Sindrome di Hikikomori: Terapia

Contenuti

Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Informazioni di base sull’hikikomori

Per cercare capire quale sia la terapia per la sindrome di hikikomori bisogna partire da un chiarimento: cosa si cura?

[Una nota: in questo articolo parlo della cura psicologica dei ragazzi in hikikomori che è sicuramente l’intervento principale e più necessario, ma non l’unico.]

Nel mondo si parla di hikikomori da almeno 20 anni, data di uscita del famoso libro di Tamaki Saito, autore che più di tutti ci ha aiutati a circoscrivere e definire il fenomeno.

Nel mondo occidentale il termine hikikomori ha conosciuto un’ampia diffusione solo in tempi più recenti, ma alcuni elementi di questa dolorosa forma di vita sono noti, in realtà, da molto tempo.

Possiamo parlare di sindrome di hikikomori quando si incontrano una serie di comportamenti e di emozioni dolorose che ruotano attorno al ritiro.

La problematica esplode, solitamente in adolescenza, a partire dal rifiuto della scuola che può essere esteso al rifiuto delle relazioni sociali anche intime.

[Qui un articolo in cui ho scritto una definizione più completa dell’hikikomori e qualche dato sull’italia]

Uno degli aspetti più drammatici dell’hikikomori è che il ritiro causa delle difficoltà immediate importanti, soprattutto per un adolescente (viene complicato il rapporto con scuola, coetanei e famiglia), ma ha allo stesso tempo una funzione fondamentale.

Il ritiro protegge il ragazzo in hikikomori dai sentimenti ingestibili e dolorosi a cui lo espongono i contatti con gli altri.

Rimanere bruciati dagli altri

Per l’adolescente in hikikomori il contatto con gli altri è un’esperienza bruciante.

Certo, c’è contatto e contatto: ad esempio, potrebbero essere ritenuti “sicuri” alcuni coetanei con determinate caratteristiche o alcuni familiari a discapito di altri.

Una terapia per la sindrome di hikikomori mira ad estendere sempre di più il campo dei contatti accettabili.

Nel ritiro, però, non c’è solo l’allontanamento dagli altri di cui preoccuparsi, ma spesso sono presenti sintomi di natura depressiva, ansia e aggressività [qui un esempio di comportamenti aggressivi] che hanno un doppio legame con le relazioni sociali.

Nel senso che sono una risposta alle relazioni sociali:

  • Es: Ci si deprime quando si sente di non essere
    capaci di reggere il confronto con gli altri
  • Es: L’anticipazione del contatto con gli altri
    genera ansia e, quindi, innesca il ritiro vero e proprio.
  • Es: Quando ci si sente umiliati e messi alle
    strette rabbia ed aggressività hanno il potere di levare gli altri di torno e
    di ricreare una tollerabile solitudine.

… ma anche che hanno anche un effetto negativo sulle relazioni sociali:

  • Es: sentimenti negativi rendono faticoso tollerare  le richieste degli altri
  • Es: sintomi ansiosi e depressivi allontanano
    ulteriormente gli altri, che non sanno come gestire i rapporti con una persona
    che sta male.
  • Es: la rabbia spinge gli altri a “vendicarsi”,
    allontanando ulteriormente il ragazzo in hikikomori.

Presi isolatamente, questi sintomi sono molto vicini ad altre forme di sofferenza psicologica note da più tempo. (Su tutte, la fobia sociale in adulti e in adolescenti.)

Questi fenomeni hanno una funzione specifica: quando si presentano in una situazione di hikikomori questi sintomi costruiscono una barriera difensiva che ha la funzione di mantenere ritiro, il rifugio sicuro contro le interazioni sociali percepite come pericolose e dolorose.

Per mettere in discussione la funzione protettiva del rifugio, questi contatti umani “brucianti” andranno resi più accessibile all’adolescente.

Da dove partire

La terapia della sindrome di hikikomori deve partire dalla spinta a ricostruire i contatti sociali, allora?

Una risposta in breve: no.

Ogni spinta forzata alla socializzazione ha alte probabilità di fallire.

[E teniamo conto del fatto che anche spinte apparentemente innocue da parte dei genitori, come l’organizzazione di incontri con coetanei con la collaborazione di altri genitori, sono rischiose.]

Perché?

Il ritiro non si può scavalcare, ha una sua funzione.

La funzione del ritiro è quella di proteggere il ragazzo da una condizione di vita molto dolorosa.

La diagnosi di sindrome di hikikomori tende ad essere attribuita ad adolescenti (e ad adulti) in condizioni di vita anche molto differenti, che variano dalla tendenza all’autoisolamento in un contesto di difficoltà scolastiche a situazioni di autoreclusione nella camera da letto. [qui un esempio di strumento di diagnosi]

L’elemento dominante, però rimane il ritiro. Perché questo ritiro è così importante?

