Come si svolge una seduta di psicoterapia?

Contenuti

Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Accorgersi che si pensa che si potrebbe avere bisogno di uno psicologo è un momento che è piuttosto difficile nella vita di una persona. Come se non bastasse, provare ad immaginarsi lo svolgimento della seduta di psicoterapia può far tremare i polsi.

Andare da uno psicologo, da un certo punto di vista, è come andare dal dentista. Si sta male, ma al contempo ci si preoccupa di dover sommare il dolore dell’intervento a quello del dente.

Direi che un po’ di questa paura c’è anche in chi si rivolge pieno di fiducia allo psicologo.

È perfettamente normale: dallo psicologo si espongono le cose più intime della propria vita.

Capire cosa succede all’interno della seduta può essere un buon modo di tranquillizzarsi… e anche di capire se ci si trova davanti ad un professionista serio o a qualcuno che procede a tentoni.

Come sempre, mi sembra utile che chi sente di avere bisogno di uno psicologo e vuole più dettagli su come funzioni questo passaggio delicato abbia modo di trovare queste informazioni.

Farò qualche esempio concreto, in modo da rendere l’idea nel modo più chiaro possibile.

Prima di entrare nei dettagli, è importante che io aggiunga che il modo in cui si svolge una seduta di psicoterapia può variare in modo significativo, in relazione a quello che porta il paziente e a come lavora il professionista.

Io parlo della mia esperienza di psicologo psicoterapeuta e del mio modo di svolgere questo lavoro.

[Userò indifferentemente il termine psicologo e psicoterapeuta, anche se le psicoterapie sono applicazioni specialistiche della psicologia, e lo psicoterapeuta è un professionista che ha seguito uno specifico percorso di specializzazione postuniversitaria.]

Come NON si svolge una seduta di psicoterapia

(Cioè “Quello che non succederà”)

[Due parole sulla preoccupazione che accompagna l’approccio alla psicoterapia… e su come può tornare utile.]

Come ho già detto, mi sembra utile mettersi nell’ordine di idee che ci sia un po’ di paura in tutte le persone che si devono presentare per la prima volta nello studio di uno psicoterapeuta.

Quello che si racconto allo psicologo è qualcosa di molto intimo. Questo è vero anche quando si viene per un familiare, o per un figlio; anche quando si parla di qualcun altro, si finisce per raccontare qualcosa di  quello che si pensa, di ciò che si prova e di come si compiono le proprie scelte.

Quando si deve parlare di se stessi ci si può sentire veramente molto scoperti.

Si troverà qualcuno che sia in grado di accogliere in modo rispettoso e competente questi pensieri e sentimenti?

La paura che si prova è quella di farsi male.

Di essere rimproverati, ad esempio, cioè di sentire qualcuno che potrebbe dire una cosa del tipo:

Ma signora! Certo che se fa così per forza che sta male!

Di non essere presi sul serio:

Questo non è un problema. Lei è solo x / y /z.

… dove x / y /z possono essere “sta passando un brutto momento”, “non è niente”, “è stress” o altre formule per dire che la tua preoccuapazione non è poi così importante.

Ci si può sentire un po’ matti, rotti, magagnati.

E vergognarsi, sentirsi sciocchi.

O pensare che non ci possa essere qualcuno in grado di capire sul serio cosa stia succedendo e interessarsi sinceramente ai tuoi problemi.

In queste sensazioni spiacevoli c’è però un vantaggio: tutte queste preoccupazioni sono una parte del lavoro che si è andati lì per fare.

Vediamo in che senso.

Come si svolge una seduta dallo psicologo?

Cosa si fa

Entriamo nell’ottica di un primo colloquio con lo psicologo, magari il primo in assoluto (cioè l’esperienza di una persona che non ha mai visto uno psicologo).

Solo pochissime persone arrivano, descrivono i sintomi e poi non aggiungono altro.

Tutti aggiungono qualcosa che si collega al loro malessere.

Un pezzo della loro storia:

I miei rapporti con gli altri sono peggiorati già da qualche anno. È come se non avessi più voglia di farmi fregare.

