Aggressività in adolescenza e sua gestione da parte dei genitori

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Chiunque abbia avuto a che fare con un adolescente, anche solo per un tempo limitato, sa che ci sono momenti in cui sembra di parlare con una versione in miniatura di un uragano. E non sempre tanto in miniatura, peraltro.

Ci sono giorni in cui lo sguardo di tuo figlio sembra quello di un animale in trappola, e altri in cui sembra che l’unica lingua che conosca sia quella dell’attacco. Parole taglienti, silenzi, scatti improvvisi. Un momento prima ti cerca, quello dopo ti respinge come se fossi il nemico.

E il problema è che, molto spesso, tu non capisci bene cosa sia successo.

Non sai se ha avuto una brutta giornata a scuola, se ha litigato con un amico, se è arrabbiato con se stesso o con il mondo, se sei tu ad aver detto “la cosa sbagliata”. Sai solo che ti ha investito con una rabbia che non sai dove mettere.

E allora ti chiedi: ma da dove viene tutta questa aggressività? E soprattutto: che cosa devo fare io?

L’aggressività come parte normale dello sviluppo (che però ci spaventa)

La prima cosa da dire è questa: l’aggressività in adolescenza non è per forza un sintomo. È un aspetto dello sviluppo. È uno dei linguaggi della crescita.

La pubertà è una tempesta neurochimica. Il cervello dell’adolescente è in ristrutturazione, letteralmente: certe aree si potenziano, altre si assopiscono, altre ancora si riscrivono da zero. E mentre tutto questo accade, il ragazzo o la ragazza deve cominciare a separarsi dai genitori e costruire una propria identità originale.

E per separarsi, spesso, bisogna tagliare.

A volte questi “tagli” sono simbolici (scelte diverse, opinioni opposte), altre volte sono proprio urla, porte sbattute, insulti. È come se l’adolescente dicesse: “Devo staccarmi da te per capire chi sono io. Ma per staccarmi, devo anche odiarti un po’. Devo combatterti. Almeno un po’.”

E sì, questo può fare male. Ma è anche una forma di amore distorto. È il tentativo di crescere.

Non tutti gli adolescenti diventano apertamente aggressivi. Ma tutti – in un modo o nell’altro – mettono in discussione l’autorità dei genitori. Alcuni lo fanno in modo silenzioso, altri in modo rumoroso. Alcuni lo fanno con la rabbia, altri con la chiusura. Ma il messaggio sottostante è lo stesso: “Fammi spazio, sto cercando me stesso”.

“Ma perché così tanto odio?” – Il fraintendimento più comune

Molti genitori confondono l’aggressività con l’odio.

“Perché mi tratta così male se io gli voglio bene?”, si chiedono. E questa domanda, a modo suo, è giusta. Ma parte da un equivoco.

La verità è che spesso l’aggressività adolescenziale ha a che fare soprattutto con un disagio interno che l’adolescente non sa ancora nominare. Se un adolescente usa i genitori come bersaglio di questa aggressività, è perché è il suo modo principale di imparare a dare forma a questo disagio. 

Certe volte ti aggredisce proprio perché si sente troppo attaccato a te, e non sa come staccarsi. Altre volte ti attacca perché sei tu la figura più “sicura” su cui sfogarsi: sei lì, e difficilmente te ne andrai. Sapere queste cose non le rende piacevoli, ma almeno le rende comprensibili.

L’aggressività adolescenziale, molto spesso, è un sintomo di qualcosa che l’adolescente non riesce a esprimere in altro modo. È un modo goffo di dire “sto male”, “non mi capisco”, “mi sento sbagliato”, “non so chi sono”, “ho paura di diventare grande”.

È una richiesta d’aiuto, mascherata da attacco.

Ma allora… bisogna lasciarli sfogare?

No. Non è questo il punto.

Non si tratta di dire “vabbè, è adolescente, lasciamolo urlare”. Non funziona così, e non farebbe bene a nessuno.

