Timidezza e imbarazzo negli adolescenti: come riconoscerli e affrontarli

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Timidezza e imbarazzo sono emozioni centrali per l’adolescenza.

Gli adolescenti si sentono in imbarazzo più di frequente rispetto agli adulti ed è normale che sia così.

Proviamo a metterci nei panni degli adolescenti: per quanto l’insicurazza faccia parte della vita di ciascuno di noi, gli adolescenti sono mediamente più insicuri degli adulti. Questo accade perché gli adolescenti sono in un momento della vita in cui provano a capire cosa sia normale per loro e in generale come funzioni il mondo.

Bisogna immaginarsi che per tante delle cose che fanno, gli adolescenti si chiedono: “è giusto questo? Se faccio così mi rendo ridicolo? Le persone come si comportano, di solito?

Negli adulti, molte di queste domande hanno già una risposta, almeno approssimativa, perché sono cose già vissute e già sperimentate.

Come sempre, c’è adolescente e adolescente: alcuni ragazzi si sentono in imbarazzo più spesso e/o più intensamente.

Chiamiamoli “adolescenti timidi”, per approssimazione. Anche qui va fatta una distinzione: quali criteri ci possono suggerire che un adolescente sia normalmente timido e quando questa timidezza diventa un ostacolo alla sua crescita?

Cosa significa timidezza in adolescenza

Ci sono vari motivi per cui le persone possono essere più o meno timide.

Come faccio spesso, parto dalle “basi” dell’argomento, perché si tratta di un fenomeno complesso. (Se scorri più avanti, vedrai che parlo di aspetti più immediati e “pratici”, ma se vuoi capire a fondo l’argomento ti suggerisco di leggere questo paragrafo).

In parte, si nasce così. La conferma arriva da più direzioni.

  • La ricerca nel campo della psicologia della personalità umana, che spesso misura la personalità tramite test in cui viene chiesto alle persone quanto si riconoscono in affermazioni come “Mi piace stare in mezzo alla gente” e riconduce queste affermazioni ad una serie di tratti che rappresentano -per così dire- l’ossatura della personalità di qualcuno. I dati raccolti in questo campo, indicano che il grado di introversione ed estroversione delle persone dipende in modo considerevole dalla loro genetica [es: link su realtà italiana]
  • Anche le neuroscienze suggeriscono la stessa risposta, per più motivi. Uno dei modi di spiegare le basi neuroscientifiche dell’introversione è: il cervello delle persone introverse ha un livello di arousal (di attivazione generale del cervello) mediamente più elevato rispetto alle persone estroverse. Questo livello di arousal elevato fa sì che non gradiscano ricevere troppi stimoli esterni, perché si “sovraccaricano” più facilmente [link]. L’orientamento prevalente oggi, poi è quello di pensare a comportamenti estroversi o introversi come qualcosa di legato ad una maggiore o minore attivazione di specifiche regioni del cervello [link]. Questo vuol dire, di nuovo, che ciascuno di noi nasce con una dotazione biologica specifica che lo “spinge” più facilmente verso verso l’introversione o l’estroversione.
  • Ultimo spunto di questo tipo. Chiunque si sia trovato davanti a dei neonati, sa che anche quando sono piccolissimi i bambini mostrano un loro temperamento specifico, cioè un insieme di inclinazioni di base che hanno a che fare con quanto rispondono agli stimoli sociali e quanto sono attivi e reattivi. L‘osservazione e la categorizzazione del temperamento dei neonati suggerisce una continuità fra le inclinazioni temperamentali e la personalità adulta [es: neonati con temperamento inibito diventano adulti introversi?].

Questi dati suggeriscono da più punti di vista che molto della nostra personalità dipende in una porzione significativa dalla nostra biologia.

Questo non vuol dire che il nostro destino è scritto sin dall’inizio? Non è proprio così.