Poi, quando tre mesi fa sono dovuta andare al matrimonio di una mia amica è successo un disastro.

Oppure una spiegazione:

Quest’ansia mi viene fuori quando mi trovo solo. Il che è assurdo, perché sono grande e grosso e stare da solo mi piace. Ma quando la mia compagna deve andare via per lavoro e sta fuori casa un paio di giorni sto male.

Ultimamente la situazione è diventata insopportabile.

O ricercano una causa in quello che è successo attorno a loro:

Quando mia mamma ha iniziato a stare male, è stato un tracollo. Le mie sorelle mi hanno lasciata sola e me ne sono dovuta occupare io. E lavoro! Non è che avessi tutto questo tempo a disposizione!

Adesso o sono al lavoro, o sono da mia mamma e mio marito sta iniziando a dirmi che non ci sono mai… ma cosa devo fare, io?! Non ce la faccio più!

Tutto questo è preziosissimo.

Beninteso, intendo dire che è prezioso non solo in quanto questi racconti rappresentano qualcosa di unico nella vita di una persona ma anche che sono degli strumenti di lavoro.

Cioè, non sono importanti solo perché sono parole sincere e intime… la questione è che la seduta parte proprio da lì!

Raccontare una crisi

Il momento in cui si decide di fissare una seduta dallo psicologo non è mai neutro.

È un momento di crisi.

Non voglio dire che deve essere per forza successo qualcosa di catastrofico; si tratta di una crisi prevalentemente interna alla persona che la porta.

“Crisi” significa che una persona sente che un equilibrio si è rotto.

Quello di cui si parla, quando ci si presenta allo psicologo, è un modo per raccontare questa crisi.

Cosa mi fa soffrire?

A chi/cosa ne attribuisco la responsabilità?

Come mi sono mosso per uscirne?

Un evento casuale come un incidente d’auto, un fallimento sul lavoro o la fine di una relazione, un trauma come un lutto, una condizione di stress prolungata (come la cura di un parente malato) mettono in discussione il proprio modo di funzionare abituale.

[Devo aggiungere, ahimé, che le cose non sono sempre così esplicite: non sempre è facile identificare un evento o una situazione scatenante. Alcune persone sentono di stare male, in un modo che per loro disorientante, come se questo non avesse nulla a che fare con quello che accade loro nella vita. In queste situazioni, diventa importante collegare il modo in cui ci si sente con quello che capita nella propria vita, così da riuscire a sentirsi meno disorientati.]

Si entra nell’ordine di idee che ci sia stata un’“ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

La cosa più importante, però, è che il modo di vivere questo trauma è personale.

Il modo di stare male è personale.

In una seduta dallo psicologo si cercano soprattutto dei nessi fra le parti di questo racconto, con lo scopo di capire quale specifico modo di stare male caratterizzi una specifica persona.

Lo psicologo cerca di individuare dei modi di pensare, sentirsi ed agire che sono ricorrenti.

I primi colloqui, in particolare, sono caratterizzati da delle domande che servono proprio a cogliere questo tipo di ricorrenze.

Durante questo tipo di sedute io penso a delle ipotesi su come “è fatta” una persona, faccio alcune domande per capire se sono nella direzione giusta. Quando sono soddisfatto dei dati che ho raccolto, li condivido con il paziente e gli dico, grossomodo: “Io ho capito questo. È così che sono andate le cose, secondo Lei? È così che si sente in questo tipo di situazione?

Quando mi dice che sente di dover mostrare rispetto nei confronti del suo capo, mi sembra che questo per Lei voglia dire annullarsi completamente, come se alcune persone avessero diritto di trattarLa come vogliono.”

Il modo in cui ha descritto questa sua nuova relazione mi ha colpito, perché ne parla come se dovesse proteggersi da quello che potrebbe succedere.  ”

Se l’ipotesi è corretta, il paziente si accorge –a volte con una certa sorpresa- che è possibile fare un piccolo passo in avanti, e attaccare un altro pezzo del puzzle.