Il punto è trovare un equilibrio tra due polarità:

  • non farsi travolgere dalla sua aggressività,
  • ma nemmeno reagire con altra aggressività.

Perché se tu ti arrabbi con lui per il fatto che lui si è arrabbiato con te, sei dentro un circuito chiuso. Il problema si alimenterà e basta. E lì si rischia di rimanere intrappolati.

Ma allora cosa si può fare?

La prima cosa: tenere separati i comportamenti dai sentimenti

Un errore frequente è quello di interpretare l’aggressività come un giudizio su di noi.

“Mi ha detto che sono una madre di m…”
“Mi ha risposto male in un modo che non mi era mai successo…”
“Mi ha urlato che lo rovino…”

Il dolore che si prova è comprensibile. Nessuno merita insulti che sembrano gratuiti. In psicologia, però, è essenziale distinguere il contenuto letterale da quello emotivo. Le parole sono simboli: rimandano (anche) a significati diversi da quelli letterali.

Molte delle parole dette in un momento di rabbia non significano quello che sembrano. Sono parole che comunicano soprattutto la tensione emotiva dell’adolescente.

Un adolescente che ti dice “sei un fallito” non sta facendo un resoconto dei tuoi traguardi o una diagnosi psicologica. Sta dicendo “sono arrabbiato e mi sento impotente”.

E allora, per quanto difficile, occorre imparare a distinguere il messaggio emotivo da quello letterale.

Ciò non significa giustificare ogni cosa. Ma significa dare un contesto. Altrimenti si resta feriti due volte: dal contenuto e dal fraintendimento.

“Contenere” non significa reprimere

A volte si pensa che il compito del genitore sia reprimere. Fermare l’aggressività. Bloccarla. Impedire che esca.

Ma la repressione delle emozioni, come si sa, funziona come una pentola a pressione: tiene tutto dentro, fino al rischio di scoppiare.

Un conto è contenere. Un altro conto è imbavagliare.

Contenere vuol dire esserci, rimanere presenti, aiutare l’adolescente a dare forma a quello che prova, anche quando quello che prova è brutto, scomodo, spiacevole.

Significa dire frasi come:

  • “Capisco che sei arrabbiato, ma non è accettabile che mi urli così.”
  • “Ti ascolto, ma devi parlare in un modo che ci permetta di capirci.”
  • “Non sono il tuo nemico. Sto cercando di aiutarti. Ora stai zitto e stammi a sentire.”

Sono frasi difficili da dire. Ma sono fondamentali. Danno una cornice. Insegnano all’adolescente che le emozioni non vanno negate, ma regolate.
La parte più importante di “reagire”, di non accettare passivamente gli attacchi è il fatto di responsabilizzare l’adolescente. “Devi essere tu a prenderti carico di quello che provi. Non puoi delegare tutto a me. Non puoi fare finta che le emozioni passino e basta se tu incolpi me delle cose che ti fanno soffrire”.

Il paradosso: più un genitore si sente in colpa, più tende a sbagliare

Qui tocco un tasto delicato. Ma è necessario.

Molti genitori si sentono in colpa. Per non aver fatto abbastanza. Per aver fatto troppo. Perché lavorano tanto. Perché sono stanchi. Perché non riescono a parlare come vorrebbero.

E quel senso di colpa, invece di generare consapevolezza, rischia di produrre due effetti negativi:

  1. Porta a essere troppo accondiscendenti (“tanto è colpa mia se si comporta così… Devo capirlo sempre e comunque, perché se sta male è una mia responsabilità”)
  2. Oppure troppo rigidi (“devo fargli capire che non può trattarmi così! È inaccettabile”)

In entrambi i casi si perde lucidità.

Il punto non è trovare il colpevole, ma il punto di equilibrio. Non c’è al mondo un genitore perfetto. Ci sono genitori sufficientemente buoni, che imparano strada facendo e che provano a cogliere i “messaggi cifrati” mandati dal figlio. L’adolescente, anche se non lo ammetterà mai, ha bisogno proprio di quello: un genitore che sbaglia, ma c’è e prova a entrare in comunicazione con lui.