Molto altro della nostra personalità dipende dalle esperienze che facciamo durante la nostra vita, particolarmentei in infanzia. Esempio centrale:

  • Lo studio degli stili di attaccamento infantili, che è lo studio dell’insieme dei modelli di comportamento e pensiero che ci mostrano che cosa un bambino si aspetta dalle persone che si prendono cura di lui. Anche qui, si trova che c’è una certa coerenza fra lo stile di attaccamento che si ha da bambini e quello che si ha da adulti. Come dire: quando siamo piccoli ci formiamo un’idea della fiducia che possiamo avere verso gli altri e questa idea ci fornisce una mappa “di base” del mondo che non modifichiamo a meno che non succeda qualcosa di straordinario. L’attaccamento è una di quelle cose che ci fanno vedere che come esperienze importanti come lo sviluppo di fiducia o sfiducia nei confronti degli altri possa influire sulla serenità con cui ci approcciamo agli altri da adulti [link].

Insomma, è come se alcune persone avessero esperienze che suggeriscono loro che possono essere globalmente bendisposte nei confronti degli altri. Per altre persone l’approccio invece è “non mi fregherete una seconda volta“.

Ciascun adolescente lavora all’ultima fase della definizione di quella che sarà la sua personalità stabile, negli anni successivi. Un adolescente fa questo facendo esperienza del mondo e tirando nuove conclusioni su come funzioni il mondo e quale sia il suo posto all’interno di questo mondo.

Mi spiego meglio. Il cuore del lavoro di psicoterapeuti mio e dei colleghi di TuoPsiocologo è quello di aiutare a vedere se un ragazzo riesce a riconoscere le sue inclinazioni naturali, spontanee e a fare delle scelte che siano quanto più possibile coerenti con queste. Quando non è così, è perché ci sono state esperienze di vita (spesso sottili, cioè non grossolanamente traumatiche) che gli hanno suggerito che in lui c’è qualcosa di brutto che va eliminato. Questo può portare a pensare che alcune delle proprie caratteristiche normali di personalità, come la tendenza all’introversione, vadano nascoste o eliminate.

Ad esempio: uso la parola “timido” proprio perché non ha una sfumatura del tutto positiva. Timido è qualcuno che non riesce nella socializzazione. Gli adolescenti si percepiscono come timidi soprattutto quando pensano di non dover essere così.

Due puntualizzazioni:

  • mi rendo benissimo conto che quella che faccio è una piccola forzatura del senso delle parole. Essere timidi non è una cosa necessariamente brutta; ad esempio, può rimandare all’idea di sensibilità, che sicuramente non è un difetto. Le persone che vedo e che si definiscono timide, però, tendenzialmente lo fanno per criticarsi.
  • questo non è un modo indiretto per dire che sono stati i genitori a non dare sufficiente sicurezza ad un ragazzo. Di solito non è così.

Quello che accade di solito è che l’insieme di eventi che spingono un adolescente verso la direzione di avere dei dubbi paralizanti su di sé è complesso e le sue implciazioni sono difficilmente prevedibili. Ci si accorge di come sono andate le cose solo alla fine.

Un esempio: soddisfare le (proprie) aspettative

Un esempio tratto dalla mia esperienza clinica:

Mi è capitato diverse volte di incontrare ragazzi inibiti e indecisi che avevano bisogno di sentire di non essere giudicati dai genitori. Molto spesso è una faccenda che riguarda i maschi, il confronto padre-figlio. (Fenomeni simili nelle ragazze ovviamente ci sono, ma si declinano in modo diverso). Incontrando questi genitori, non trovavo genitori-aguzzini, ipercritici o freddi. Come accade nella maggior parte dei casi, incontravo genitori attenti alle esigenze dei figli, pronti a mettersi in discussione e ascoltare. Alcuni di questi genitori, però ponevano un problema fondamentale al figlio: c’era qualcosa in cui avevano successo. Qualcuno riusciva bene nel lavoro, qualcuno aveva avuto un’infanzia difficile e si era reso indipendente presto, qualcun altro era molto colto.

Insomma, nella vita di questi ragazzi c’era un genitore che aveva raggiunto dei risultati di cui andare fiero… e questo finiva per avere un effetto negativo sul figlio! In pratica, i successi del genitore finivano per mettere un carico sulle spalle dell’adolescente, che si chiedeva: “sarò capace di fare qualcosa del genere? Sarò capace di raggiungere degli obiettivi? Di che pasta sono fatto”.

Ribadisco un concetto importante: stiamo parlando di genitori esigenti che mettono alla prova i figli in modi sproporzionati alla loro età? No! È proprio questo il punto dell’esempio. Ci possono essere eventi o situazioni di vita che mettono sotto pressione alcuni ragazzi e che non sono evitabili in nessun modo. Semplicemente, capita.

