Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
“Rifugiarsi in un mondo immaginario” non suona granché bene (per molte persone).
Tutti fantastichiamo e anzi, tutti passiamo buona parte del nostro tempo ad accompagnere o anticipare quello che facciamo proprio fantasticando e lo facciamo soprattutto senza accorgercene.
Si tratta però di un’attività che può indurre un certo sospetto.
Direi che questo sospetto ha più a che fare con l’idea del “rifugiarsi” che con quella del mondo immaginario in sé.
Intanto, di che tipo di attività stiamo parlando, precisamente?
Direi che si tratta di qualcosa che ha a che fare soprattutto con un processo che sta a metà strada fra un processo consapevole ed uno inconsapevole.
Si tratta prevalentemente di qualcosa
- che non si fa attivamente, cercando di far andare l’immaginazione in una certa direzione come se si avesse il compito di scrivere una sceneggiatura
- e nemmeno quel tipo di fantasia che è sempre attiva nel backstage, nel dietro le quinte della nostra mente che è fatta di tutti quei processi che danno il senso alla nostra esperienza. (Teniamo conto del fatto che noi viviamo delle esperienze e le categorizziamo continuamente sulla base di come siamo fatti e della nostra storia di vita).
Rifugiarsi nella fantasia
Quando si parla di mondi immaginario, di fantasticherie stiamo parlando soprattutto di qualcosa che può diventare consapevole:
- sono più o meno capace di riportare alla mente le immagini che ho costruito.
però anche di qualcosa che viene fatto col pilota automatico, per così dire:
- queste immagini sgorgano naturalmente dalla mia mente senza che io imprima loro una direzione in modo attivo.
Può essere qualcosa che riguarda i pensieri, quello che mi viene per la testa, quanto tempo passo quando sono per i fatti miei a seguire il flusso dei miei pensieri.
Può essere anche qualcosa che tende invece a concretizzarsi ad esempio sotto forma di progetti. Ci sono ad esempio delle persone che costruiscono continuamente dei progetti che hanno delle radici più forti in quello che loro pensano e desiderano fare che nelle occasioni che la vita offre.
Quello che intendo sottolineare è che i progetti che una persona ha possono essere la diretta conseguenza dell’immagine che ha di se stessa più che un tentativo di misurare quali occasioni le vengano offerte dal mondo. Questa è una semplificazione, perché ovviamente si tratta di cose tendono invece ad andare di pari passo: si pensa a se stessi in un certo modo quando il mondo te ne offre l’occasione; si fanno certi progetti quando il mondo mostra che in qualche modo, fosse anche lontano, difficilmente realizzabile, quel mondo potrebbe accoglierli.
Ci sono poi delle azioni che sono particolarmente intrise del mondo interiore di ciascuno: la lettura, giocare coi videogiochi, guardare dei film. Più in generale possiamo dire che dedicarsi a un’attività attraente, una passione, è qualcosa che supporta il pensiero nel creare delle storie essenzialmente su di sé.
… e qui una necessaria osservazione: si tratta di attività che spesso vengono accolte con ostilità. Sono cose che fanno agitare un ditino giudicante a quelli che ne sottolineano i rischi per quanto riguarda il perdersi in un mondo di fantasia.
L’esempio della critica ai giovani che giocano con i videogiochi e si distaccano dalla realtà è un classico ma, per estensione, si può pensare che non sia molto diverso quando le persone che sembrano particolarmente assorbite dal loro stesso e dai loro interessi e ai loro pensieri vengono accusate di vivere in un mondo loro.
Escapismo psicologico o… sogno?
Mettiamoni ora nei panni di qualcuno che dedica una certa quantità di tempo a questo tipo di attività (fantasticare, creare un mondo immaginario) e che magari lo fa senza farci particolarmente caso e senza pensare a se stesso come qualcuno che ha un mondo immaginario particolarmente forte.
