Mio figlio non mi racconta nulla

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Va bene che un figlio adolescente non racconti nulla di sé?

Il fatto che un adolescente voglia essere lasciato in pace è un cliché che spesso rappresenta abbastanza fedelmente la realtà.

Essere lasciato in pace è però una cosa diversa questa però da non condividere nulla di quello che lo esalta o che lo preoccupa.

Mio figlio non mi racconta nulla: un gioco?

Nella maggior parte delle occasioni, quando un adolescente sbuffa e brontola nel momento in cui si fa una domanda indiscreta e si tenta di convincerlo a condividere qualcosa con i suoi genitori, quel borbottare e quello sbuffare sono fatti nell’ottica del gioco.

È come se quello sbuffare, quel borbottare fossero una grande rappresentazione teatrale che ha per tema la sua crescita.

Una situazione, cioè, in cui le normali istanze della crescita durante l’adolescenza possono essere gonfiate, esagerate e vissute nell’interazione con gli altri, come ad esempio nell’interazione con i propri genitori, allo scopo di capire meglio qualcosa su di sé e sugli altri.

Se un ragazzo è più perentorio nella propria richiesta di essere lasciato in pace durante l’adolescenza rispetto a quando, ad esempio, inizia ad avvicinarsi all’età adulta è proprio perché il tema dell’indipendenza durante l’adolescenza qualcosa di bruciante, urgente, va sottolineato con grande forza.

L’indipendenza è qualcosa di nuovo, è una conquista che va protetta, un po’ come quando si acquista un cellulare nuovo e lo si tratta per un po’ di tempo come una sacra reliquia e dopo la sua presenza all’interno della propria vita viene un po’ data per scontata e si diventa capaci di trattarlo sì con riguardo, ma con un’attenzione meno ossessiva.

Questa esagerazione del bisogno di autonomia, indipendenza e di vita separata da quella dei genitori è possibile perché i genitori garantiscono di avere una uscita di sicurezza pronta in caso di bisogno.

Cioè,

  • nel caso in cui l’adolescente abbia bisogno di appoggiarsi sui genitori sa che può contare su di loro
  • e che può permettersi anche di farli intristire un po’ nel momento in cui si allontana da loro, però, perché il rapporto non viene compromesso dal suo allontanamento ma va semplicemente incontro a una sua naturale evoluzione in cui il distacco dai genitori inizia a crescere.

Quando un figlio inizia a crescere e a distaccarsi dai genitori, è prevedibile, desiderabile e normale che i genitori ne siano tristi ma è allo stesso tempo è normale che se ne facciano una ragione.

Entrambe le componenti sono utili, nell’ottica di appoggiare il figlio in un naturale processo di crescita.

Mio figlio non mi racconta nulla: quando non sta giocando.

Ci sono degli adolescenti per cui “la via di fuga” è tutt’altro che sgombra, cioè adolescenti adolescenti che non si sentono liberi di “giocare ad allontanarsi, ma che, al contrario, sentono di dover gestire i propri problemi (quasi) interamente all’interno di sé stessi.

Questi problemi tendono così a diventare incomunicabili.

Sono dei ragazzi che sono profondamente restii a condividere qualcosa dei propri pensieri intimi.

Dentro di loro avviene qualcosa di diverso rispetto a quello che normalmente avviene all’interno di un ragazzo che condivide qualcosa di personale con i genitori

  • o in un momento in cui ha bisogno di comportarsi in un modo più infantile
  • o perché, o in un momento in cui si sente così sicuro del proprio ruolo di soggetto indipendente da poter creare un dialogo reale con i genitori in cui c’è uno scambio.

Cioè, quando le cose vanno bene, se il ragazzo sente di avere qualcosa di personale da condividere con qualcuno di cui si fida, in particolare con un genitore, e in più ha delle aspettative positive rispetto a quello che accadrà.

  • Parla anche perché ha tanta fiducia nell’altra persona da riuscire a sentire che da quel dialogo con lei ne uscirà con una comprensione superiore di quel pezzettino di esperienza personale che ha avuto il coraggio di condividere.
  • Sente anche che la firma che ci mette sotto l’altra persona, che è la sua elaborazione soggettiva, che viene comunicata spontaneamente attraverso commenti, pensieri e consigli, e che ovviamente viene prodotta da una testa diversa da quella del ragazzo, è un arricchimento e non una sottrazione.

Non solo capisco qualcosa di più di quello che pensavo, ma fa parte di questa comprensione una piccola deviazione del significato, un’apertura di significato. Si aggiunge qualcosa di inaspettato è che io sono in grado di accogliere, se non necessariamente come piacevole, almeno come utile.”

Quello che accade nei ragazzi che hanno paura di condividere qualcosa di personale è diverso, nel senso che c’è sempre un pezzo di esperienza personale che si sente l’urgenza di comprendere meglio, di elaborare di integrare con il resto del dei propri pensieri, della propria persona più in generale, ma ci sono anche delle aspettative negative su quello che accadrà.