[Aggiungo: ovviamente, se ci si accorge di essere stati particolarmente rigorosi e richiestivi nell’educazione di un figlio, è molto utile riconsoscere il ruolo che questo atteggiamento può aver avuto nel dare forma alla sua personalità, particolarmente se si teme che l’impatto sia stato negativo. Quello che si vede nella realtà quotidiana del contatto con gli adolescenti e le loro famiglie, però, è spesso diverso ed è invece molto diffusa nei genitori la tendenza a iper-colpevolizzarsi].

Non è sempre facile riconsocere quali sono le situazioni in cui un ragazzo avrebbe bisogno di essere rassicurato sul fatto che non si hanno aspettative sproporzionate su di lui. Né è sempre chiaro quali siano le rassicurazioni che fanno presa su di lui.

Spesso è il tipo di riflessione che si riesce a fare solo quando un ragazzo è già passato dall’essere introverso ad essere “timido”.

Imbarazzo e insicurezza negli adolescenti

Cosa vuol dire che una persona è normalmente introversa?

Sostanzialmente, significa che è una persona che ha sufficiente consapevolezza di quale è il grado di contatto con gli altri che desidera, riesce ad averlo e ne è soddisfatta.

Gli adolescenti timidi, cioè insicuri davanti agli altri, possono farsi alcune domande che hanno lo scopo di capire meglio se stessi e come stare al mondo efficacemente:

  • dovrei essere più socievole?
  • risulto inadatto? che effetto faccio agli altri?
  • posso risultare attraente per chi mi piace? cosa c’è di interessante in me?

I ragazzi che riescono a dare risposte sufficientemente positive a queste domande, è più probabile che diventino adulti sereni.

Se dovessimo mettere per iscritto l’autodescrizione di un adolescente timido che “evolve” in qualcuno capace di vivere positivamente la propria introversione, potrebbe essere così:

So che ci sono tante situazioni sociali in cui mi stufo. Feste rumorose e discoteche non mi piacciono. Sto volentieri con piccoli gruppi di amici fidati e passo volentieri anche del tempo da solo. So che ci sono ragazzi che sono diversi da me, che non stanno volentieri da soli e che nelle situazioni che piacciono a me si annoiano. (Difatti, spesso non vado d’accordo con ragazzi così). Mi va bene così, perché quando sto per i fatti miei mi dedico volentieri ad interessi che mi assorbono e quando sto con gli amici a cui tengo abbiamo un nostro modo di stare insieme in cui mi ritrovo. Certo, ci sono tante situazioni in cui sono obbligato a fare nuove conoscenze o a stare in situazioni in cui ci sono tante persone, come a feste a cui non mi va di mancare perché ci vanno i miei amici. In quelle situazioni mi piacerebbe essere più disinvolto, ma semplicemente non sarei io, con i miei pregi e i miei difetti“.

Non sono proprio le parole di un adolescente, ma un po’ rende l’idea:

Cosa accade negli adolescenti la cui timidezza è invece problematica?

Sostanzialmente, non si perdonano le difficoltà, trattandole come difetti inaccettaibili.

Quando incontriamo ragazzi così, ci si trova davanti a qualcuno che, senza accorgersene, prova a convincerci che ci sono delle schifezze dentro di lui. Cose che non vanno accettate.

Detto in modo più sobrio: sono ragazzi che

  • in parte sono convinti del fatto che alcuni loro comportamenti, atteggiamenti e pensieri siano cose negative, da eliminare
  • e in parte sanno di soffrire, se non lasciano spazio alla libera espressione della loro personalità.

L’autodescrizione di un ragazzo così potrebbe essere:

So che ci sono tante situazioni sociali in cui non mi so comportare. Evito feste rumorose e discoteche perché ho paura di fare la figura dello sfigato, di risultare inadatto lì in mezzo. Sto assieme ad un gruppetto di disadattati come me perché non ho amici migliori. Siamo lo strato più basso della società. Ci sono dei ragazzi che sono avanti anni luce rispetto a me: sono socievoli, belli, sorridenti, di successo. Non hanno nemmeno bisogno di saper fare le cose che magari so fare io, perché qualsiasi cosa facciano va già bene. Sono semplicemente superiori. Evito le situazioni in cui il rischio di fare figuracce è più alto. Non so se riuscirò mai a cambiare“.

