individui e di avere caratteristiche che ci distinguono dagli altri, ma queste tutto sommato non sono priorità tanto urgenti.

Ad un certo punto, nascono dentro di noi bisogni differenti e diventiamo delle creature differenti: iniziamo ad avere bisogno di capire chi siamo e cosa ci distingue dagli altri, pensare al nostro mondo interno, elaborare le nostre emozioni chiedendoci continuamente “questo cosa significa per me?” diventa una priorità. Contemporanemente, il rapporto con i genitori diventa più ambivalente: sappiamo che, se tutto va bene, ci sono per noi e ci aiutano, ma abbiamo bisogno di non confondere la nostra identità con loro, di non sentirci troppo dipendenti.

Gli adolescenti si trovano in un’ambiente, la casa familiare, che riflette soprattutto quello che c’è nella mente di altri individui, i genitori. Anche se non pensiamo di dare molta importanza ad arredare o decorare la casa, questa inevitabilmente ci rappresenterà in qualche modo.

Esempio banale: io e mia moglie scherziamo spesso sulle differenze di stile fra casa nostra e il mio studio, che è anche la mia tana e mi rappresenta, tanto che mia moglie, per dirmi che una cosa che voglio comprare piace solo a me e non di certo a lei, mi dice ironicamente “puoi metterla in studio”, che è un modo di sottointendere con grazia “fosse per te, vivremmo nel castello di Dracula: ti impedirò di fare questo alla nostra famiglia, sfogati nella tua cripta”.

Ecco, la stanza, con l’adolescenza, diventa un luogo di auto-rappresentazione, in un periodo della vita in cui rappresentare se stessi nella propria individualità è molto importante. Anzi, è forse l’obiettivo psicologico principale dell’adolescenza.

Tanti adolescenti fanno richieste che testitmoniano questi bisogni di autorappresentazione: le sedie da gaming, le scrivanie per il computer, una parete da tappezzare di foto o uno specchio più grande non hanno solo funzioni pratiche, insomma.

Non tutti gli adolescenti modificano fisicamente lo spazio della stanza, comunque. (Anzi, a questo proposito è bene chiedersi se non lo facciano perché i genitori li hanno scoraggiati dal farlo, senza magari averne l’intenzione esplicita, criticando le modifiche che volevano fare o anche solo commentando in modo meno incoraggiante di quanto quell’adolescente avrebbe voluto). Ad ogni modo, alcuni adolescenti riempiono la stanza prevalentemente delle attività che vi svolgono.

Stare in chiamata, giocare con i videogiochi, portarci gli amici, anche le esplorazioni sessuali ovviamente.

Il fatto che questa identità sia in costruzione rende l’adolescente meno tollerante rispetto alle ingerenze esterne: spesso non gradisce modifiche e commenti. Anche entrare nella stanza assume un valore simoblico più denso, quello di entrare in uno spazio fisico-mentale privato di cui vanno difesi i confini. Molte delle arrabbiature contro al genitore che entra senza bussare o senza bussare abbastanza forte o abbastanza a lungo o contro al genitore che entra distrattamente in bagno hanno a che fare proprio con la difesa di confini che sono ancora in costruzione.

Sono confini ancora fragili, insomma.

Anche qui un esempio semplice: anche se lo studio è il luogo più mio che ho a disposizione, come tanti altri adulti non vivo con grande disagio il fatto che anche qui sono richiesti dei compromessi, come rinunciare ad appendere immagini di nudo che vanno al di là della sobria stampa che rappresenta una statua neoclassica o di evitare oggetti che abbiamo implicazioni politiche evidenti. Sono tutte cose che sarebbero irrispettose sovrastimolazioni della sensibilità delle pazienti che condividono con me lo spazio e manifestare questo rispetto mi dà molta più soddisfazione rispetto ad avere libertà espressiva totale. Ecco, pensate quanto diverso è il sentire dell’adolescente che fa una tragedia se gli si chiede di sistemare la camera dove vigono standard igienici indegni del mondo occidentale. Non è solo pigrizia, è difesa della propria libertà di scelta e anche di un proprio ambiente familiare, delle proprie rassicuranti puzze.

