Ansia sociale in adolescenza: sintomi, segnali e cosa fare

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Che cos’è l’ansia sociale in adolescenza

L’ansia sociale in adolescenza è una paura intensa e persistente delle situazioni in cui il ragazzo può sentirsi osservato, giudicato o valutato dagli altri. Può rendere difficili la scuola, le amicizie, le feste, lo sport e tutte le occasioni in cui è necessario parlare o stare insieme ai coetanei.

Essere presentati a una persona nuova, parlare davanti alla classe, partecipare a una festa o trovarsi al centro dell’attenzione possono generare paura, disagio e sintomi fisici.

L’ansia sociale, chiamata anche chiamata anche fobia sociale, è caratterizzata da una paura intensa o persistente delle situazioni in cui si può essere osservati, giudicati o valutati dagli altri.

Non si presenta però in una sola forma. Per comprendere che cosa sta vivendo uno specifico adolescente è importante osservare:

  • l’intensità dell’ansia;
  • la durata nel tempo;
  • le situazioni in cui compare;
  • quanto interferisce con la scuola, le amicizie e le altre attività quotidiane.

L’ansia non è sempre evidente. Talvolta si presenta con palpitazioni, tremori, sudorazione, mal di stomaco o altri sintomi fisici. In molti adolescenti, però, emerge soprattutto attraverso il ritiro, l’evitamento o un apparente disinteresse per le situazioni sociali.

Per questo, riconoscere l’ansia sociale in adolescenza richiede attenzione anche ai comportamenti apparentemente poco specifici. Una chiusura improvvisa, la rinuncia alle attività o il rifiuto di situazioni nuove possono infatti nascondere una difficoltà più profonda.

No, non necessariamente. La timidezza può essere una caratteristica individuale e non impedire al ragazzo di costruire relazioni, partecipare alle attività e affrontare gradualmente le situazioni nuove. È utile prestare maggiore attenzione quando paura del giudizio, evitamento o disagio diventano così intensi da limitare la scuola, le amicizie, lo sport o la possibilità di fare esperienze.

Come si manifesta l’ansia sociale in adolescenza

Nell’adolescenza l’ansia sociale può presentarsi con sintomi simili a quelli dell’adulto, ma spesso si riconosce soprattutto osservando il rapporto del ragazzo con i coetanei, la scuola e le attività quotidiane.

Durante l’adolescenza, però, i segnali possono essere meno evidenti. Le relazioni con i coetanei, il confronto con il gruppo e il timore di essere giudicati assumono un’importanza particolare. [vedi  Baartman et al. 2024]

Per questo, riconoscere una difficoltà non significa osservare soltanto i sintomi dell’ansia. È importante considerare anche il modo in cui il ragazzo affronta:

  • la scuola;
  • le amicizie;
  • le attività sportive;
  • le esperienze nuove;
  • le situazioni in cui deve parlare o mostrarsi davanti agli altri.

Questi segnali possono comparire prima, durante o dopo una situazione sociale percepita come minacciosa.

L’ansia sociale può manifestarsi in forma indiretta, attraverso il disagio e l’evitamento, oppure in modo più evidente attraverso sintomi fisici e stati di forte agitazione.

I segnali indiretti dell’ansia sociale

Durante l’adolescenza, l’ansia sociale si mostra spesso in forma indiretta. Può apparire come un disagio difficile da cogliere dall’esterno oppure come una serie di “fughe” da esperienze vissute come spaventose.

Globalmente, le situazioni temute possono riguardare tre ambiti principali [vedi Slipka et al. 2023]:

  • l’interazione sociale, per esempio incontrare persone nuove o avere un appuntamento;
  • l’essere osservati o controllati, per esempio mangiare o parlare davanti agli altri;
  • la prestazione pubblica, come sostenere un’interrogazione, praticare uno sport o esibirsi davanti a un gruppo.

Bisogna pensare che questi sintomi non si presentano sempre come una paura evidente. Molto spesso sono nascosti e vengono riconosciuti proprio attraverso i tentativi dell’adolescente di evitare o controllare le situazioni che lo fanno sentire esposto.

Alcuni comportamenti possono sembrare semplice disinteresse, chiusura o anche altezzosità. Il punto, è chiedersi se la reazione che osserviamo possa nascondere la paura di affrontare situazioni sociali nelle quali il ragazzo teme di non sentirsi all’altezza.

Quali sono i segnali indiretti dell’ansia sociale in adolescenza?

I segnali indiretti dell’ansia sociale in adolescenza sono soprattutto l’evitamento delle situazioni con i coetanei, la rinuncia a scuola o attività di gruppo e la sofferenza legata al giudizio degli altri. Da soli non indicano necessariamente un disturbo: diventano più significativi quando sono persistenti, provocano sofferenza e limitano la vita quotidiana del ragazzo.

Calandoci nel contesto di vita agli adolescenti, possiamo cogliere alcuni segnali specifici:

  • disinteresse per esperienze e situazioni nuove;
  • difficoltà scolastiche, fino a non frequentare la scuola o a un peggioramento del rendimento;
  • difficoltà nel parlare davanti alla classe, per esempio durante un’interrogazione;
  • difficoltà nel fare nuove amicizie;
  • evitamento di feste, uscite, locali o altri luoghi di incontro;
  • rinuncia ad uscite e viaggi di istruzione;
  • tendenza a invitare i coetanei soltanto a casa, dove si sente più al sicuro;
  • rinuncia dalle prime esperienze sentimentali o preferenza per rapporti rassicuranti, routinari e che escludono, ad esempio, il confronto con la sessualità;
  • disagio quando si trova al centro dell’attenzione (es: vuole evitare attività di gruppo o non vuole visitare parenti che vede di rado e potrebbero fargli mille domande);
  • disagio davanti al contatto visivo;
  • disagio con persone nuove o autorevoli, come i professori;
  • disagio legato al proprio corpo e al modo in cui pensa di essere visto dagli altri.

Come dicevo, queste forme di disagio possono manifestarsi in modo poco chiaro.

Un cattivo rapporto con la scuola, in cui risalta la mancanza di interesse o proprio il rifiuto, o anche un atteggiamento globalmente sprezzante, può nascondere la difficoltà di sostenere il confronto con i coetanei e il timore di non sentirsi all’altezza.

“Evito la scuola perché non riesco ad affrontare le situazioni sociali che trovo a scuola”.

Dobbiamo ricordare, oltretutto, che le difficoltà scolastiche in adolescenza sono una delle espressioni più comuni delle difficoltà psicologiche in questa fase della vita. Possono indicare un disagio circoscritto, ma anche il primo indizio di un progressivo ritiro sociale e affettivo.

