Mi sento un fallito (università)

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

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Le crisi legate alle difficoltà nel percorso universitario spesso ruotano attorno ad un forte sentimento di vergogna.
Chi si sente un fallito all’università tende a sottolineare gli aspetti prestazionali, di performance, dell’esperienza universitaria.

È come se i voti arrivassero a rappresentare il valore che si è in grado di attribuirsi come persone.
C’è innanzitutto un aspetto che complica la possibilità di avere rapporti distesi con l’università: lo studio universitario riguarda un’attività vitale per il proprio futuro lavorativo e anche per la propria identità.

Sentirsi falliti perché l’università non va

Le implicazioni dello studio universitario sono qualcosa che inevitabilmente invita ad attribuire alla propria riuscita all’università un’importanza enorme: la buona riuscita diventa importante quasi come se l’università fosse una parte di sé.

La mia idea di me è così (con)fusa con quella dell’università e del fatto di essere un buono studente che difficoltà in quell’area smettono di assomigliare a problemi di cui occuparsi e iniziano ad assomigliare a difetti da nascondere“.

Si attribuisce quindi allo studio un’importanza che originariamente non ha, proprio perché passa da essere una cosa utile ed importante ad essere qualcosa che ha il potere di determinare se posso provare rispetto per me stesso.

Se si arriva a misurare il proprio valore attraverso la misurazione della propria resa nello studio universitario è come se diventasse più difficile scindere la funzione oggettiva dello studio dal ruolo che assume nella propria esperienza soggettiva.

Anche da un punto di vista più macroscopico, se si guarda a chi ripensa alla carriera di studente dopo anni, solitamente si scopre che è capace di dire che si comporterebbe in modo diverso e che sarebbe più capace di studiare.

Pensare in questi termini, mentre si è ancora all’università, è molto più difficile da fare.
Questo dipende almeno in parte dal fatto che

  • Mentre si è studenti lo studio occupa la gran parte della propria mente, tanto quasi da diventare la propria vita;
  • Invece, quando non si è più studenti è più facile vedere lo studio come uno strumento più o meno utile a migliorare la propria vita.

È chiaro che quando si è in grado di svolgere un’operazione simile si è anche in grado di trattare vita e studio come due cose distinte.

Università e autostima

Nelle persone in cui questo sovrainvestimento è portato all’estremo, tanto da farle sentire fallite, il problema che vivono non ha primariamente a che fare con gli studi, ma con la dimensione del fallimento in sé.

Solitamente le difficoltà negli studi sono l’occasione che permettono allo studente di rappresentarsi un proprio stato di crisi. Questo ha a che fare soprattutto con quanto si è disposti a tollerare la prospettiva di entrare in contatto con le proprie difficoltà.


Il mio fallimento nell’attività specifica dello studio mi rappresenta il mio fallimento come persona. Pensarci in questi termini, però, è piuttosto doloroso e pensarci in termini di fallimento nello studio mi permette di approcciarmi alla mia sofferenza attraverso una sorta di filtro.”

L’incapacità a proseguire negli studi, di dare esami, le difficoltà nello studio e i ritardi nell’avanzamento della carriera rappresentano cioè anche un modo di segnalare a se stessi che si avverte il bisogno di occuparsi delle proprie difficoltà interiori.

Spesso questo non è facile e deve passare per forti sensi di colpa e vergogna. Spesso, però, alla fine ci si trova così bloccati da trovarsi nelle condizioni di doversi chiedere: “cosa non sta funzionando nelle mie capacità di studente? Come posso aiutare me stesso?

Questa situazione di stasi può diventare anche molto esasperata, come quando si è vicini al termine del percorso di studi ma non si riesce a preparare la tesi o, comunque, a laurearsi.

In alcune di queste situazioni lo studente non riesce a prendersi carico di questa situazione così penosa a causa del prevalere della vergogna:

Quello che sto facendo è così sbagliato che non merito attenzione, dovrei solo darmi una mossa“.

Esempi di difficoltà specifiche

Quando il tasso di vergogna è così alto, tutto può esasperarsi e portare uno studente a nascondere la situazione a casa, finendo per riuscire ad occuparsene solo quando si è ulteriormente esasperata, come quando si comunica di essere ad un passo da una laurea che però non arriva, e, di conseguenza, trovandosi a fare i conti con un livello di tensione crescente.

[Questo è il caso di chi risente soprattutto di un’autostima bassa; spesso collegata ad una sensazione di “ansia da prestazione universitaria” descritta più nel dettaglio nell’articolo dedicato].

A volte -e questo è un caso un po’ diverso- lo studio non riesce a procedere a causa di difficoltà emotive che limitano le risorse disponibili per lo studio. Questo tipo di sensazioni riguarda tipicamente le persone depresse.

Ad esempio, chi è depresso può non riuscire a procedere negli studi perché in alcuni momenti può fare fatica ad investire su qualunque tipo di attività. In queste situazioni è come se lo studio “ci andasse di mezzo”, come se si trattasse di una sorta di incidente di percorso e da questo può derivare un’immagine
mortificata di sé, ma più che altro come effetto secondario di un problema diverso.

Ad ogni modo, nelle situazioni di difficoltà nello studio universitario in cui il senso di fallimento è centrale, tende ad essere dominante la paura di esporsi ad un’esperienza di mortificazione che si avverte come catastrofica e che si sente si faticherebbe ad affrontare.

Come faccio a convivere con me stesso, pessimo studente come sono?

Quello che si finisce per scoprire è che la chiava sta non tanto nell’occuparsi di come riprendere un buon percorso di studi, ma dell’occuparsi del creare una visione più indulgente e affettuosa di sé.

Dal senso di fallimento al rispetto per sé stessi

Tollerare l’idea di avere rispetto per se stessi crea le condizioni per avere la chiarezza
necessaria per concedersi di perseguire nei propri obiettivi.

Insomma, si tratta di ammettere di poter perfino sbagliare e fallire, talvolta, senza sentire
che ogni fallimento mette in discussione le proprie capacità.

“Sentirsi dei falliti” finisce per impedire ad una persona di esporsi a quelle piccole, banali
esperienze di fallimento della vita comune che aiutano a crescere e a migliorare autenticamente.

E il problema sta qui: anche la stessa idea del miglioramento può creare panico, se evoca nella mente un’immagine della propria intollerabile imperfezione come qualcosa che si vuole espellere da se stessi.

Non è una questione di essere eccessivamente morbidi con sé, ma di essere capaci di non soffocare
quello che si ha dentro di buono e a cui si è diventati incapaci di dare la dovuta importanza.