Si ricordano situazioni in cui ci si è sentiti in un modo simile.

Si prova a dare una spiegazione dei propri comportamenti.

Insomma, si prendono nuove strade che porteranno a definire in modo più chiaro quello che si prova, si pensa e si fa in certe situazioni.

Quando il quadro diventa abbastanza ricco, lo psicologo formula fra sé e sé una diagnosi, cioè una specie di riassunto delle caratteristiche più adatte a aiutarlo a capire che tipo di equilibrio sia entrato in crisi e di cosa abbia bisogno il paziente.

Solitamente è necessario più di un colloquio per formulare una diagnosi affidabile.

Poi, lo psicologo condivide i propri pensieri con il paziente.

Tutti i pazienti vogliono, in un modo o nell’altro, una restituzione “personalizzata” che li aiuti a capire cosa stia succedendo partendo dai pezzi della LORO vita.

Alcune persone desiderano anche una diagnosi “da manuale” (depressione, ansia sociale, etc..). In questi casi la do, descrivendola nel modo più personalizzato possibile.

Come si svolge una vera e propria seduta di psicoterapia?

Il trattamento

Dal punto di vista dello psicologo, quando si ha un quadro dei pensieri, sentimenti e azioni che caratterizzano una persona, allora si può iniziare a pensare come aiutarla.

Per il paziente, cioè, inizia la psicoterapia vera e propria.

Quando leggo la descrizione della psicoterapia come di “un dialogo che si fa in due”, “la costruzione di un racconto”, “la ricostruzione della vita di un paziente” o l’ “il cambiamento del modo di funzionare di una persona” le trovo cose giuste e belle.

Però quando una persona vuole capire come si svolga una seduta di psicoterapia, ho l’impressione che queste formule non siano sufficienti.

In che modo arrivano i cambiamenti?

In che modo si sta meglio?

Partiamo dalla fine.

Se una persona sta male, non è per caso.

I sintomi – o le condizioni di disagio – sono strategie di sopravvivenza, che hanno però lo svantaggio molto grande di funzionare solo in parte.

Per quanto sia paradossale, i sintomi servono alla persona.

Però sono dolorosi.

Non possono essere semplicemente cavati come un dente malato, perché una persona si troverebbe senza risorse.

L’obiettivo di una psicoterapia è di trovare dei modi di vivere

  • che siano meno dolorosi
  • e che lascino la persona più libera.

Ad esempio, per alcune persone è necessario punirsi, trattarsi con disprezzo, odiarsi. Solo maltrattandosi sentono di riuscire a mantenere dei rapporti con gli altri. Assumendosi colpe e responsabilità non loro, sentono di riuscire a tenere vicine le persone importanti.

In un caso del genere, la psicoterapia significa diventare più indulgenti con se stessi, non sentirsi responsabili di colpe non proprie e rendere molto più semplici da tenere vicine le persone per cui si prova affetto.

E come si fa una cosa del genere?

Una persona che cerca una psicoterapia ha già iniziato a mettere in discussione il proprio modo di vivere e sentire.

Lo psicologo è una persona con cui discutere, costruire e mettere alla prova un nuovo modo di vivere all’interno di un contesto protetto in cui ridurre i rischi di pagare troppo cari gli errori.

Continuando con l’esempio precedente, quando una persona inizia a passare da una situazione in cui tratta se stessa con odio ad una in cui inizia ad essere più tollerante verso di sé, può provare un senso di trionfo che le fa venire voglia di liberarsi di alcune persone che la fanno sentire a disagio.

Se questi rapporti riguardano il lavoro, ad esempio, questa persona rischia di complicarsi molto la vita, se agisce di impulso. La psicoterapia, in questo caso, può avere la funzione di farle vedere quali siano i sentimenti che la spingono ad agire così, e di valutare cosa sia meglio fare nell’immediato per riuscire a gestire questi rapporti senza necessariamente danneggiare proprio futuro lavorativo.

Una persona che sa come si sente e cosa la faccia sentire così è molto più libera nelle proprie scelte.