La scuola può essere un ambiente particolarmente faticoso per chi vive questo tipo di problema, perché combina molte situazioni sociali con richieste di prestazione pubblica, come le interrogazioni, le presentazioni e gli interventi in classe.

Qualcosa di simile può accadere anche in altri contesti di gruppo, come:

  • lo sport;
  • gli scout;
  • la parrocchia;
  • i corsi extrascolastici;
  • le uscite con gli amici.

Più in generale, possono essere evitate tutte quelle situazioni in cui il ragazzo sente di dover dimostrare di essere sufficientemente sicuro di sé o di saper fare qualcosa davanti agli altri.

Verso la fine dell’articolo vedremo un esempio concreto di queste difficoltà e delle conseguenze che possono avere.

C’è poi un altro dettaglio che è importante tenere a mente: alcuni adolescenti con ansia sociale possono avere paura in generale di tutte le situazioni sociali, mentre per altri l’ansia si concentra soprattutto su contesti specifici, come parlare in pubblico, incontrare persone nuove o essere osservati durante una prestazione.

Sintomi fisici dell’ansia sociale in adolescenza

Accanto ai segnali indiretti, in alcuni ragazzi possono comparire manifestazioni  più evidenti di ansia. Questo accade soprattutto nei momenti in cui l’adolescente si sente particolarmente esposto o teme di essere giudicato.

Quali sintomi fisici possono comparire?

Possibili manifestazioni fisiche dell’ansia sono:

  • palpitazioni o battito accelerato;
  • dolore o pressione al petto;
  • mal di stomaco o mal di testa;
  • sudorazione intensa;
  • sensazione di testa leggera;
  • vertigini;
  • sensazione che il tempo rallenti;
  • confusione o difficoltà a concentrarsi.

Questi sintomi possono essere molto spaventosi per l’adolescente, soprattutto quando non riesce a comprenderne l’origine. Può temere di stare per perdere il controllo, o di sentirsi male davanti agli altri attirando ancora di più la loro attenzione.

Di nuovo, va sottolineato che può essere difficile accorgersi di quello che sta accadendo al ragazzo, in quanto la paura di non capire e non controllare quello che gli succede finiscono per toccare dei temi centrali per questa età: l’autonomia contrapposta al bisogno degli altri. Pensare di non farcela da solo può essere una cosa particolarmente penosa per un adolescente, che può avere la tentazione di “resistere”, nascondendo il più possibile i sintomi.

Sì, l’ansia sociale può accompagnarsi a palpitazioni, sudorazione, tremori, nausea, mal di testa, vertigini o difficoltà di concentrazione. Questi sintomi, però, non sono specifici dell’ansia e la loro presenza non permette da sola di formulare una diagnosi. Se sono nuovi, intensi, persistenti o particolarmente preoccupanti, è opportuno confrontarsi anche con il medico o il pediatra.

Come aiutare un adolescente che manifesta sintomi fisici di ansia?

Per aiutare un adolescente nella gestione dell’ansia, è importante farlo sentire il più possibile competente nella gestione di ciò che prova, senza sovraccaricarlo di preoccupazione, altrimenti si rischierà di farlo sentire piccolo facendolo di conseguenza ritrarre. Un atteggiamento eccessivamente allarmato può farlo sentire ancora più fragile e spingerlo a ritirarsi.

Questa prudenza è utile anche ai genitori stessi, perché li obbliga, in un certo senso, a concentrarsi sull’osservazione dell’adolescente e valutare:

  • il contesto in cui compare l’ansia;
  • la frequenza con cui si presenta;
  • la sua intensità;
  • il modo in cui incide sulla vita quotidiana;
  • le strategie che il ragazzo utilizza per affrontarla o nasconderla.

Tutte queste riflessioni aiutano a valutarmi nell’impatto e aiutano a valutare quanto sia urgente un intervento.

Ansia sociale o timidezza? Come distinguere i segnali

La timidezza non coincide necessariamente con l’ansia sociale. La differenza riguarda soprattutto l’intensità della paura, la sua persistenza e il modo in cui limita la scuola, le amicizie, le attività e le esperienze quotidiane.


Come abbiamo visto, l’ansia sociale può comparire in modi diversi. A volte si manifesta attraverso sintomi evidenti; altre volte emerge attraverso l’evitamento o un apparente disinteresse per gli altri; altre volte come un marcato ritiro sociale.

In ogni caso, la funzione fondamentale dell’ansia è quella di proteggere l’adolescente da qualcosa che percepisce come minaccioso.

Ma che cosa può essere così spaventoso nel rapporto con gli altri?

Durante l’adolescenza, il bisogno di sentirsi accettati dai coetanei diventa particolarmente importante. Il confronto con gli altri può quindi alimentare il timore di essere diversi, inadeguati o facilmente criticabili.

Paura del giudizio e immagine di sé

Ascoltando questi ragazzi, spesso emerge il timore di sentirsi esposti allo sguardo altrui. Possono avere la sensazione che gli altri li osservino, li giudichino e siano in grado di riconoscere quelle che loro considerano caratteristiche vergognose o inadeguate, come:

  • il proprio aspetto fisico (particolarmente nelle ragazze);
  • il modo di parlare (elemento che nei ragazzi è spesso collegato alle riflessioni su genere e orientamento sessuale);
  • la timidezza;
  • il proprio rendimento a scuola;
  • errori, figuracce e loro “perdonabilità”;
  • il modo di stare con gli altri.

L’ essere guardati non va inteso esclusivamente come l’essere concretamente sotto lo sguardo di un’altra persona presente lì vicino a lui (anche se, come abbiamo visto all’inizio, questa è una delle situazioni più frequentemente temute nell’ansia sociale).

Bisogna pensare soprattutto alla presenza interiorizzata di “qualcuno che ha il potere di giudicarmi e che mi fa stare male”, facendo sentire l’adolescente:

  • imbarazzato;
  • incapace;
  • noioso;
  • diverso;
  • poco intelligente;
  • ridicolo.

 Alcuni ragazzi si concentrano soprattutto sul ruolo che hanno gli altri e quindi sulla paura di trovarsi in situazioni ansiogene concrete e specifiche, mentre altri insistono sul fatto che non ha tanta importanza quello che accetto attorno a loro perché, tanto, il giudizio negativo che si sentono addosso sanno benissimo che parte dal loro stessi.

Il ruolo dell’autostima

Alla base di queste paure si trova praticamente sempre una rappresentazione molto severa di sé. [vedi Koban et al. 2018]

Questo adolescente ha un’immagine negativa di se stesso che ha paura che emerga davanti agli altri. Il ragazzo può pensare, per esempio:

“Sono un buono a nulla e non valgo niente.”

Il ruolo degli altri è quello di fargli sentire che ci sono delle situazioni in cui non può scappare dai pensieri negativi che ha su se stesso.