In breve, stare solo nella stanza per un adolescente è importante perché gli garantisce l’occasione di sperimentare chi è sia in modo molto immediato:

  • fare cose che gli interessano e che lo rappresentano
  • stare con le persone a cui tiene, in presenza o online
  • eplorare il proprio corpo in maturazione, per quanto riguarda l’aspetto e anche la sessualità

sia in modo simbolico:

  • quello che ho è chi sono io
  • quello che faccio è chi sono io
  • quello che sta dentro e quello che sta fuori dalla stanza è quello che sta dentro e che sta fuori dalla mia persona.

Quando preoccuparsi: segnali di isolamento sociale negli adolescenti

Un grande implicito di quello che abbiamo detto finora è che stare nella stanza è legato ad una solitudine sana, necessaria per l’autoesplorazione.

La gestione della solitudine è una delle cose che l’adolescente deve imparare:

  • quanto mi piace stare da solo?
  • quanto sento il bisogno di stare con le altre persone?
  • quanto sopporto di stare da solo, quando è necessario farlo (ad esempio per studiare)?

Apprendere la gestione di una solitudine sana è una cosa strettamente legata alla socializzazione: si può dire che chi impara a riconoscere serenamente quanto tempo vuole passare con gli altri sente che, generalmente, ha costruito dei rapporti che rendono accessibili le persone con cui vuole stare. Conosce persone che gli piacciono e che vogliono stare con lui e sa che quando le cercherà le troverà, ovviamente tenendo conto del fatto che ogni rapporto equilibrato prevede di essere sufficientemente a disposizione degli altri quando sono gli altri a cercarti.

Chi ha difficoltà con la solitudine, invece, tende a sentire che gli altri non sono raggiungibili e la loro assenza può diventare un assillo. Sentirsi soli, può riempire la testa di pensieri sulla propria indesiderabilità o sulla propria incapacità di avvicinare gli altri.

Gli adolescenti soli spesso pensano moltissimo agli altri, soprattutto ai coetanei e, visto che questo pensiero è doloroso possono provare ad eliminarlo in vari modi.

Se un adolescente sta molto solo in camera è utile chiedersi

  • sta bene? mi ha mostrato qualche segnale di difficoltà? A scuola, con gli altri? C’è qualche segnale di disagio evidente?
  • il tempo che passa da solo è controbilanciato da tempo che passa con altri?
  • può essere una fase, anche utile per l’elaborazione di qualcosa che non sta facendo vedere? come le gestisce queste cose di solito?

Io e i colleghi di TuoPsicologo ovviamente facciamo attenzione a questi segnali perché siamo psicologi che vedono adolescenti, ma non intendo minimamente suggerire l’idea che è utile patologicizzare ogni momento di difficoltà o, ancora peggio, prendere per un cattivo segno il fatto che un ragazzo non sia sempre contento e sorridente.

Stare male, entro certi limiti, e imparare a gestire la sofferenza è una competenza importante da sviluppare.

Quando ci si chiede come sta un adolescente, è sempre importante chiedersi quali risorse abbia per gestire quello stato d’animo.

[Approfondimento: le difficoltà di socializzazione in adolescenza]

Le difficoltà di socializzazione sono uno dei problemi di cui ci occupiamo maggiormente:

Ho scritto un articolo dettagliato sulla questione: problemi di socializzazione in adolescenza

Riporto qui i maggiori segnali di preoccupazione che possono indirizzare a pensare ad una situazione di isolamento o ritiro problematico:

Stare “cronicamente” chiusi in camera è inoltre caratteristico di una condizione specifica di difficoltà psicologica: il ritiro sociale o hikikomori in cui è centrale un isolamento molto pervasivo. [Premi i link per leggere articoli che si concentrano su questa situazione].

Conflitti e chiusura in camera

Veniamo ad un altro aspetto importante del chiudersi in camera: la “porta sbattuta”, più o meno simbolicamente.

Gli adolescenti, cioè, utilizzano la camera per mettere un confino simbolico fra se stessi e i genitori.

Fino a qua, nulla di particolarmente difficile da interpretare, giusto? Anche perché si tratta di confini e “confinamenti” temporanei.

Pensiamo però a quando gli adolescenti allontanano i genitori senza che ci siano tagli troppo netti, cioè semplicemente uscendo dalla camera poco e malvolentieri, magari consumando anche i pasti da soli.