C’è un problema che è particolarmente centrale in questo tipo di vissuto: la descrizione della realtà sociale che fa l’adolescente timido in modo problematico è fallimentare.

Cioè, questo tipo di pensieri sono molto poco efficaci nel descrivere verosimilmente il mondo. Sono più che altro la proiezione delle paure di quell’adolecente sul mondo.

(Questo ha anche un’utilità: ritrovere costantemente i propri conflitti nel mondo ha la funzione di mettere una persona davanti a questi conflitti, così da riuscire ad affrontarli).

L’adolescente timido in modo paralizzante, vivendo continuamente con difficoltà le situazioni sociali, si trova a soffrire.

Questa sofferenza spinge a tentare di risolvere il conflitto:

  • Possibile che io sia così inadatto?
  • Cosa devo fare?
  • Cambiare? E come?

L’adolescente timido “non problematico” e quello “problematico” fanno esperienza diversa delle situazioni sociali di imbarazzo.

Alcuni ragazzi fanno una figuraccia e imparano qualcosa. Se non riescono a coinvolgere altri ragazzi in un’attività e vengono criticati, come potrebbe succedere proponendo un’uscita in uno specifico posto o a vedere un certo film possono ad esempio capire che non hanno saputo leggere bene l’atmosfera e proporre un progetto che fosse in sintonia con quello del gruppo. Non pensano di essere stupidi, ma al limite di aver fatto la figura degli stupidi.

E i ragazzi più in difficoltà? Arrivano alla conclusione opposta: non possono proporre nulla di adatto, sono loro che non vanno bene. La situazione c’entra poco.

Vivere l’imbarazzo e sopravvivere è cruciale. È un’esperienza che aiuta a capire le regole sociali e il proprio grado di compatibilità con i gruppi sociali. Come sono fatto io? Cosa posso cambiare pur di stare con gli altri? Quali sono invece le cose che pretendo di vivere liberamente quando sono con gli altri?

Alcuni ragazzi, questo non lo riescono a fare perché partono “zavorrati” in questa esplorazione.

I fallimenti nella socializzazione non sono il punto cruciale: sono lo specchio della visione negativa di sé di questi ragazzi (la mancanza di autostima).

Le situazioni sociali sono fenomeni che si prestano particolarmente bene ad esprimere questo tipo di difficoltà. Stare con gli altri significa misurarsi con il giudizio degli altri e il proprio su se stessi. Se questo giudizio è troppo severo, le situazioni sociali diventano troppo pesanti da affrontare.

Conseguenze sulla socializzazione

Un ragazzo con difficoltà di autostima (o con un’emotività tendente alla depressione, che è un altro modo di vedere lo stesso problema) rischia di vivere l’imbarazzo come qualcosa di inaffrontabile.

Rischia quindi di:

  • avere difficoltà a stringere nuove amicizie,
  • in casi particolarmente importanti a cercare un isolamento volontario,
  • scarsa partecipazione a scuola, che è una situazione sociale in cui è richiesto di essere performanti,
  • finire in un circolo vizioso di bassa autostima: la sfiducia in sé lo spinge cioè a non riuscire a comportarsi positivamente nelle situazioni sociali, peggiorando ulteriormente l’opinione su di sé.

Sostanzialmente, ragazzi così in difficoltà hanno bisogno di esperienze sociali posive e sono nelle situazioni peggiori per procurarsele.

Come aiutare un adolescente timido o che si imbarazza facilmente

Solitamente, ragazzi con questo tipo di difficoltà hanno bisogno di verificare che non sono inadeguati come credono e possono essere apprezzati dagli altri.

Le difficoltà di socializzazione sono il “linguaggio” preferito dei loro dubbi su se stessi.

È come se fosse l’abilità su cui alcuni ragazzi scelgono di misurare loro stessi. Molto spesso, questo accade proprio perché riconoscono dentro di sé i un’inclinazione all’introversione e la trasformano in qualcosa di negativo. Come se fosse la prova della loro inadeguatezza. (Questo vuol dire che in ragazzi con caratteristiche di personalità diverse, questa tendenza depressiva assume altre caratteristiche, come ad esempio i comportamenti a rischio).