Il circolo vizioso dell’evitamento

Quando una situazione sociale provoca ansia, evitarla può sembrare la soluzione più semplice. Nell’immediato, infatti, l’evitamento riduce la paura e produce sollievo.

Se riusciamo a non fermarci ai sintomi superficiali, ci accorgiamo che il problema che sta vivendo questo adolescente raramente ha a che fare con la sola ansia.

Il modo in cui l’adolescente guarda a se stesso e immagina di essere visto dagli altri, ha a che fare con il giudizio che da se stesso: essenzialmente con la sua autostima.

Le difficoltà di autostima tendono quindi ad avere un ruolo determinante nella paura del giudizio e nell’evitamento delle situazioni sociali.  

L’ansia, che in alcuni ragazzi può diventare piuttosto presente come sintomo, è qualcosa che cerca di metterlo al riparo dalla sofferenza legata alla mancanza di autostima, spingendolo a evitare le situazioni in cui potrebbe sentirsi smascherato, giudicato o rifiutato.

Il risultato, però, finisce solitamente per essere doloroso e insoddisfacente: l’adolescente si sente più protetto nell’immediato, ma rinuncia progressivamente a relazioni, esperienze e occasioni importanti per la sua crescita.

Questi ragazzi, cioè,

  1. strutturano delle idee negative sul loro stessi (per i motivi più vari; più avanti farò un esempio);
  2. non riescono a metterle sufficientemente in discussione; anzi, può intervenire qualche evento negativo che gliele conferma (es. come delusioni nel campo dell’amicizia o delle relazioni sentimentali, che finiscono per far sentire ancora più “fallito” l’adolescente);
  3. l’adolescente inizia ad evitare le situazioni che gli provocano ansia per evitare di soffrire;
  4. il fatto stesso di evitare situazioni che lo fanno soffrire instaura un circolo vizioso che fa sì che finisca per confermargli l’idea di non poter avere dei rapporti positivi con gli altri.

Se guardiamo questa sequenza nel suo insieme, possiamo dire che le situazioni di ansia sociale in adolescenza hanno sempre a che vedere con un quadro più complesso della sola ansia.

Prima di tutto bisogna specificare che le persone con ansia sociale non hanno un funzionamento psicologico radicalmente diverso dalle persone a cui non attribuiremmo un’ansia sociale. Cioè, tutti ci collochiamo in un continuum timidezza normale-ansia sociale [Vedi Blöte et al. 2019], cioè un insieme di caratteristiche che hanno a che fare con la preoccupazione per l’opinione degli altri su di noi, che non sono facilmente differenziabili fra di loro quando proviamo a definirle con chiarezza ma che sono abbastanza nettamente distinguibili se pensiamo:

  • a un estremo a una persona autoconsapevole e serena rispetto alla propria immagine di sé con una buona autostima e che quindi quasi teme di mostrarsi agli altri in poche occasioni (ad esempio se ha una caratteristica socialmente indesiderabile non immediatamente visibile che la rende molto diversa dagli altri);
  • all’altro estremo, invece ci sono le persone con ansia sociale che, come abbiamo visto, sono caratterizzate da un’immagine negativa di sé e dall’evitamento ansioso di situazioni che tendono a far riemergere questa immagine negativa di sé.

Questo significa che una persona tende già ad essere più incline di un’altra all’ansia sociale: la timidezza è un fattore predisponente allo sviluppo di ansia sociale [Vedi Blöte et al. 2019]. Anche le situazioni di vita c’entrano: i sintomi di ansia sociale, ad esempio, tendono a manifestarsi tra la preadolescenza e l’adolescenza, cioè quando le preoccupazioni sociali diventano più pressanti e competitive [Vedi Burstein et a. 2011].

Esperienze relazionali dolorose

Evitare una situazione sociale può ridurre l’ansia nell’immediato, ma spesso la mantiene o la rafforza nel tempo. Il sollievo momentaneo conferma infatti l’idea che quella situazione fosse troppo pericolosa da affrontare.

In alcuni casi, l’ansia sociale può essere collegata a esperienze vissute come umilianti, rifiutanti o particolarmente dolorose.

Un episodio di derisione, episodi vicini al bullismo, un’esclusione dal gruppo o una critica ricevuta davanti agli altri possono lasciare una traccia significativa. Non è però possibile stabilire automaticamente un rapporto di causa-effetto: ogni adolescente interpreta e attraversa queste esperienze in modo personale.

Inoltre, anche quando non c’è un episodio precisamente identificabile, il ragazzo può sviluppare nel tempo la convinzione che le relazioni siano rischiose e che mostrarsi agli altri significhi esporsi a una sofferenza.

In questi casi, il lavoro psicoterapeutico può aiutare a comprendere il significato che quelle esperienze hanno assunto nella sua storia e il modo in cui continuano a influenzare le relazioni presenti.

Perché il desiderio di relazione può coesistere con la paura di essere giudicato o rifiutato. L’evitamento non indica necessariamente mancanza di interesse: può essere un modo per proteggersi da una situazione vissuta come troppo rischiosa.

Il problema della diagnosi di ansia sociale

Prima di procedere oltre con la spiegazione, voglio citare un altro elemento che credo sia molto importante nella comprensione dell’ansia sociale, perché se ci si ferma alla parola “ansia” credo che si rischi per interpretare male i reali bisogni di questi adolescenti e, di conseguenza, come ci si prende cura di loro.

I ricercatori che si occupano di ansia sociale trovano che ha un’alta comorbilità con altre difficoltà psicologiche [vedi Koyuncu et al. 2011]. Questo significa che se ad un ragazzo o un adulto viene fatta diagnosi di ansia sociale è molto probabile che ci possa venire fatta contemporaneamente una diagnosi di altri disturbi psicologici perché la sua condizione rispetta i criteri che sono descritti importanti manuali diagnostici come il DSM. Cioè, si tende a vedere che chi ha l’ansia sociale tende ad avere anche un disturbo evitante di personalità, fobie specifiche e anche depressione, disturbo da attacchi di panico, agorafobia e disturbo d’ansia generalizzato.

Quando in psicologia clinica si trova questa abbondanza di disturbi che si presentano assieme, spesso non dobbiamo pensare a situazioni particolarmente gravi e compromesse ma, piuttosto, dobbiamo chiederci se “ansia sociale” sia una buona diagnosi.

Con questo non voglio dire niente di particolarmente rivoluzionario:

  • sicuramente ci sono dei ragazzi in cui l’opinione negativa che hanno di sé si manifesta soprattutto attraverso la paura di mostrarsi agli altri e la paura dell’opinione degli altri
  • e in molti di questi ragazzi ci sono dei sintomi ansiosi anche piuttosto forti (e che possono prendere la forma di tutte quelle diagnosi “di accompagnamento” che abbiamo visto prima, come l’agorafobia o ansia generalizzata, eccetera).

