Rifiuto Scolastico Adolescenti: Cause (Emotive) e Soluzioni

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Quando un adolescente manifesta una forte reticenza o l’impossibilità di frequentare la scuola, ci troviamo di fronte a un fenomeno complesso solitamente definito “rifiuto scolastico“. Le osservazioni che propongo nascono da una prospettiva specifica di lavoro con questi adolescenti, quella delle consulenze brevi e delle psicoterapie (anche lunghe) condotte da me o dai colleghi che lavorano con me in TuoPsicologo, studio di psicoterapia dell’adolescenza.

Si tratta di situazioni in cui gli aspetti “emotivi” sono in primo piano, come vedremo.

La scuola è una fetta importantissima della vita dell’adolescente sul piano psicologico. È uno dei contesti relazionali ed emotivi più ricchi che l’adolescente utilizza per costruirsi un’immagine coerente di sé (“io sono questo“), il che è un obiettivo fondamentale della crescita in adolescenza.

Mio figlio non vuole andare a scuola: cosa fare per aiutarlo?

Di fronte a un ragazzo che va male a scuola, bisogna evitare le risposte facili. Bisogna evitare di correre ad etichettarlo (precocemente!) come pigro o non adatto allo studio.

Questo non vuol dire che non sia mai utile “impartire disciplina”, anzi, è una cosa importantissima. Dobbiamo però porci il problema di quando sia efficace la disciplina e quando invece sia più efficace l’ascolto empatico.

Bisogna insomma porsi il problema di capire quale sia l’intervento di cui l’adolescente ha veramente bisogno.

Un adolescente che sta facendo qualcosa di apparentemente insensato con la scuola sta in realtà raggiungendo degli obiettivi non apertamente dichiarati, sta soddisfacendo bisogni di natura emotiva.

Obiettivi della crescita

L’andamento della vita scolastica può essere un grande indicatore della salute dell’adolescente. La scuola mette l’adolescente davanti a una costante autovalutazione del raggiungimento degli obiettivi impliciti nella crescita, anche se, solitamente, di questo l’adolescente non è consapevole.

Ad esempio:

  • Autostima: Gli adolescenti costruiscono la propria autostima anche a scuola, misurando se stessi attraverso le cose che si scoprono bravi a fare e non fare, oltre ovviamente al confronto diretto con i coetanei.
  • Autonomia e confini: alla scuola è legata anche la costruzione della propria autonomia e della cosiddetta separazione dai genitori. “Sono capace di fare le cose da solo? Quando faccio qualcosa, sto cercando l’approvazione dei miei genitori, cosa che era centrale per me quando ero bambino, o mi sto autonomizzando da questa, misurando il mio successo sulla base di criteri personali?” E ancora: “chiedere aiuto mi mette in crisi o sono diventato abbastanza sicuro di me da sentirmi minacciato dal fatto di appoggiarmi agli altri, magari proprio ad un adulto?
  • La gestione delle frustrazioni: un elemento centrale dell’esperienza scolastica è l’implicita richiesta di confronto con le frustrazioni: è impossibile essere bravi in tutto e, anche se si è piuttosto bravi, è impossibile avere il tempo per fare tutto (ad es: coltivare impegni scolastici, sportivi e amicizie contemporaneamente). La necessità di fare delle scelte e amministrare delle risorse che per loro natura sono limitate può mettere in crisi gli adolescenti. Come se il discorso fosse: “se non sono ancora sicuro che dentro di me ci sono cose che mi possono far apprezzare da me stesso e dagli altri, pensare ai miei limiti mi può mettere in agitazione, come se avessi paura di non trovare granché di buono dentro di me“.

In particolare, comunque, quello dell’autostima in adolescenza è un tema particolarmente centrale, e se non è sufficientemente sviluppata, rende più difficile acquisire altre competenze. [Ho scritto un articolo, in particolare, sulla mancanza di autostima in adolescenza]

I conflitti che si creano nel tentativo di raggiungere questi obbiettivi, sono normali e funzionali a proseguire nella crescita. È altrettanto normale però che gli adolescenti non riescano a gestirli sempre in modo sereno, almeno inizialmente!

Possono essere situazioni che danno origine a comportamenti provocatori, difficoltà scolastiche vere e proprie (cali di rendimento, poco impegno, desiderio di lasciare la scuola) o manifestazioni di rabbia intensa.

Vediamo intanto un esempio semplice e diffuso.