Il ritiro hikikomori va inteso in un doppio senso: ritiro dagli altri e ritiro da se stessi.

Il contatto con gli altri è avvertito come una minaccia, ma anche il contatto con la propria dimensione emotiva lo è.

I ragazzi in hikikomori hanno bisogno di vivere in una dimensione isolata in cui potersi rifugiare per limitare l’impatto doloroso della realtà ma anche per poter avere un porto sicuro a cui poter tornare dopo essersi concessi qualche esplorazione.

[qui ho parlato un po’ della funzione di un rifugio mentale]

Ci si accorgerà che queste esplorazioni riguardano sia alcune aperture al mondo che alcune aperture verso se stesso.

L’adolescente in hikikomori tende a scappare dagli altri e a non sopportarli, ma tende a scappare anche da se stesso in quanto… non si sopporta.

La visione di sé che hanno questi ragazzi è ancora più importante della visione che hanno degli altri, dal punto di vista psicologico.

Come si fa ad avvicinarsi agli altri, se ci si sente inferiori a loro in tutto e per tutto?

Come si può tollerare di esporsi se ci si sente inadatti a tutte le prove che la vita offre?

La mancanza di autostima caratteristica di questi adolescenti

  • crea il problema, facendo sentire il ragazzo così mortificato davanti agli altri da non consentirgli di sopportare il confronto con gli altri
  • ma trova anche una soluzione (pressappoco): stare lontani dagli altri permette di limitare le occasioni in cui ci si sente punti nel vivo, le occasioni in cui si soffre per il confronto con gli altri.

La scuola (cioè due parole ancora sul ritiro)

La scuola o, meglio, le difficoltà scolastiche,  sono un ottimo esempio del doppio fronte del ritiro, sociale ed emotivo.

La scuola è un luogo di verifiche, confronto con coetanei, confronto con adulti, confronto con se stessi.

Per un ragazzo con una scarsa autostima che inizia a pensare al ritiro la scuola è un cocktail micidiale.

Contiene tutti gli ingredienti che il ragazzo teme di più: il confronto con gli altri che rimanda, continuamente, ad un confronto con se stesso.

… e il ragazzo sente di uscirne dolorosamente perdente.

L’esito è che spesso la fase più acuta delle sofferenze di questi adolescenti inizia proprio con il ritiro dalla scuola.

Liberarlo dal ritiro

La sindrome di hikikomori esige una terapia in cui il ritiro viene rispettato.

Altrimenti, l’esito è quello di fa ripiombare il ragazzo all’interno dell’angosciante esperienza di sentire di non valere nulla e di non meritare l’attenzione degli altri.

Certo è che non possiamo perdere di vista il fatto che il ritiro è una dimensione di vita pericolosa:

  • Il rapporto con la scuola è una tappa sociale
    inevitabile. È importante il diploma, è importante in termini di esperienza
    sociale.
  • La capacità di relazionarsi con gli altri è
    essenziale  per una parte rilevante delle
    attività umane.
  • La fragilità psicologica derivante dalla bassa
    autostima comporta difficoltà che si sommano alle comuni difficoltà intrinseche
    in ciascuna attività. La bassa autostima, inoltre, prepara il terreno per il
    presentarsi di sintomi psicologici dolorosi e, in alcuni contesti, invalidanti.
  • Ci sono rischi concreti rispetto alla capacità
    di vivere una vita autonoma e ricca di soddifazione.

Questa valutazioni sono dure e necessarie, ma non devono far perdere di vista il fatto che, per quanto amare, nessuna delle difficoltà che vive il ragazzo in hikikomori può essere evitata.

Vanno invece affrontate e usate come punto di partenza per ricostruire un modo di vivere affrontabile, realistico e il più possibile sereno.

Bisogna prendersi cura delle caratteristiche personali che portano al ritiro, più che lottare contro al ritiro in sé.

Sindrome di hikikomori: la terapia

Sostegno, fallimenti e crescita

La strada per affrontare le caratteristiche personali che portano al ritiro (e alla sofferenza) nella stragrande maggioranza dei casi passa attraverso la psicoterapia.

Lo scopo della psicoterapia è quello di affrontare gli stati emotivi dolorosi che spingono l’adolescente al ritiro.

L’obiettivo è quello di erodere sempre di più il terreno del ritiro e di restituire una libertà crescente all’adolescente.

Più il ragazzo è capace di tollerare il confronto con se stesso, più  diventa capace di uscire e fare esperienza del mondo lontano dalla dimensione del ritiro.