Se guardiamo a queste situazioni solo in termini di ansia, però, le capiamo, se va bene, solo a metà.

Se non riteniamo che i sentimenti negativi su di sé siano centrali di solito prendiamo un grosso abbaglio. Questo è vero soprattutto nella cura psicologica degli adolescenti con ansia sociale.

A volte, per questi ragazzi è così difficile mostrare quello te li fa stare male e di cui si vergognano che possono far fatica a mostrarlo anche ad uno psicologo. Aggiungerei che è una cosa su cui uno psicologo rischia di fare degli errori.

  • quando non ha una conoscenza molto approfondita di questo specifico tema, per cui è in grado di riconoscerne le dinamiche perché semplicemente le ha viste tante altre volte (essa, di conseguenza, dove andare a cercare per aiutare l’adolescente a parlare)
  • Oppure se si dà un peso eccessivo o prematuro al lavoro sui sintomi ansiosi.

Questa è un’opinione mia e del mio gruppo di lavoro di TuoPsicologo, ma non è di certo una cosa che ci siamo inventati noi. Anzi, è una differenza nel modo di lavorare che è molto forte in chi si occupa di psicoterapia psicoanalitica come noi e che si occupa di psicoterapia è molto focalizzate sui sintomi come può essere, almeno in alcuni casi, la psicoterapia cognitivo comportamentale. Noi ci troviamo di frequente a fare lavori psicoterapeutici con ragazzi che hanno già fatto dei percorsi di valutazione o anche delle parti di psicoterapia focalizzate sui loro sintomi ansiosi oppure sul tentativo di ricostruire delle abilità sociali in cui però non si è tenuto conto della necessità di dare la precedenza al lavoro sull’autostima.

Quando si lavora su questa dimensione le cose cambiano, il che non vuol dire che sia tutto facile, però almeno si vedono dei passi in avanti e si vede un ragazzo che collabora al lavoro in psicoterapia perché sente che è una cosa che gli fa bene.

La centralità dell’autostima nell’ansia sociale

Oltre a basarsi sull’esperienza clinica dei singoli terapeuti, come ho suggerito ora, si possono prendere a riferimento alcuni dati che provengono dalla ricerca perché, sostanzialmente, vanno nella stessa direzione.

Ad esempio, il legame fra ansia sociale e depressione sembra essere piuttosto forte, nel senso che sono sintomi che si presentano molto spesso assieme [vedi Hamilton et al. 2016; Langer et al 2014].   Inoltre, chi tende a sviluppare l’ansia sociale nell’infanzia o nell’adolescenza tende a sviluppare sintomi depressivi in età adulta [Vedi Beesdo et al. 2007].

Questo va interpretato non come una trasformazione del quadro ma il manifestarsi di aspetti legati alla depressione (la bassa autostima) già presenti all’origine.

Certo è frequente che, se un ragazzo non riesce a sconfiggere la paura di essere inadeguato davanti agli occhi degli altri, a un certo punto inizierà ad avere un’immagine di sé sempre più negativa.

Semplificando un po’, inizierà probabilmente “ad essere depresso” senza avere più quella copertura fornita dall’ansia che è certamente spiacevole ma anche a che fare con la capacità di avere delle risorse per evitare le situazioni che lo fanno stare male, conservando quindi un’immagine positiva di sé.

Se io non ho più quella ansia che mi protegge dalle situazioni che mi fanno ad avere un’immagine negativa di me, quella immagine negativa di me rischia di prevalere ed è lì che rischio di passare dall’essere prevalentemente ansioso a prevalentemente depresso”.

 Quell’ansia è spiacevole e fa soffrire quel ragazzo ma, almeno, in alcuni casi, può essere letta positivamente come la manifestazione della capacità di “combattere” della sua mente.

Un altro elemento che può confermare questa visione d’insieme è che se i sintomi depressivi sono già molto presenti assieme a quelle ansiosi, il quadro generale tende ad essere più negativo [vedi Cummings et al. 2014].

C’è un ultimo dato poi che merita una lettura particolare, cioè il fatto che le persone con ansia sociale tendono a manifestare sintomi più lievi con l’età, particolarmente una volta che è passata la prima età adulta [Vedi Kessler et al. 2011].

È sotto gli occhi di tutti il fatto che le persone più mature tendano a preoccuparsi meno dell’opinione degli altri e lo manifestino, ad esempio, facendo meno attenzione allora aspetto fisico e a come si vestono. Possiamo metterci a sorridere comparando mentalmente il tempo passato a prepararsi davanti allo specchio da un adolescente, con l’indifferente sicurezza di un signore anziano che esce di casa tutto spettinato.

Possiamo perlomeno immaginare che questo possa essere letto come una conseguenza del fatto che l’età dà delle occasioni in più per essere soddisfatti di sé, anche in cose semplici, come il fatto di avere una vita lavorativa, delle responsabilità, magari una famiglia o comunque qualche evento di vita che a cui pensiamo come a un risultato di cui essere soddisfatti. Questo, gli adolescenti e le persone adulte piuttosto giovani non ce l’hanno ancora avuto e credo che questa semplice realtà contribuisca molto a creare le basi per rendere più frequenti i sintomi dell’ansia sociale.

Per correttezza, cito il fatto che ci sono relazioni anche fra disturbo da ansia sociale e altri tipi di disturbi psicologici che non ho citato, come il disturbo ossessivo compulsivo e alcuni disturbi psicotici ma sono situazioni in cui probabilmente l’ansia sociale è una conseguenza di un altro disturbo che invece viene prima punto siccome lo scopo di questo contenuto è quello di aiutare i genitori a capire meglio una situazione di ansia sociale nei figli adolescenti e non quello di scrivere un trattato sull’ansia sociale lascio questa faccenda da parte perché rischia di fare più confusione che altro.

Quando preoccuparsi per l’ansia sociale di un figlio

Durante l’adolescenza, molti ragazzi attraversano momenti di insicurezza e difficoltà nel rapporto con gli altri. La presenza occasionale di timidezza, imbarazzo o desiderio di stare da soli però non significa necessariamente che ci sia un problema.

Abbiamo visto che l’ansia sociale è qualcosa che appartiene a tutti, in un certo senso. Ora è importante che riusciamo a distinguere le situazioni in cui è diventata così centrale e invadente nella vita di un ragazzo da condizionarle la serenità.

Ovviamente, bisogna fare particolare attenzione alla presenza di sintomi evidenti di ansia, come palpitazioni, vertigini, forte agitazione o paura di stare male davanti agli altri (es. la paura di poter svenire in classe, durante l’educazione fisica o durante un incontro in aula magna). Anche se questi sintomi compaiono soltanto in alcune situazioni, possono indicare che l’adolescente ha meno risorse di quanto non sarebbe desiderabile, per lo meno in questo momento.