Quando si ascolta una persona con queste caratteristiche ci si accorge che questo fantasticare fra il cosciente e il non cosciente ha una funzione che è tutt’altro che secondaria per la sua vita.
La sua fantasia serve a rielaborare costantemente l’immagine che ha di sé e l’immagine che ha del mondo, dei rapporti con gli altri.
La fantasia ha il compito di creare l’ambiente giusto per fare questa operazione, un ambiente in cui si possono sospendere le regole della realtà, le convenzioni e abbandonarsi ai propri pensieri, senza dirselo. Come quando si sta sognando in un certo senso.
Quando si sta sognando non ci si può porre il problema di quanto siano credibili e realistiche le situazioni immaginato, né quanto sgradevoli.
Le immagini si impongono semplicemente alla mente del sognatore
Si può dire che sognare a occhi aperti ha una funzione simile. Sognare ad occhi aperti, inoltre, si porta dietro un difetto che ha il sogno “notturno”, ossia: quando ci si sveglia, o quando finisce la fantasticheria diurna, si può avere una sensazione di distacco. Come se si dicesse a se stessi: “è solo un sogno sono solo delle immagini che mi vengono in testa e non posso trovare dei collegamenti col resto di quello che sono io“.
Questa è ancheuna cosa utile da un certo punto di vista, perché fino a che non si è pronti ad assumersi la responsabilità dei pensieri generati dal sogno (o dalla fantasia) ci si può serenamente concentrare sul fatto che li si può semplicemente percepire come una parte un po’ estranea di sé.
È come se, per concedersi di avere di questi pensieri, fosse necessario confinarli in una specie di recinto di pensieri strani, al limite pensieri ricchi, creativi ma che si ritiene che non abbiano molto a che fare con la vita quotidiana.
Poi, se la vita mette davanti alla necessità di esplorare con più cura questi stessi pensieri, allora si è costretti ad accorgersi del significato che possono avere.
- Le fantasie di successo che riguardano il lavoro,
- le fantasie sessuali,
- quello che si immagina potrebbe succedere nel rapporto con altre persone, magari degli amici importanti con cui si creano tutte delle trame che che accompagnano magari per anni la propria vita
- …
… insomma ci si accorge di come tutti questi pensieri abbiano a che fare con qualcosa che si desidera o qualcosa di cui si ha paura.
Differenza fra sogni ad occhi aperti e fuga dalla realtà
Abbiamo visto che le fantasie ad occhi aperti possono riguardare aspetti molto importanti della vita.
Dai piccoli esempi che ho fatto si può capire come, a qualche livello, la fantasia ad occhi aperti appartenga sostanzialmente alla vita di tutti; aggiungerei che è anche una cosa che può essere particolarmente presente nella vita di qualcuno in particolare.
Avere un mondo immaginario è sostanzialmente una delle cose che si fanno per affrontare il modo più efficace il mondo “reale”, per ottenere quello che si desidera dal mondo e per sentirsi meglio in un certo senso.
Per funzionare bene deve essere qualcosa in cui si può entrare e da cui si può uscire.
Qualcosa che si può far “attivare” con una certa libertà: “ecco adesso mi faccio il mio film privato, magari non mi ero detto che sarebbe partita la proiezione proprio a quest’ora però il film va e semmai dopo ci penso e scopro qualcosa di interessante. Magari se ne ho bisogno o sono particolarmente attento quelle cose su cui ho fantasticato mi verranno in mente in delle altre situazioni della mia vita e mi aiuteranno ad orientarmi“.