Rifiuto Scolastico: non è pigrizia, è una strategia difensiva

Pensiamo a un classico dei classici, lo studente pelandrone che fa il meno possibile oppure che inspiegabilmente non si prepara a sufficienza per verifiche e interrogazioni. Situazione magari condita da una discreta quantità di conflittualità con gli insegnanti.

Ad uno psicologo che si occupa di adolescenza può capitare di conoscere un ragazzo così, magari nel momento in cui prende l’iniziativa di dire alla famiglia che le cose potrebbero andare meglio se cambiasse scuola o se lasciasse proprio la scuola. Questo può accadere, ad esempio, in occasione di una bocciatura.

Davanti alla richiesta, una famiglia può essere comprensibilmente disorientata e cercare l’aiuto dello psicologo per capire per bene come comportarmi.

Può capitare, dunque, che mi trovi avanti ad un ragazzo che magari molto bonariamente scherza sul fatto che dello studio non gli importa nulla.

Quindi, di quello inizialmente non si riuscirà a parlare granché, mentre gli potrebbe interessargli molto di più parlare del fastidio che gli danno i professori, adulti che gli chiedono obbedienza, attenzione, che lo “trattano come un numero” e così via.

Se allora si porta l’attenzione sul fatto che sembra essere lui a cercare rissa con i professori, per così dire, cioè a creare occasioni di conflitto con loro, non è infrequente che emerga che quel ragazzo si sente giudicato (negativamente) da loro.

Allora, se tutto procede bene, si può iniziare a scherzare insieme sul fatto che lui stesso a metterli nelle condizioni di avere di questi pregiudizi perché non porta i compiti, non si impegna per le verifiche, chiacchiera in modo esagerato, è sempre il primo a fare confusione e via così.

Parlare di queste cose può far sì che spontaneamente inizi ad ammorbidire i toni, che qualche professore diventi più disponibile con lui… e il ragazzo inizia a cambiare.  Dai colloqui può iniziare ad emergere che da un certo punto in poi alle superiori in realtà è come se avessi avuto un film in testa, cioè si fosse indiscutibilmente convinto che, a scuola, sarebbe stato solo criticato, non apprezzato, al limite anche umiliato. Di conseguenza, sulla base di questo film si è messo sulla difensiva.  Quel ragazzo ha quindi passato i mesi e gli anni successivi a confermare queste idee che c’erano già nella sua mente.

 Questa operazione, l’identificazione dei film sulla nostra vita che abbiamo nella mente e la conseguente rottura dell’incantesimo, è l’obiettivo della psicoterapia, indipendentemente che si tratti di cose semplici e apparentemente “ordinarie”, sia per situazioni più complesse che implicano maggiore sofferenza.

Tutti noi rischiamo di metterci sulla difensiva quando ci confrontiamo con cose che ci fanno soffrire.

Finiamo allora per scegliere l’interpretazione della realtà che ci fa sentire più sicuri, meno esposti a quella sofferenza

Il ragazzo di questo esempio è impegnato in lotte “immaginarie” con i professori che lo mettono al riparo dal giudizio su di sé. [Ricordi quello che dicevo sull’autostima?]

  Se lui stesso non sa ancora che cosa pensare di sé, l’idea che qualcuno gli possa dire “sei bravo” o “non sei bravo” rischia di mandarlo in crisi.

Come allora evitare il confronto con la paura di non essere bravo a sufficienza? Se la paura è questa, diventa conveniente sacrificare la possibilità di avere un rapporto maturo con chi rischia di farmi soffrire. Se scredito in partenza chi mi può far stare male, ho meno possibilità di soffrire:  “Nessun professore capisce un accidente, quindi le loro parole non valgono niente. Le loro critiche non mi toccano”. 

Un processo del genere rende una persona meno capace di leggere la realtà.

Cioè, ad esempio, rende meno capace di distinguere quei professori che sono in grado di ascoltare e guidare autenticamente un ragazzo da quelli che sono meno empaticamente disponibili (magari eccezionali nella loro materia ma carenti nelle capacità relazionali). Così, si finisce per rimanere vittima del proprio film, della paura di venire criticati.

Questo può essere avvertito come un obiettivo così importante da valere il rischio di sacrificare le possibilità di un successo scolastico.

Rifiuto Scolastico negli adolescenti: cause

Spesso basta andare poco sotto alla superficie, nel rapporto con i ragazzi con questo genere di difficoltà scolastiche, per capire che hanno una gran fifa di non essere capaci di andare bene.