Se questa ansia continua a essere presente o addirittura si intensifica, questo chiaramente è un problema e bisogna occuparsene. Un criterio minimo può essere quello di aspettare di vedere cosa succede dopo che le condizioni che hanno portato a comparire quell’ansia sono cambiate.

Ad esempio, se ha passato un periodo di impegni scolastici particolarmente intensi o se affronta un periodo in cui i rapporti con i compagni della squadra di calcio peggiorano, come gestisce il tutto? Sente ansia? L’ansia rimane, si intensifica o va via?

Bisogna essere osservatori attenti anche quando l’ansia scompare, però. Bisogna fare attenzione che l’ansia non sia stata messa da parte, più che superata. A volte, l’ansia sembra essere scomparsa mentre il ragazzo si è limitato a trovare il modo di evitare una situazione che gli causava ansia.

Può accadere, ad esempio, che non sia più agitato all’idea di confrontarsi con un amico o con un gruppo di amici perché ci litiga o decide di non frequentarli più. Il problema è che, evitando la situazione che gli causa ansia, non è veramente riuscito a sconfiggere l’ansia. Piuttosto, è più probabile che si sia limitato ad eliminare una situazione in cui con l’ansia sarebbe dovuta fuori.

In altri casi, alcuni adolescenti sono così allarmati da quello che sentono che fanno fatica a confrontarsi con i genitori ed altri adulti di riferimento. E, quando stanno peggio iniziano a mostrare meno quello che sentono.

In tutte e due questi casi c’è un problema che scompare, ma scompare in modo sospetto lasciando dietro di sé qualche traccia. Quel ragazzo è più solo, potrebbe dedicarsi ad attività che non prevedono il confronto con gli altri oppure potrebbe diventare, nel secondo caso, particolarmente silenzioso e condividere meno di quello che fa e che pensa.

I genitori, insomma, devono cogliere questi segnali indiretti e chiedersi quale sia la lettura corretta.

Per farlo è importante osservare anche la storia del disagio. Una difficoltà che sembra comparire improvvisamente può essere collegata a segnali già presenti da tempo.

Sappiamo che problemi con i coetanei sono comuni e normali in adolescenza. Se però un ragazzo è in difficoltà con il gruppo dei pari e sappiamo che anche in passato, ad esempio le scuole medie, È stato così possiamo dover fare più attenzione punto possiamo ad esempio chiederci se non ci stiamo mostrando di essere particolarmente in difficoltà nell’affrontare questo tipo di situazioni.

Quando l’ansia sembra scomparire: evitamento o miglioramento?

Come abbiamo visto, è importante fare attenzione ai cambiamenti della vita quotidiana e chiedersi quanto peso abbiano nella serenità globale di uno specifico adolescente.

I segnali più o meno grandi che un genitore osserva gli devono servire a chiedersi:

  • Mio figlio vive in modo sufficientemente sereno la scuola?
  • Riesce a studiare con una certa continuità?
  • Ha rapporti con i coetanei? Rapporti non superficiali con almeno con alcuni di essi?
  • Partecipa ad attività sportive o di gruppo?
  • Riesce a coltivare interessi personali? Ha voglia di fare cose che gli danno piacere e di coltivare interessi?
  • Evita sistematicamente feste, uscite o situazioni nuove?
  • Si ritira sempre più spesso nella propria stanza? Ha bisogno di starsene da solo o sembra a disagio ogni volta che voglio parlargli di qualcosa di personale?

Questi esempi sono di nuovo un’occasione per osservare che non sempre ci sono sintomi fisici evidenti e le difficoltà possono manifestarsi soprattutto attraverso inibizioni ed evitamento di situazioni temute.

Al posto di dover cercare un’ansia evidente dovremmo poter fare attenzione ai contesti di vita principali dell’adolescente: la scuola, la frequentazione di amici fuori da scuola, interessi e attività.

Se queste attività “soffrono”, questo può essere uno spunto ulteriore per capire se il ragazzo sta soffrendo.

È molto frequente che sia necessario un qualche lavoro di interpretazione: succede molto spesso che i genitori percepiscano che qualcosa non va, senza riuscire però a definire con precisione il problema.

Negli ultimi anni è molto aumentato il numero di genitori che chiede proprio un aiuto nell’interpretazione della situazione del figlio. “Sta male o mi sto preoccupando troppo?”. Di solito, anche quando si arriva alla conclusione che l’adolescente ha tutte le risorse necessarie per farcela da solo, fare questo tipo di esplorazione tende ad essere vissuta positivamente dei genitori perché solitamente da degli strumenti in più per capire meglio i vissuti del figlio e migliorare e di conseguenza la comunicazione con lui punto

Il ragazzo può sembrare semplicemente chiuso, distante o poco interessato, mentre i genitori hanno il legittimo sospetto che stia cercando di proteggersi da situazioni che vive come troppo difficili da affrontare.

Non necessariamente. L’ansia può sembrare diminuita perché il ragazzo ha iniziato a evitare le situazioni che la facevano emergere. È utile osservare se, insieme ai sintomi, sono diminuite anche le relazioni, le attività e la libertà quotidiana.

Come aiutare un adolescente con ansia sociale

Un altro elemento da non trascurare è la preoccupazione dei genitori.

Come abbiamo visto, gli adolescenti non sempre riescono a parlare apertamente delle proprie difficoltà. Possono vergognarsi, temere di essere giudicati o non avere ancora le parole per spiegare ciò che sentono.

Per questo motivo, il loro silenzio non significa necessariamente che stiano bene.

I genitori, però, osservano la quotidianità dei figli e possono accorgersi di cambiamenti nel comportamento, nelle relazioni o nell’umore. Avvertire con continuità che qualcosa non torna, spesso, non è frutto di ansia e di rimuginii che non portano a nulla: è una traccia che suggerisce una direzione da seguire e indagare.

Questo non significa formulare delle diagnosi da soli! Significa semplicemente prendere sul serio il disagio e cercare di comprenderlo, eventualmente chiedendo un confronto con uno psicologo.

Può darsi anche che quella preoccupazione c’entri più con le ansie del genitore che con la condizione del figlio. Queste sono cose però in cui bisogna almeno provare ad essere precisi, in cui un “sento che è così” non è sufficiente perché lascia troppo spazio ha nuovi dubbi che si riprodurranno identici alla prima occasione utile.

Ad esempio, come abbiamo visto, l’ansia sociale tende ad accompagnarsi ad una bassa autostima, più o meno nascosta.  Trovare qualche indizio di bassa autostima può essere un segnale che legittima la preoccupazione nei confronti del figlio.