In psicoterapia si cerca un modo di vivere tollerabile e più vicino a quello che si desidera per sé.

Parole che fanno cambiare

Come abbiamo visto per i primi colloqui, chi va dallo psicologo porta dei racconti su di sé.

Spesso, nel corso di una psicoterapia, questi racconti hanno a che fare con quello che è capitato durante la settimana.

Sulla base di quello che si scopre nel tempo, lo psicoterapeuta aiuta a dare senso a quello che fa soffrire il suo paziente (in piccolo, questo è già successo quando i due hanno condiviso una diagnosi).

Come mai quando devo presentare un nuovo progetto do il peggio di me?

Una cosa del genere si può stabilire solo in base ad una conoscenza approfondita di una persona.

Ad esempio, sulla base di come un paziente racconta di essere stato educato e su quello che prova nella propria vita personale, si può dire che quello che quel paziente si aspetta di essere umiliato, quando si espone. È così convinto che questo succederà, che quel paziente inizia a rendersi conto di essere lui stesso a considerarsi un buono a nulla.

In questo caso, il lavoro dello psicologo è quello di aiutare una persona ad accorgersi di questa opinione così dolorosa che ha di se stesso.

La cosa più sorprendente, per chi affronta una psicoterapia, è che più pezzi vengono messi assieme, più il racconto personale cambia.

Il momento in cui si capisce che si ha una cattiva opinione di se stessi è anche il momento in cui questa opinione è già (parzialmente) cambiata.

Quando si dice che si ha paura di rimanere soli è perché, anche se sembra assurdo, si pensa che non dovrà essere necessariamente così.

Arrivati a questo punto, dico una cosa che mi sembra importante: se una persona inizia una psicoterapia è perché sta male e perché vuole che questa situazione cambi. Il nocciolo della questione sta tutto qui.

Però è molto complicato spiegare perché quando una persona si accorge di un proprio modo di essere e ne parla con lo psicoterapeuta possiamo dire che è già cambiata.

Implicherebbe parlare del modo in cui le parole esprimono i pensieri e le emozioni, e credo mi porterebbe fuori strada.

Mi sembra di essere più capace di spiegarmi se mi concentro su quello che succede nelle sedute, facendo una sorta di cronaca di quello che potrebbe accadere in seduta. Questo rappresenta quello che succede dal punto di vista del paziente.

Quando un paziente ripensa a come sente di essere cambiato durante una psicoterapia, pensa a quello che è successo e a come si è sentito, non a come funzioni la mente.

Ad una persona in psicoterapia difficilmente interessa il tema astratto del funzionamento della mente.

Quella è una cosa che deve conoscere lo psicoterapeuta.

A chi è in psicoterapia interessa il funzionamento della PROPRIA mente.

E quello ciascuno lo ricorda per esempi biografici.

“Una volta avrei fatto così, ma adesso mi sento più…”.

È per questo che mi sembra più importante parlare di COME cambi una persona, piuttosto del perché.

Una volta era diverso…

Quando un paziente si accorge di essere cambiato, di solito è sorpreso.

Se ne accorge solo DOPO aver messo in discussione i propri pensieri e le proprie emozioni.

Lo psicologo aiuta la persona a farlo nel modo più adatto a lui.

Col tono più adatto; a volte serio, a volte anche scherzoso.

Individuando i punti critici del discorso del paziente, mostrando collegamenti e sopratutto creando le condizioni perché sia il paziente a creare nuovi collegamenti.

Se una persona viene in psicoterapia è per sentirsi in modo diverso e per fare delle cose diverse.

Per fare questo il paziente racconta molte cose su di sé che sostanzialmente vogliono dire: “Questo mio modo di essere non mi va bene, ma non so come fare a vivere in modo diverso.”

Quello che fa lo psicologo, è creare un clima di fiducia e collaborazione in cui, insieme, è possibile mettere in discussione proprio quel modo di essere.

E dopo tutta la fatica di mettersi in discussione, si viene premiati dal cambiamento che desiderava.