Allora, piuttosto che rischiare di affrontare il confronto con un’immagine deludente di loro stessi, tirano i remi in barca. Rinunciano ai successi scolastici pur di non perdere la stima in loro stessi.

Fondamentalmente, il problema non è la scuola in sé, ma la misurazione di se stessi. Quanto posso avere stima di me? Quanto posso accettare le parti che non mi piacciono di me stesso?

Questo comportamento è guidato da sentimenti depressivi… che non sono la depressione intesa come etichetta diagnostica psicopatologica. Sono quei meccanismi normali che, amplificati e irrigiditi diventano la depressione, che possono essere più o meno presenti nella vita di qualcuno e che possono portare con se un certo grado di perdita di libertà nel proprio modo di pensare e agire.

Fanno stare male quindi costringono a farsi dei film mentali che aiutano ad evitare situazioni dolorose, insomma.

Il ragazzo non sceglie di fare guai con la scuola, ci cade dentro. “Se penso di perdere le mie qualità, se non ho più stima di me, sto male”: l’emotività depressiva suggerisce di mettersi al riparo da queste valutazioni negative su di sé.

La causa è sempre questa?

Va detto che, anche se queste sono le dinamiche più frequenti dietro alle difficoltà scolastiche e questo accade perché imparare a gestire efficacemente i sentimenti depressivi è necessario per ogni individuo in crescita, non è l’unica risposta possibile.

Da un lato ci sono le situazioni in cui si può parlare di depressione vera e propria, che in adolescenza ha sue caratteristiche specifiche e in questo periodo storico assume spesso le caratteristiche del ritiro sociale o hikikomori.

Ci sono ovviamente le situazioni che implicano una difficoltà nello studio in sé per cause diverse da quelle emotive, ad esempio i disturbi specifici dell’apprendimento, che possono alimentare questa inclinazione depressiva, ma partono da cause completamente differenti, di natura cognitiva, non emotiva.

Ci sono poi situazioni di sofferenza psicologica in adolescenza che hanno un impatto molto forte sulla scuola ma che c’entrano con qualcosa che accade nella mente dell’adolescente e che non ha nulla a che fare con la scuola, di per sé.

Ne possono essere un esempio i disturbi ossessivo-compulsivi, in cui i pensieri ossessivi possono investire le attività scolastiche, ad esempio sotto forma di preoccupazione eccessiva nei confronti delle verifiche, ma in cui la scuola viene semplicemente scelta come uno dei possibili bersagli dell’ossessività.

Ci sono altre situazioni, di sofferenza molto significativa (pensiamo a traumi e psicosi, ad esempio), in cui il ragazzo può avere anzi un gran desiderio di tornare alla normalità della vita scolastica, ma semplicemente non riesce, perché le sue energie sono quasi totalmente assorbite dalla gestione della sua sofferenza.

Queste sono differenze importanti, che può essere necessario spiegare agli insegnanti perché possano valutare correttamente il percorso dello studente.

E il ruolo dei genitori?

Per quanto riguarda i genitori, è essenziale migliorare la capacità di lettura complessiva di quello che accade al figlio. Anche quando si tratta di situazioni apparentemente banali, della quotidianità.

Per uno psicologo, lavorare con l’adolescente vuol dire avere contatti con la famiglia e capire insieme quali sono i meccanismi in azione dentro di lui: lo psicologo verrà aiutato nel suo lavoro con il ragazzo e la famiglia a sua voltà ci vedrà più chiaro, così da capirsi meglio (reciprocamente, magari!).

Capire il senso delle sue azioni sul piano emotivo aiuta a:

  • evitare di scaricare l’ansia l’ansia sul ragazzo: vedere un adolescente in difficoltà non è facile. Il senso di colpa e la pressione che sentono i genitori rischiano di aumentare l’ansia che provano e di rendere più difficile un ascolto sereno dei bisogni del figlio.
  • comunicare meglio: quando i genitori capiscono che non è un problema di volontà ma di paura o di bisogno emotivo, la comunicazione migliora. Ad esempio, si può capire quando una punizione è utile (perché viene compresa come parte dei “gioco di guardia e ladri” fra genitori e figli di questa età e come un modo dei genitori per occuparsi di lui) e quando invece non serve a fare altro che complicare i rapporti.

Capire non significa diventare genitori passivi, che si devono limitare all’ascolto, vuol dire il contrario: significa essere nelle condizioni di scegliere con più chiarezza cosa fa bene al ragazzo e a tutta la famiglia.