Se ci concentriamo invece sul vissuto dei genitori, poi, possiamo scoprire che la loro attenzione per le difficoltà di socializzazione dipende sia dalla loro capacità di leggere con chiarezza Queste difficoltà, sia dalle paure che hanno.

È bene che un genitore cerchi di sapere se ha delle preoccupazioni che possono alimentare la paura del fatto che ci sia qualcosa che non va nel figlio. Queste preoccupazioni possono svilupparsi a partire dagli spunti più vari, da esperienze di vita di quel genitore a esperienze che riguardano la storia condivisa col figlio.

Ad esempio, è frequentissimo che difficoltà passate del figlio,

  • anche piccole cose come esperienze negative con una maestra alle elementari
  • cose apparentemente scollegate dalla salute psicologica come problemi fisici che hanno richiesto una particolare attenzione

creino una sorta di stato di allerta nel genitore, che rischia di avere paura che il ragazzo che ha davanti se trovi particolarmente in difficoltà nel suo percorso di vita. È come se si sentisse il bisogno di stare allerta per evitargli delle sofferenze supplementari.

Spesso i genitori, tra l’altro, ci vedono benissimo quando si tratta di queste ricostruzioni e sanno per gli eventi passati, piccoli o grandi, una qualche traccia l’hanno lasciata.

Si tratta, in breve, di fare in modo che i brutti ricordi non annebbino troppo la possibilità di vedere quali sono le risorse attuali dell’adolescente. Bisogna fare attenzione cioè a non vederlo come più in difficoltà di quanto non sia.

Vediamo cosa si può fare, allora, visto che la corretta interpretazione della situazione può essere così importante.

Cosa possono fare i genitori

Quando si pensa di aver individuato dei segnali di ansia sociale, è utile evitare sia di minimizzare il problema sia di trasformare ogni difficoltà in un’emergenza.

Il primo passo consiste nel cercare un dialogo non giudicante. Frasi come “devi semplicemente uscire di più” o “non hai motivo di avere paura” possono aumentare il senso di incomprensione dell’adolescente e spingerlo a chiudersi ulteriormente.

Alcuni genitori sanno di farsi prendere dall’ansia di vedere il figlio “fermo” oppure sanno di aver provato ad esortarlo in modo energico per lo scopo di spingerlo all’uscire, per il suo bene, anche se sapevano che queste esortazioni non sono divertenti per lui.

Paradossalmente, può essere più difficile valutare quale sia il peso che un ragazzo dà alle parole dei genitori quando i genitori pensano di non essere particolarmente invadenti con i loro inviti e magari il problema sta in un figlio particolarmente ipersensibile.

Come si fa a valutare l’impatto delle proprie parole?

Questa è una cosa semplice da spiegare in teoria è difficile da fare in pratica: non bisogna pensare alle intenzioni con cui si dice qualcosa (l’“io volevo dire che”) ma bisogna concentrarsi sulle interpretazioni che il ragazzo dà a quello che gli si dice.

Migliorare la comunicazione con lui serve anche a questo, cioè ad avere più chiaro cos’abbia cuore e cosa lo faccia soffrire.

È importante comunicare disponibilità e interesse. Per esempio, l’idea di fondo deve essere una cosa come: “Mi sembra che alcune situazioni ti facciano stare male. Non voglio costringerti a parlarne, ma se vuoi, possiamo cercare insieme di capire cosa sta succedendo.”

Qui è giusto il principio, ma può essere molto inefficace il tono perché gli adolescenti spesso hanno bisogno di ricevere in anticipo una rassicurazione sul fatto che valga la pena di fare una cosa carica di ansia o dolorosa come pensare alle proprie difficoltà. Hanno, cioè, bisogno di intravedere già una soluzione.

Dire ad un’adolescente: “parliamo di quello che ti fa stare male” spesso significa metterlo davanti ad un compito troppo difficile. Sarà molto più semplice ed efficace partire da uno spunto che viene da lui, da una sua difficoltà concreta e fare un commento su di quella, suggerendogli l’idea che ci può pensare e che pensarci serve a sentirsi capaci di affrontare queste situazioni.

I genitori possono quindi cercare spunti:

  • osservando quali situazioni specifiche vengono evitate;
  • notando da quanto tempo il disagio è presente;
  • sottolineando le reazioni che si ripetono.

Questo è più facile se si riesce a:

  • mantenere, per quanto possibile, una quotidianità equilibrata, cioè se non si mostra troppa ansia anche se si è preoccupati per lui;
  • evitare pressioni eccessive o confronti con altri ragazzi;
  • incoraggiare piccoli passi, senza imporre esposizioni forzate. Non “devi uscire di più” ma incoraggiandolo sulle cose che fa già, come ad esempio frequentare ragazzi online;
  • chiedere un confronto professionale quando il disagio persiste o inizia a rendere più insoddisfacente e meno libera la vita del figlio.

Aiutare non significa sostituirsi all’adolescente né costringerlo a partecipare a situazioni che vive ancora come intollerabili. Significa offrirgli una presenza affidabile e rassicurante, che gli manda il messaggio che le cose che lo fanno stare male sono affrontabili.

È importante da un lato rispettare la sua sofferenza senza costringerlo a confrontarsi troppo presto con cose che lo fanno stare male. Contemporaneamente, non si può stare a guardare se inibizioni, evitamenti e altri segnali diventano più invadenti.

I genitori possono avere un ruolo centrale anche quando l’adolescente ha bisogno di una psicoterapia, per stare meglio. Possono condividere osservazioni utili e collaborare attivamente con il terapeuta nella costruzione di un ambiente che aiuti l’adolescente ad esporsi più serenamente (sia nel senso di parlare di più di quello che sente, sia nel senso di iniziare a fare delle prove in campo sociale).

No. Le pressioni improvvise possono aumentare vergogna e senso di fallimento. È preferibile comprendere ciò che rende difficile la situazione e sostenere passi graduali, possibilmente con l’aiuto di un professionista quando il disagio è persistente.

Psicoterapia per l’ansia sociale in adolescenza

Il lavoro psicoterapeutico con l’ansia sociale in adolescenza si deve occupare di due elementi fondamentali:

  • l’ansia e l’evitamento delle situazioni spaventose
  • i sentimenti autosvalutanti alla base

Questi due fattori possono avere pesi diversi in ragazzi diversi.

Idealmente, il lavoro si svolge affrontando il “cuore del problema”, cioè i sentimenti di autosvalutazione legati alla bassa autostima e quando l’autostima migliora, migliora anche l’ansia.

Concretamente, però, se i sintomi ansiosi sono particolarmente presenti, può essere necessario concentrarsi su quelli, per ridurre l’impatto che hanno sul ragazzo sia in termini di sofferenza percepita che di limitazioni.