Non stiamo parlando degli adolescenti che stanno in camera perché hanno le loro cose a cui dedicarsi, e quando riemergono mostrano segnali di un rapporto con i genitori che funziona bene.

Ci sono adolescenti per cui il chiudersi in camere è l’estensione più espressiva che trovano del conflitto con i genitori.

Ce l’ho con te, per cui non voglio parlarti“.

A volte scelgono il chiudersi in camera come un sostituto del conflitto più aperto, una specie di alternativa ai litigi.

A volte, invece, chiudersi in camera è l’estensione di un clima conflittuale più aperto e dichiarato.

Di norma, è una buona idea chiedersi se quel ragazzo non abbia almeno un po’ bisogno di “farsi cercare”, anche se con le sue azioni sembra chiedere il contrario. Gli adolescenti sono ancora piuttosto dipendenti dai genitori per l’elaborazione delle loro emozioni e creare occasioni di conflitto può essere un modo per fare precisamente quello.

Spesso un adolescente che se ne sta chiuso in camera e fa trasparire la propria rabbia nei confronti dei genitori sta sostanzialmente dichiarando di

  • non essere capace di parlare
  • o di non avere intenzione di farlo (che è un’accusa indiretta verso i genitori).

Perché fa così?

Come abbiamo già visto, è normale che gli adolescenti siano a volte ombrosi, ostili o un po’ ritirati. Diventano ruvidi perché cercano un modo di prendere efficacemente le distanze dai genitori: non perché odino i genitori ma perché hanno bisogno di dimostrare a loro stessi di non aver bisogno di loro.

Arroccandosi in camera, mantenendo la loro posizione, dimostrano a loro stessi di sapersela cavare e di saper affrontare alla pari i genitori. Questa è un’altra competenza importante: la fiducia nelle proprie risorse, l’autostima.

Per altri adolescenti, non è così semplice. Alcuni ragazzi stanno male e non sanno come fare ad esprimerlo se non mettendo in allarme i genitori. Trincerarsi in camera in questi casi significa lasciare ai genitori il compito di comprendere il malessere del figlio e aiutarlo a scioglierlo.

[Ho scritto un articolo dettagliato sui ragazzi che hanno un atteggiamento scontroso con i genitori]

Come parlare con un figlio che si isola in camera

Dunque, abbiamo visto quali sono alcune delle funzioni normali del ritirarsi in camera e quando invece questo diventa problematico.

Come fare per risolverli, questi problemi? Come ci approcciamo cioè a questi adolescenti?

Come abbiamo già visto, prima di tutto bisogna farsi un’idea di quale sia il motivo di questa chiusura:

  • bisogna cioè valutare come sta quel ragazzo e se c’è qualche problema, raccogliendo indizi da altre aree della sua vita (umore, scuola, socialità…)

Per essere sicuri della bontà dell’interpretazione dei dati che compiamo, però, bisogna anche rivolgere, ahinoi, il microscopio verso se stessi:

  • bisogna cioè valutare come si sta davanti alla chiusura del ragazzo.

Un figlio che si chiude in camera è uno degli innumerevoli modi in cui un adolescente fa sentire i suoi genitori messi in discussione (quando non è proprio lui a volerli contestare apertamente!).

Mi sta dicendo che ho svolto male il mio ruolo di genitore?“.

Non mi vuole bene?“.

Il nostro rapporto si è usurato?

Questo non può che generare preoccupazione e anche ansia. È importante capire se questi sentimenti negativi sono il giusto campanello d’allarme davanti ad un figlio in difficoltà o, al contrario, se sono l’avviso del fatto che quel ragazzo ci sta toccando emotivamente in un modo che fatichiamo a reggere.

[A questo proposito, ho scritto un articolo sulla pressione emotiva avvertita in particolare dalle madri]

Quindi, se il ragazzo sta male e si è ragionevolmente sicuri che questo disagio non è solo l’effetto della propria preoccupazione, bisogna parlarci.

…più facile a dirsi che a farsi, se se ne sta sempre chiuso in camera!