Aiutare questi ragazzi ad avere un’immagine meno negativa della socializzazione può non essere semplice.

Prima di tutto, provare ad avvicinarsi agli altri fa male.

Poi, c’è un aspetto meno immediato da tenere in considerazione: per quanto dolorosa, l’immagine di se stessi come persone socialmente inadeguate rappresenta comunque una fonte di sicurezza. Di prevedibilità. Il mondo funziona così: “io sono inadatto alle situazioni sociali. Se inizio a pensare che potrei trovare un modo di farcela… come faccio? E ce la faccio, poi?“.

La prospettiva del fallimento, se si vive la speranza di poter essere diversi è ancora più bruciante.

Ecco, parlo di queste cose soprattutto perché è particolarmente importante riuscire a sintonizzarsi su questo modo di sentire le cose, per i genitori.

Se si vede un ragazzo come bravo, capace, bello, interessante, come è normale fare da genitori, può essere difficile (e doloroso) tollerare temporaneamente di vederlo così pieno di sfiducia.

Si rischia di spingerlo a socializzare troppo presto, quando non è ancora pronto.

Come se tutto potesse sparire in un istante.

[Se vuoi approfondire: ho scritto un articolo molto dettagliato sui problemi di socializzazione in adolescenza]

Quando rivolgersi a uno psicoterapeuta

Per alcuni ragazzi, è difficile e improbabile riuscire ad uscire da questa situazione con le proprie forze.

Prima di tutto, bisogna capire: le cose stanno effettivamente così?

La crisi che vive mio figlio significa veramente che non riesce ad affrontare la sua timidezza a causa dei dubbi che ha sul suo valore personale?

Questo credo sia il primo compito di ogni psicoterapeuta di adolescenti: le crisi sono cosa normale, sia negli adolescenti che nei loro genitori. Non vanno patologizzate:

  • per affrontare le difficoltà della vita, gli adolescenti devono affrontare crisi e incertezze (non evitarle!);
  • parallelamente, i genitori vivono costantemente una quantità di dubbi: “avrò interpretato correttametne i segnali che arrivano da mio figlio? L’avrò guidato correttamente nelle sue scelte? Avrò fatto scelte adeguate per lui?”.

A volte è utile sostenere le persone in queste scelte, a volte è sufficiente spiegare con chiarezza perché ha senso NON preoccuparsi.

Fare molta attenzione a proporre un inquadramento chiaro a monte e costruire un progetto veramente condiviso con la famiglia sono cose che credo facciano una differenza importante nella qualità del rapporto fra psicologo e famiglia. (Il senso della nostra chiamata gratuita iniziale è anche questo: di cosa c’è bisogno? Abbiamo le competenze giuste per aiutarti? Quale dei nostri terapeuti, in caso?).

Ad ogni modo, nei casi in cui è utile e necessario preoccuparsi, il rapporto fra adolescente e uno psicoterapeuta competente è essenziale. È il fulcro del cambiamento dell’adolescente.

Molto spesso, ragazzi con questo tipo di difficoltà non hanno bisogno di “consigli” su come fare per avvicinare gli altri (e come si sa, solitamente è utile che uno psicologo sia prudente prima di darne). Questi adolescenti hanno invece bisogno di sperimentare concretamente di essere ragionevolmente sicuri di poter avere un’immagine positiva di sé. La vittoria sulla timidezza arriva prevalentemente di conseguenza.

Il lavoro psicoterapeutico con adolescenti problematicamente timidi gira attorno alla ricostruzione della fiducia in sé.

I ragazzi che accetano di vedere lo psicologo [qui i motivi per cui non ci vanno] ci stanno dicendo indirettamente che hanno almeno un po’ di fiducia nel fatto di poter avere stima di loro stessi.

Lo psicologo diventa la persona con cui possono essere particolarmente liberi di fare degli esperimenti in cui mettono in discussione questa immagine di sé. Provano a vedere se ci sono in loro cose che anche gli altri potrebbero apprezzare e, quando si sentono sicuri e, col procedere del lavoro, iniziano a sentirsi più liberi di fare questi esperimenti anche all’esterno.

Quando quest’acquisizione è abbastanza solida e stabile nel tempo, semplicemente, ci si saluta.