Questo è un tema molto particolare, quando ci si occupa di adolescenti: gli adolescenti a volte sono molto “gelosi” dei loro sintomi e scelgono di non lavorarci, anche se li fanno soffrire. Questo spesso ha a che vedere con il loro bisogno di controllo e autonomia, come se dicessero: “Preferisco decidere autonomamente di tenermi una cosa che mi fa male, piuttosto che lasciare che qualcun altro ci metta le mani. Rinunciarvi sarebbe come dire che non posso decidere delle mie cose”.

Gli adolescenti possono essere poco disposti alla collaborazione a proposito dell’ansia, ma tendono a essere più accessibili riguardo alla bassa autostima. Già solo il fatto di proporre loro di lavorare su questo tipo di contenuti, sostanzialmente invitandolo a farsi raccontare di più proprio di questo, ha l’effetto di suggerirgli l’idea che può sperare di avere un’immagine di sé migliore. “C’è qualcosa che non va nel fatto che tu abbia un’idea così negativa di te. La possiamo rivedere”.

Questo solitamente è un obiettivo che viene percepito come molto desiderabile e, alla fine, lo spinge ad essere motivato a lavorare sulle situazioni sociali. L’adolescente impara, cioè a riconoscere le opinioni severe che ha di sé stesso anche nelle opinioni severe che attribuisce agli altri.

Tutte queste cose non vengono scoperte in modo prevalentemente razionale: la psicoterapia non serve a insegnare delle idee, serve a usare le idee per raggiungere dei cambiamenti desiderabili nella propria vita. Tutte queste cose vengono sperimentate concretamente all’interno della relazione con lo psicologo e psicoterapeuta, che è un contesto sicuro in cui fare delle esperienze da portare poi nella vita di tutti i giorni.

Il modo migliore di capire come può funzionare la psicoterapia è quello di fare un esempio pratico.

Un esempio clinico: quando una delusione riattiva la paura di esporsi

Premetto che il caso di cui parlerò è composto da elementi reali anonimizzati e messi insieme in modo realistico, nel rispetto della riservatezza.

Conosco Roberto a ottobre, dopo una grossa delusione ricevuta dal suo solito gruppo di amici. All’inizio dell’estate, Roberto si è accorto che gli amici stentavano a farsi a farsi sentire e non riusciva a uscirci spesso. Una volta, allora, ha chiesto nel gruppo whatsapp in cui c’erano tutti come mai si uscisse così poco e alcuni altri ragazzi gli hanno risposto che non si doveva lamentare e che sarebbero usciti quando ne avevano voglia. Gli altri sono stati zitti. Roberto ha sentito che il gruppo era tutto contro di lui.

Roberto allora scrive a Dario, un ragazzo che conosce dai tempi delle elementari e a cui ha pensato più volte come al suo migliore amico. Dario gli dice molto duramente che colpa sua, di Roberto, perché quando sono tutti insieme lui se ne sta sempre zitto e si limita a seguirli e fare quello che fanno gli altri. I ragazzi della loro compagnia sono stufi di avercelo attorno perché “non fa mai niente, non dice mai niente ed è strano averli attorno”.

Roberto prova a discutere un po’, a un certo punto Dario non gli risponde più e lui rimane spiazzato. È rimasto sostanzialmente senza amici, ad eccezione di uno che risale ai tempi delle medie e che sente di tanto in tanto.

Roberto ha vissuto tutto questo prevalentemente in silenzio e i genitori hanno scoperto cos’era successo solo perché provavano strano il cambio di atteggiamento del figlio, hanno insistito un po’ e a un certo punto Roberto ha raccontato tutto scoppiando a piangere.

Il rientro a scuola è stato problematico, sia perché alcuni degli ex amici del gruppo sono compagni di classe, sia perché adesso non sa di chi fidarsi. Roberto ha iniziato a mostrare molta ansia sia la sera prima di un giorno di scuola e la mattina prima di uscire di casa, sia durante le prime interrogazioni e interventi a voce alta in classe: Roberto adesso ha paura che ogni cosa che dice sia stupida e inadeguata.

È rimasto proprio spiazzato da quello che gli è successo e non si sente più capace di avere a che fare con gli altri. I genitori si preoccupano e pensano che sia il caso di contattare me, visto che sanno che io e i colleghi di TuoPsicologo ci occupiamo di difficoltà legate alla socializzazione, l’ansia sociale, l’autostima e trovano che Roberto sia in difficoltà su queste aree. I genitori mi descrivono Roberto come un ragazzo che è sempre stato timido, piuttosto taciturno e che sembrava poco coinvolto dagli amici; sembrava un po’ passivo, come se uscisse ma senza crederci più di tanto, come se stesse eseguendo un compito.

Quando incontro Roberto, mi racconta degli eventi dell’estate, li collega senza esitazione quello che sta vivendo in questi giorni è abbastanza presto ci troviamo ad arricchire un po’ il quadro: ascoltando il suo racconto e il racconto che i genitori mi hanno fatto di lui, gli posso dire che sembra che sia i suoi genitori che i suoi ex amici lo vedessero come un ragazzo abbastanza trattenuto, inibito forse. Gli dico: “Roberto, mi chiedo se tu non facessi già fatica ad esporti, parlare di te e delle cose che avevi in mente e anche a fare quelle cose un po’ ridicole che di solito si fanno con gli amici. Mi chiedo se questa paura di mostrarsi che è esplosa col tuo rientro a scuola non ci fosse già prima. Pensi che sia così?”.

Roberto è giustamente prudente sul fatto di definirsi come “inibito”, ma riconosce che è vero che faceva fatica a sentirsi libero di esprimersi.

Qui siamo fortunati, perché la disponibilità di Roberto a parlare in modo schietto di queste sue paure aiuta anche me, come suo psicologo, ad essere chiaro con lui e a condividere delle ipotesi in modo più libero. Con altri ragazzi bisogna andare più piano.

Con Roberto, si può da un lato commentare come mai nei gruppi gli amici della sua età si abbia spesso bisogno di sentirsi tutti un po’ “uguali”, quindi è facile che il gruppo si spaventi se non sanno cosa c’è nella testa di uno dei componenti. È come se diventasse un nemico, anche se non ha fatto niente di male. Il punto non è quello di giustificare e comprendere questi ex amici, ma aiutare Roberto a vedere come sia accaduto in una situazione controproducente senza accorgersene. Soprattutto, ci aiuta a chiederci: “come sei arrivato lì?”.

Prendendo il discorso da questo lato, è più semplice per Roberto vedere con più chiarezza tutte le volte in cui avrebbe avuto qualcosa da dire oppure gli sarebbe venuto di fare qualcosa ma si è trattenuto, soprattutto per paura di essere ridicolo.