Questo “sempre” non è assoluto. La regola universale, quando si parla di adolescenti che si sottraggono al confronto con i genitori, è che il loro rifiuto di comunicare non è mai totale.

Quando i genitori ci raccontano di chiusure ermetiche e totali dei figli, solitamente quello che ci stanno dicendo è: “Il comportamento di mio figlio mi preoccupa, mi rattrista e mi fa arrabbiare. Sono preoccupato di non riuscire a parlare con lui e di stare facendo qualcosa di sbagliato“.

Il problema è che questo atteggiamento preoccupato spesso rende difficile interpretare i segnali di apertura al dialogo come tali.

Ad esempio, anche il conflitto o l’atteggiamento provocatorio possono rappresentare un desiderio di comunicare. Se un ragazzo sta male, può fare fatica ad esprimere quello che non va in modo efficace. Può cioè negare il suo disagio o rifiutare di aprirsi quando i genitori gli mostrano la volontà di entrare in contatto con lui.

Se si notano dei segnali di disagio e si riesce ad iniziare un discorso, il fulcro di quello che bisognerà fare sarà restituire a quel ragazzo un’idea più chiara di quello che prova. Questo è qualcosa di molto legato alla situazione specifica.

Dire cose come:

“Senti, ultimamente hai smesso di parlare della scuola. Va tutto bene?”

“Non ti sento più parlare con i soliti amici con cui stavi sempre in chiamata. È successo qualcosa?”

è utile, ma soprattutto per testimoniare il fatto che si nota il suo disagio e si è interessati ad aiutarlo.

Molto spesso gli adolescenti fanno fatica a parlare davanti a domande così vaste, però, e lasciano semplicemente cadere il disocorso. È molto più facile riuscire a parlare partendo da un momento adatto, cioè quando è successo qualcosa di specifico e visibile, su cui si potrà essere più d’aiuto, sia che si tratti di piccoli episodi che di cose più importanti.

Ad esempio, si potrebbe notare che ogni volta che ci si propone di aiutarlo a preparare i pasti della nuova dieta che segue per la palestra si arrabbia, in un modo che sembrerebbe sproporzionato. Qui si può dirgli che forse preferisce fare da solo, anche se gli si sta solo offrendo aiuto e lui sembra prenderla a male, come se si sentisse infantilizzato. Si può dire: “ma la mia intenzione non è quella di infantilizzarti, è normale che tu alcune cose non le sappia ancora fare. Se preferisci, provaci per conto tuo e vieni a cercarmi solo se hai bisogno di una mano”.

La cosa importante di uno scambio del genere è aiutarlo ad assumersi parte della responsabilità del conflitto, alludendo al fatto che questa sua paura a farsi aiutare dipende dalla sua insicurezza nelle proprie risorse.

Mi raccomando, però: queste sono cose soprattutto da tenere a mente e utilizzare per capire meglio la situazione, non da condividere tutte insieme con il ragazzo. Può essere “troppo” per lui e questi pensieri vanno condivisi quando lui è già vicino a prenderne consapevolezza da solo. Lo scopo non è quello di fargli una lezione ma di aiutarlo a vedere che si incastra da solo quando ha paura di non riuscire a fare qualcosa e che non c’è bisogno di avere paura, perché è pienamente capace di imparare ma ci vuole tempo.

Quando le difficoltà sono più intense di quelle di questo esempio, cose che possono rappresentare anche normali conflitti della quotidianità, bisogna avere ancora più tatto.

Se un ragazzo sta tutto il giorno in camera, se non ha rapporti con i coetanei ad esclusione di pochissimi amici stretti e mostra segnali evidenti di disagio ad esempio, è molto probabile che appena gli si fa un osservazione si senta poco capace, criticato, che si vergogni e che, insomma, finisca per chiudersi ancora di più.

Molto spesso, in situazioni così, bisogna mostrare in modo ripetuto ed esplicito che il nostro progetto segreto non è quello di farlo sentire ancora peggio, sottolineando i suoi problemi.

È utile sottolineare che non lo si sta criticando per questo momento di difficoltà: se gli serve stare di più per i fatti suoi è perché cerca di stare meglio e se non riesce ad uscire molto è perché questo non è il momento per mettersi troppo alla prova.