Quando un ragazzo ha delle aspettative negative su quello che gli potrebbe venire detto nel qualora condividesse qualche informazione su di sé vive una condizione che lo spinge a leggere i segnali che gli arrivano dall’altra persona, ad esempio dalla mamma e papà, come segnali negativi.

Questa è una cosa importante, indipendentemente dal fatto che questo fosse nelle effettive intenzioni della persona con cui sta dialogando.

Ad esempio, una ragazza che racconti di provare dei sentimenti, di provare un interesse nei confronti di un ragazzo, può iniziare ad accennare alla questione alla mamma; la mamma può domandarle “Come vi siete conosciuti?“.

Qui la ragazza può iniziare a pensare che nel tono della voce della mamma ci sia già una critica, come se l’intenzione della mamma non fosse quella di comunicare “Dimmi di più, è una cosa importante per te e quindi lo è anche per me” ma come se ci fosse l’intenzione di dire “Sicuramente avrai fatto qualcosa di inadeguato per avvicinare questo ragazzo“.

Mio figlio non mi racconta nulla: evitare di soffrire

Questo modo di sentire ovviamente apre alla possibilità di moltissime incomprensioni fra genitori e figli e può essere così forte da motivare il ragazzo a tenersi sempre più cose per sé.

La funzione di questo silenzio può essere quella di evitare di rendersi disponibile:

  • a delle esperienze di vergogna, cioè di sentire che mostrare all’esterno qualcosa che gli altri, ma soprattutto lui per primo giudicherebbe inadeguato (questo elemento è presente soprattutto quando un ragazzo ha una bassa autostima);
  • allo stesso tempo, quel ragazzo può sentirsi incastrato in una situazione in cui la comunicazione è impossibile, perché ha troppa paura di non riuscire a trasferire all’altro qualcosa di vero di sé perché finirebbe per essere deformato. Insomma, può rimanere solo con l’idea di doversela sbrigare da solo perché non verrà capito. (Questo sentimento tende ad essere prevalente in adolescenti arroganti e provocatori o manifestamente rabbiosi).

Queste aspettative negative si trasformano nella sensazione che il ruolo dell’altro non sia un positivo e chiarificatore, ma quello di qualcuno che deformerà i miei pensieri eliminando dai miei pensieri tutto quello che c’è di mio, di originale; tutto quello che c’è di importante per me, sostanzialmente, in questi pensieri.

Al contempo, la persona a cui sono stati confessati potrebbe invadere con qualcosa di suo, potrebbe fare piazza pulita di quello che era importante per me e sostituirvi qualcosa di importante per lui, invertendo in un certo senso il flusso della comunicazione.

Questo è il quadro, molto in generale.

Ovviamente in persone diverse, in ragazzi diversi ci sono degli aspetti che prevalgono su gli altri.

Ad esempio alcuni ragazzi tendono a vivere ogni possibilità di scambio nella prospettiva dell’umiliazione, della vergogna che aumenta.

Può prevalere la rabbia nei confronti di un altro da cui non ci si attende niente di buono, nessun interesse, nessuna attenzione, ci si attende di trovarlo con la testa da un’altra parte, di dover combattere per comunicargli qualcosa.

Queste aspettative dipendono da come quel ragazzo ricostruisce all’interno della propria mente la storia relazionale con le altre persone e sostanzialmente di come inizia a costruire il proprio ruolo nel mondo.

Cambia, ovviamente, anche in base alla specifica età della vita in cui si trova quel ragazzo: adolescenza o prima età adulta, ad esempio.

Questo tema delle aspettative è particolarmente importante perché si tratta dell’elemento centrale da tenere in considerazione nel momento in cui si cerca di ricreare un dialogo.

Quello che intendo dire è che chiedere, fare delle proposte o cose di questo tipo può essere particolarmente difficile nel momento in cui le aspettative del ragazzo sono negative.

Se l’aspettativa è quella di non essere ascoltato può essere particolarmente complicato creare un legame cercando attivamente di farsi ascoltare a propria volta.

Il tentativo più plausibile, almeno in un primo momento, può essere quello di tentare di invertire il flusso e fare come un gatto che arriva portando in bocca una specie di preda o dono:

Io sacrifico i miei pensieri, le mie idee, le mie opinioni per valorizzare quello che importa a te, per ascoltare te, per partire a costruire un discorso da delle cose che per te hanno valore e che non ti aspetteresti di vedere valorizzate dall’altro.”

Insomma, può essere utile iniziare contraddicendo quelle aspettative negative che potrebbe proprio avere quell’adolescente.

Poi, ovvio, sono cose che non si costruiscono in cinque minuti, nel senso che come spesso ci vogliono anni per costruire delle aspettative negative, una sfiducia nei confronti del rapporto con gli altri, e ci può volere un impegno altrettanto significativo per tentare di curare questa immagine semi-apocalittica del mondo che quel ragazzo è costretto a trascinarsi dietro.