C’è anche qualche esempio di autosabotaggio di cui riusciamo a ridere insieme, come una volta in cui era in spiaggia di notte assieme ad alcuni degli altri, Si sentiva bene contento di stare con loro e gli è venuta voglia di fare il bagno nudo in mare, coinvolgendo gli altri. È una cosa che naturalmente ha visto in qualche serio in qualche film o cose del genere e che sa che possono fare degli amici che si sentono molto legati fra loro, come se il messaggio da mandare fosse “siamo fratelli e fra noi non ci sono filtri”. Solo che, per quanto si sentisse felice e su di giri, è comunque intervenuta una certa prudenza. Alla fine quello che ha fatto è stato alzarsi all’improvviso da per terra, dove tutti erano seduti uno vicino all’altro, senza dire niente o dove andasse. Allora si è allontanato parecchio, come se, in definitiva, avesse avuto la meglio un certo imbarazzo sul fatto di essere visto. Poi si è spogliato e ha urlato qualcosa di incomprensibile verso gli amici, che erano comunque troppo lontani per capire cosa stesse dicendo. Mentre urlava, Roberto ha corso in mare e si è buttato nell’acqua, ma alla fine non l’ha raggiunto nessuno. Ha sguazzato per un po’ e poi, mesto mesto, si è rivestito ed è tornato da loro.

Quando racconta l’episodio siamo abbastanza in confidenza da farci una grossa risata e poter commentare che è stato un disastro, o meglio che si tratta d’una bella idea eseguita male.

Parlare di episodi come questi ci danno l’occasione per vedere quali sono le paure che raggiungono Roberto anche nei momenti in cui potrebbe essere soddisfatto di sé. Alcune di queste cose, tra l’altro le può vedere anche nelle esitazioni che ha con me. Ad esempio il fatto che, soprattutto all’inizio, era molto deferente nei miei confronti e anche adesso mette molto le mani avanti quando deve dire una cosa tipo: “Non ti offendere, ma non mi fidavo degli psicologi perché dicono tante cazzate”.

Ovviamente, può dire una cosa del genere quando si fida già di me. Io allora ho l’occasione di mostrargli che questo è esattamente il tipo di cose che si possono dire alle persone con cui si ha confidenza; ad esempio, so che mi stima abbastanza da raccontarmi delle cose intime di sé; quindi, se mi offendessi per un commento sugli psicologi sarebbe importante che Roberto si sentisse libero di pensare che è una mia insicurezza, un problema mio, una cosa che c’entra poco con lui. Invece, fa fatica a farlo perché per lui è più importante assicurarsi di non essere lui ad essere cattivo e inadatto.

Queste cose hanno una ricaduta pratica precisa: Roberto si trova costantemente davanti a situazioni in cui deve decidere se assumersi il rischio di parlare con gli altri in modo libero oppure se è troppo pericoloso.  Quando Roberto inizia ad accorgersi che si frena a causa di sue inibizioni, del tipo “mi sentirei a disagio se l’altro pensasse una certa cosa di me”, riesce a lavorarci e modificarle.

Esplorare questo tipo di contenuti, di solito porta al racconto di esperienze a volte piccole, a volte grandi, che hanno a che fare con la vergogna.

Roberto, ad esempio racconta di un nonno molto tenero con lui che lo portava spesso in montagna con sé. Roberto, cresciuto in città, molto spesso si comportava in modo impacciato, quando ero in montagna. Tra l’altro, probabilmente Roberto è sempre stato particolarmente impacciato e ha iniziato senza successo numerosi sport, lasciati ben presto perché non era né bravo né contento di farli. Per qualche motivo il nonno, abitualmente è così affettuoso, davanti a questa caratteristica di Roberto perdeva ogni gentilezza. Non è che gli urlasse o facesse delle grandi scenate, semplicemente non commentava, lasciando il nipote nell’imbarazzo. Solitamente, non c’era nessuno con loro in queste scampagnate e quindi Roberto bambino non ha avuto molto modo di sentire una seconda opinione che lo aiutasse a sentirsi meno mortificato.

Questo tipo di racconti non costituisce un “trauma”, come avverrebbe in chi sperimenta sopravvivendo ad un grave incidente. Sono cose che lasciano comunque un segno. Si tratta di episodi che aiutano Roberto a spiegare molto bene, in termini soggettivi, come lo fa sentire quel tipo di esperienze e, probabilmente, il fatto che nella sua vita ha sperimentato una serie di episodi che hanno confermato una sua tendenza all’autocritica.

Il problema più grosso è che Roberto ha ipergeneralizzato questo tipo di situazioni: invece di pensare “alcune persone sono insofferenti con me” ha iniziato a pensare “devo stare attento a come mi mostro, perché io sono una persona inadeguata”. È come se un pezzettino di pensiero infantile fosse rimasto bloccato dentro di lui. È come se, anche adesso che è grande, pensasse: “se voglio essere un bambino che viene amato e curato dagli altri, devo comportarmi bene”.

Il punto di tutta la terapia è aiutare Roberto a pensare che non c’è bisogno di torturarsi così tanto per essere amati dagli altri e che, globalmente, può pensare di avere già delle caratteristiche che lo rendono sufficientemente apprezzabile. Questa è una cosa così sicura che la può anche testare da solo, esponendosi di più agli altri e verificando come reagiscono.

Psicologi per l’ansia sociale in adolescenza

Nella relazione con lo psicologo psicoterapeuta, il ragazzo può trovare uno spazio riservato nel quale sentirsi ascoltato, senza essere giudicato e questo è il punto di partenza fondamentale per lavorare sull’ansia e l’autostima. Questo aiuta l’adolescente a riconoscere le proprie difficoltà, esprimere ciò che prova e costruire modi più sereni di stare in relazione con gli altri.

Con il tempo, fare esperienza di una relazione nella quale è possibile mostrarsi senza dover continuamente proteggere la propria immagine, come accade nella relazione terapeutica, favorirà una maggiore fiducia nelle proprie capacità e nella possibilità di avere qualcosa di positivo da condividere con gli altri.

Se il disagio di tuo figlio è intenso, persistente o compromette la scuola, le amicizie e le attività quotidiane, può essere utile chiedere un primo colloquio con uno psicologo psicoterapeuta, per capire più a fondo come sta e se ha bisogno di aiuto.

Io i colleghi di TuoPsicologo siamo psicologi psicoterapeuti gli adolescenti e abbiamo una particolare attenzione per le dinamiche legate alla socializzazione e all’ansia sociale sin da quando io, Matteo Albertinelli, ho iniziato la mia attività professionale, poi estesa al gruppo di lavoro di TuoPsicologo, in cui ho cercato colleghi competenti nelle varie sfaccettature dell’aiuto agli adolescenti.

Se pensi che tuo figlio viva un momento di particolare difficoltà, valuta di contattarci.