Questo atteggiamento “morbido” molto spesso è più utile delle grandi discussioni o di grandi chiarimenti perché comunica con i fatti che si rispetteranno i suoi tempi e non si pretende da lui che si mostri capace di fare quello che ci si aspetta da un ragazzo della sua età, come uscire, prima del tempo.

Teniamo a mente che queste aspettative sono sicuramente presenti e con molta più forza ancora in lui per primo.

Un’altra questione importante: quanto bisogna considerare “sacra e inviolabile” la stanza? Come si fa a parlarci se sta sempre lì.

In linea di massima, conviene mettersi nell’ottica di approfittare di quei momenti in cui è lui ad uscire e ad esporsi un po’ di più, perché violare lo spazio fisico in cui si sente sicuro non può che portare la tensione ad aumentare.

È una cosa che ripeto, perché è molto facile trovarsi a sentire un forte senso di urgenza di essergli d’aiuto, ma questa urgenza può non essere d’aiuto se porta a non rispettare i suoi tempi. Se ci si fa prendere troppo dall’urgenza si rischia di bruciarsi l’opportunità di un confronto positivo. Spesso, aspettare paga di più.

Questo non vuol dire che non ci siano alcuni ragazzi che sono così in difficoltà da non offrire molte occasioni di contatto e a quel punto è necessario prendere l’iniziativa.

La tensione che si creerà molto spesso è comunque un modo per entrare in contatto e far emergere le angosce di quel ragazzo. È come se il conflitto fosse l’unico modo per arrivare a lui.

Questo tipo di situazione, in cui la chiusura è così profonda e la difficoltà di comunicazione è più forte, può beneficiare particolarmente dell’intervento di uno psicologo.

Quando chiedere aiuto: il ruolo della psicoterapia nell’adolescenza

Lo psicologo, in queste situazioni, ha due funzioni principali:

  • aiutare il ragazzo a comprendere ed affrontare le proprie difficoltà
  • favorire la comprensione fra adolescente e famiglia

Un adolescente in difficoltà può fare molta fatica a mostrarsi intimamente ai genitori, proprio per via dell’importanza del rapporto.

Spessissimo, non è che i ragazzi non si fidino; è che si vergognano troppo di mostrarsi carenti, figli meno ideali di quanto non vorrebbero essere.

Questo è chiaramente solo un esempio, ma lo cito perché è qualcosa di frequentissimo, in questi anni.

Paradossalmente, quel ragazzo che sembra così scontroso e inaccessibile, potrebbe avere non sopportare di dare ulteriori delusioni e sofferenze ai suoi genitori e, di conseguenza, non aprirsi.

Oggi, il rapporto con i genitori è mediamente molto più affettivamente denso e carico di quanto non fosse fino a pochi decenni fa e bisogna stare attenti a non leggere segnali di distacco o profondo conflitto quando non ci sono (col rischio di sovrapporre il vissuto del figlio con il vissuto prevalente degli adolescenti della propria giovinezza, ad esempio).

Se queste sono le premesse, lo psicologo ha un vantaggio importante: è (inizialmente) un estraneo, che è benevolo e a cui non si deve quasi nulla. Non gli si deve dimostrare nulla, né ovviamente gli si deve l’affetto che lega ai genitori: queste premesse possono far sentire l’adolescente molto più libero di parlare, esporsi, correre il rischio di mostrarsi nelle sue difficoltà e quelle che lui percepisce come brutture.

Altra questione: non è un caso se oggi tantissimi adolescenti tollerano e, anzi, caldeggiano che lo psicologo faccia da intermediario con i genitori. Un po’ serve a raffreddare gli animi se ci si è scaldati troppo, ma la funzione principale, solitamente è quella di ritrovare la sintonia perduta e desiderata dal ragazzo stesso.

Chiedersi se un figlio è in difficoltà è sempre un’esperienza penosa. Se ci si accorge che la comunicazione con lui non funziona o che sta troppo male per trovare anche le risorse per spiegarsi, cercare l’aiuto di un professionista può essere importante. Soprattutto, bisogna tenere a mente che non si tratta di andare davanti al giudice per capire chi si debba essere punito per quello che sta succedendo. Le difficoltà capitano e si può essere aiutati a toranare a prendersene cura tutti insieme.