Questo comporterà dei fallimenti. È inevitabile. Sono tentativi necessari per capire chi si è e come si sta al mondo durante l’età dello sviluppo. Nei ragazzi in hikikomori, questi fallimenti (rapporti burrascosi con la scuola, amicizie perdute, riavvicinamenti falliti con familiari…) sono sicuramente più complicati della media, ma la psicoterapia è lì anche per quello: dare sostegno mentre si affrontano esperienze difficili.

In queste situazioni è quasi inevitabile che la psicoterapia vada a toccare anche dimensioni di vita concrete.

Ad esempio:

  • Va sostenuto il più possibile il rapporto con la
    scuola.
  • Vanno previsti adattamenti di orario a partire
    dalle richieste dell’adolescente
  • Va mantenuto aperto e chiaro un dialogo con i
    genitori, del quale il giovane paziente va sempre tenuto al corrente.

In linea più generale, bisogna aiutare il ragazzo a migliorare sul piano psicologico tentando di preservare il più possibile i contatti con il mondo sociale.

Tutto questo, evidentemente, ogni volta deve essere ripensato sulla base delle specifiche caratteristiche (anche di gravità) di uno specifico ragazzo: bisogna tollerare di aiutarlo a raggiungere obiettivi compatibili con le sue risorse del momento. Questo implica che, alle volte, si dovranno fare dei sacrifici che sacrificano l’ideale per il concreto.

Un esempio su tutti: il contatto con la scuola in alcune fasi sarà possibile, in altre no.

In tutte le esperienze che il ragazzo non riesce a fare c’è un pezzo di lui. I fallimenti, col sostegno della possibilità di parlarne in psicoterapia, ritornano ad essere qualcosa di più di dolorosi errori: diventano esperienze che, col tempo, si potrà evitare di ripetere.

Cogliere il buono in proprio figlio

C’è un aspetto che è più difficile da gestire di tutto il resto, per i genitori di questi adolescenti: il piacere.

I genitori di un ragazzo in hikikomori sono in una condizione di grande difficoltà:  messi in discussione nella più basilare delle funzioni educative (mandare il figlio a scuola), esposti alle critiche degli altri genitori (e, soprattutto, della propria paura di aver sbagliato), spesso esposti a scambi colmi di aggressività con il figlio e all’interno della coppia.

E in tutto questo si trovano davanti ad una situazione paradossale: questo ragazzo che crea un’atmosfera così difficile a casa reagisce molto male alle critiche va favorito in ogni sua manifestazione di interesse per un’attività.

In breve, se gioca con la playstation, va lasciato fare. Se si brucia gli occhi con il computer, va lasciato fare. Se quasi non parla, va lasciato fare.

Questo è un aspetto che mette i genitori in difficoltà: hanno la sensazione di perdere il controllo della situazione e di “sbagliare”. Forse bisognerebbe essere autoritari…

Eppure è essenziale: bisogna liberare il campo dalle critiche, dalle arrabbiature e creare uno spazio sereno in cui l’adolescente possa iniziare a fidarsi e a uscire volontariamente dalla tana.

Anche quando il ragazzo idealizza il ritiro e la vita lontana dal mondo, gli rimane la consapevolezza che si tratta di una dimensione di vita dolorosa.

Sentirsi legittimati a concedersi delle esperienze piacevoli è essenziale per riacquisire la motivazione necessaria per affrontare il mondo.

Se un genitore riesce a condividere la gioia di quando il figlio ritrovato un’isola di esperienza piacevole nel mare delle mortificazioni del ritiro, questo può essere un punto di svolta.

Quell’esperienza piacevole è necessaria, per sentirsi motivati ad affrontare lo spaventoso mondo sociale.

Anche per i genitori è necessario ritrovare un’immagine gioiosa e positiva del figlio: la vita familiare rimane ancorata per moltissimo tempo alla preoccupazione rispetto a quello che è stato perso, compromesso, messo a rischio nella vita dell’adolescente.

Però anche il ritiro è un’esperienza di vita. Dolorosa, un’esperienza che crea delle difficoltà pratiche anche molto importanti, ma non è roba da buttare via.

Su questo, finisco con una riflessione personale: l’isolamento è una dimensione umana fondamentale. Ciascuno ha bisogno di esperienze di isolamento per fare il punto con se stesso e creare un dialogo interno. Solo conoscendosi meglio è possibile portare nel mondo un contributo veramente personale e –soprattutto- trovare le cose che ci danno intima soddisfazione.

Le condizioni di vita di un adolescente in hikikomori sono sicuramente dolorose, ma nell’esperienza del ritiro c’è anche una grande ricchezza potenziale.

Se un ragazzo che vive il ritiro riesce a sentire di averlo affrontato con dignità, e che le persone attorno a lui possono rispettare questa sua esperienza, allora può diventare una prova che ha molto da insegnare.