Molto semplicemente, se io fantastico sul fatto di trionfare al lavoro, di ricevere una valanga di riconoscimento da parte dei colleghi, da parte dei superiori forse… non è una cattiva idea che io mi chieda come soddisfare questa ambizione. Evidentemente è qualcosa a cui tengo, se ce l’ho così tanto in mente. Spesso si pensa molto proprio alle cose con cui si hanno difficoltà o a cui si dà molta importanza. Pensare a qualcosa del genere serve a creare una sorta di simulazione dentro a sé stessi in cui provare ad affrontare le difficoltà insite in quell’attività. Penso di avere dei limiti che mi rendono difficile avere successo? So che quando ottengo un riconoscimento (ad esempio sul lavoro) sono effettivamente soddisfatto oppure mi sento eternamente a bocca asciutta, un po’ insoddisfatto? So dire con chiarezza a me stesso quali sono le ragioni di questa insoddisfazione?
Ecco in alcune persone tutta questa permeabilità non c’è.
Alcune persone si rifugiano davvero in un mondo immaginario, nel senso che il mondo immaginario diventa una sostituzione di quello che vivono nel mondo “esterno”. Aggiungerei che un’altra caratteristica importante da segnalare è la difficoltà ad “esportare” i prodotti di quelle fantasie nella loro vita quotidiana, cioè a usare la fantasia per capire meglio se stessi e il mondo, in modo integrato.
Il rischio è quello di cadere in una realtà fantastica che è soddisfacente di per sé, perché risponde alle proprie regole, ai propri desideri e che è una consolazione rispetto al mondo esterno.
Uno dei vantaggi della fantasia è che favorisce un (temporaneo) senso di controllo, cosa a cui si può dare particolarmente importanza se invece ci sono degli aspetti della realtà su cui si sente di avere molta meno presa, molto meno potere.
Si tratta solitamente di aspetti della realtà che si teme di non riuscire ad affrontare, da cui si è rimasti bruciati, da cui si sono ricevute delle delusioni cocenti.
Anche qua le cose non sono così nette. È molto molto frequente che, per così dire, ci si ritiri in se stessi per dei periodi più o meno lunghi e che a un certo punto si esca dall’isolamento con una nuova consapevolezza.
A volte, cioè, “fermare il mondo esterno” è necessario, è utile per prendere dolorosamente consapevolezza di se stessi e arrivare ad agire di conseguenza.
Abbiamo insomma ripetuto diverse che il ritiro nella fantasia è un fenomeno sfumato: sicuramente per alcune persone è più difficile ritornare, diciamo così, dalla fantasia alla realtà sociale condivisa. [Ad esempio, è un’esperienza comune per chi vive un’esperienza di ritiro sociale, utilizzando l’esperienza del ritiro come modo per tentare di recuperare un’immagine positiva di sé]
La cosa importante a tenere a mente è che fantasticare in questo modo è un tentativo di aggiustare le cose dentro e fuori di sé.
Spingere una persona che vive questa situazione a darsi semplicemente una scrollata e a ritornare al mondo non è tanto una buona idea perché è precisamente quello che sta già tentando di fare.
Questa è una delle grandi lezioni che direi si imparano nel lavoro con il ritiro sociale, con gli aspetti depressivi e gli aspetti schizoidi delle della personalità delle persone.
Cioè: le cose vanno molto meglio se si trasforma questo ripiegamento su di sé in una fruttuosa ricerca: “scopro delle parti nuove di me, scopro di che cosa ho bisogno io“, invece di invitare queste persone a tagliare un pezzo di sé, invece di dire: “tu perdi tempo a stare nella tua testa. Devi tornare al mondo“.
Certo, saper “tornare al mondo” è una cosa desiderabile ma quello che fa chi si immerge profondamente nella propria fantasia è imparare il jiu jitsu, imparare a difendersi nel mondo, (come fa Neo in Matrix che, prima di reimmergersi nella pericolosa realtà di Matrix fa delle simulazioni preparatorie in ambienti protetti, meno ostili. Prima impara a combattere e a capire il mondo e, assai prudentemente, solo poi va a combattere).
Insomma, il rifugiarsi in un mondo immaginario è una delle tante cose che si possono fare per stare meglio.
Può essere già una ricchezza di per sé e se non si mette di traverso nei rapporti con il mondo esterno, con la realtà sociale condivisa, è solo meglio.