Genitori cattivi, cattivi genitori?

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Una percentuale esageratamente alta dei genitori con cui entro in contatto sentono di avere qualcosa da rimproverarsi. Sin qui si potrebbe dire “tutto normale”, perché non esiste un genitore al mondo che non senta di avere qualcosa da rimproverarsi, che non abbia paura di aver sbagliato e non esiste un essere umano al mondo che non abbia qualche rimpianto.

Le cose cambiano quando questi sentimenti sono centrali, dentro di sé, e quando cioè hanno un influsso significativo sul proprio modo di pensare e di agire.

Genitori cattivi, cattivi genitori: effetti della svalutazione di sé

Il fatto di sentirsi significativamente in colpa ha una certa importanza.

È così importante che la maggior parte delle persone che fanno una psicoterapia tende ad avvertire come cambiamenti particolarmente desiderabili il fatto di diventare capaci di guardare a sé stessi da una prospettiva più indulgente e di poter iniziare a considerare che

  1. aspetti svalutati di sé
  2. o propri comportamenti passati che si considerano essere stati degli errori
  3. sono cose che possono avere anche un valore positivo.

La questione quindi non si riduce non è solo alla constatazione “che siamo tutti nella stessa barca” e tutti in qualche modo ci sentiamo un po’ cattivi, un po’ colpevoli di qualcosa.

La questione fondamentale è che questi nostri fallimenti sono allo stesso tempo il tentativo di risolvere un problema con le risorse che si hanno a disposizione in un dato momento.

La sfida consiste nel non essere troppo spaventati nel momento in cui si pensa a se stessi in modo critico.

Genitori cattivi: riparare agli errori

Per andare nel concreto: la maggior parte dei genitori sente di aver sbagliato in qualcosa con i propri figli.

Questo dispiacere ovviamente è più forte se il figlio in questione è, ad esempio, un adolescente che mostra di soffrire in modo abbastanza chiaro o che ha delle specifiche particolari difficoltà (come quelle legate al mondo della scuola, della socializzazione o dell’autostima).

In queste situazioni la domanda che un genitore tende a farsi è all’incirca:
È colpa mia? Sono stato io a fare qualcosa che ha dato origine a questo stato di cose?

Qui si possono fare due considerazioni utili:

  • la prima è che nella maggior parte dei casi quelli che si considerano essere degli errori non sono dei comportamenti con una carica traumatizzante sfacciatamente evidente.

Ad esempio, la maggior parte dei genitori può essere restrittiva senza però essere completamente soffocante oppure, all’opposto, può essere permissiva senza allo stesso tempo essere indifferente nei confronti dei rischi che un adolescente può correre.

Questa considerazione è apparentemente contraddetta dal fatto che quando un adolescente sta male, può citare proprio alcuni specifici comportamenti dei genitori additandoli come le cause del proprio malessere: “È colpa tua, è colpa di quello che mi hai fatto se sto male!“.

Effettivamente, di solito è utile pensare che un dato adolescente si sia trovato in difficoltà davanti ad un dato atteggiamento o comportamento dei suoi genitori, ma in un’ottica specifica: è utile soprattutto leggere i problemi che sono nati dall’incontro genitore-figlio come i frutti di un incontro sfortunato, una sorta di incidente di percorso.

Una specie di situazione in cui il set di bisogni di quello specifico adolescente non è riuscito ad essere soddisfatto in modo sufficiente dalle soluzioni che hanno prodotto e pensato i genitori.

Questo accade, ad esempio, quando non è possibile capire di cosa abbia bisogno del ragazzo, o perché ci vuole semplicemente tempo per capirlo o perché i genitori sperimentano difficoltà a sintonizzarsi con alcuni suoi specifici bisogni [come accade quando si sperimenta ansia davanti ad alcune delle sue richieste].

  • La seconda considerazione riguarda invece quei casi in cui si sente che è stato effettivamente fatto qualcosa che ha segnato in modo significativo un adolescente; uno dei casi più significativi e quello della separazione della coppia dei genitori, ad esempio. [Faccio questo esempio per sottolineare che anche in questo caso si tratta di cose che capitano solitamente in modo accidentale.]

Una delle principali differenze in questo secondo caso è che diventa ancora più difficile prendere atto dello stato di sofferenza in cui si trova quel figlio. La risposta finale, però, fondamentalmente non cambia: l’aspetto fondamentale della questione è prendere consapevolezza di quello che sta accadendo, perché solo quando si prende atto di una situazione di difficoltà si può iniziare a prendere anche dei provvedimenti per cambiare le cose.

La paura di essere stati dei cattivi genitori, da questo punto di vista, è principalmente un ostacolo, perché può essere qualcosa di così doloroso da tagliare le gambe a qualsiasi iniziativa rivolta al cambiamento.

Se ci si sente troppo in colpa, diventa cioè difficile attivarsi realmente per cambiare le cose, farsi aiutare nel proprio ruolo di genitori, cercare di aprire un dialogo con quel ragazzo.
È come se quello del cattivo genitore fosse una sorta di marchio indelebile che inibisce ogni azione.

La questione, invece, è quella di darsi l’occasione di modificare questa immagine di sé, così da poter riuscire ad investire nella possibilità di cambiare effettivamente le cose e di non finire schiacciati dalla paura di doversi misurare con chissà quale indelebile peccato.

Insomma, la cosa più utile è cambiare quell’immagine di cattivo genitore con un’immagine di genitore che ha un guaio da risolvere.