Un genitore che tiene il punto. Che dice “no” quando serve. Che ascolta, ma non si fa manipolare. Che si arrabbia, ma non esplode.

Che sa che, a volte, la cosa più amorevole che si possa fare è non cedere.

Ma quindi, che cosa posso fare di concreto?

La domanda arriva sempre. Perché ascoltare, comprendere, avere empatia, va bene. Ma quando sei davanti a tuo figlio che sbatte la porta e ti urla addosso, vuoi sapere: “che cosa faccio?”

Ecco alcune indicazioni operative. Non sono regole fisse. Ma possono essere dei buoni punti di partenza.

1. Non prendere tutto sul personale

Certo, è difficile. Quando tuo figlio ti insulta, ti ignora, ti sfida, è quasi impossibile non sentirsi feriti. Ma serve ricordarsi che, in molti casi, non ce l’ha con te in quanto persona. Ce l’ha con te in quanto figura simbolica. Ce l’ha con il tuo ruolo di genitore e quello che questo rappresenta per lui: tuo figlio è grande ma non ancora abbastanza, sa fare le cose in modo autonomo ma solo in parte, ha una propria visione del mondo ma parziale. Ha, insomma, ancora bisogno di chi è più grande di lui.

Tu sei il contenitore delle sue frustrazioni. Sei lo specchio in cui si riflette e, in quel momento, odia ciò che vede.

In realtà, quello che odia è la sua confusione, il suo dolore, la sua incertezza. Tu sei solo il bersaglio più raggiungibile e la persona che di solito lo aiuta a stare meglio. Ti prende di mira per quello.

2. Non metterti in competizione

Evita il “chi urla più forte”. Se tuo figlio urla e tu urli più di lui, non vinci. Perdete entrambi.

L’adolescente ha bisogno di vedere che l’adulto è capace di tenere il punto senza perdere la testa. Che sa contenere senza sopraffare. È da lì che impara la regolazione emotiva.

Se gli adulti perdono il controllo, perché lui dovrebbe imparare a gestirsi?
Poi, a volte capita di perdere la pazienza. Poi, basta dirlo: “mi hai fatto proprio arrabbiare, perché…”. In questo modo sentirà che, nonostante la tua rabbia, c’era comunque spazio per ascoltarlo.

3. Da’ un nome a quello che succede

Spesso l’adolescente non sa cosa sta provando. Non ha le parole per dirlo. Può essere utile, a mente fredda, provare a “nominare” quello che si è visto:

  • “Mi è sembrato che fossi molto frustrato…”
  • “Sembrava che ti sentissi trattato ingiustamente…”
  • “Ti sei arrabbiato tanto, e forse sotto c’era una tristezza che non riuscivi a dire…”

Non sempre ti risponderà. Spesso ti ignorerà o ti dirà che “non è vero”. Ma dentro qualcosa si muove. Perché hai fatto un gesto potente: hai tentato di capire.

E quando un genitore prova a capire, anche un adolescente molto arrabbiato lo percepisce. Sente che hai provato a mostrargli quello che lui, in prima persona, deve diventare capace di fare: capire le proprie emozioni e come gestirle.

“E se continua a essere aggressivo?”

Capita. Anche se fai tutto bene.

Capita che tuo figlio continui ad attaccarti, a metterti alla prova, a spingere i limiti.

In quei casi, il contenimento deve diventare più strutturato. E serve stabilire dei confini chiari. Non punitivi. Ma chiari.

Ad esempio:

  • “Se alzi la voce, la conversazione si interrompe.”
  • “Non ti obbligo a parlarmi. Ma non accetto insulti.”
  • “Quando sei pronto a parlare, io ci sono. Ma in un modo rispettoso.”

È come insegnare a un cucciolo di leone che le zampate fanno male. Che puoi essere forte, ma non per ferire. Che puoi essere arrabbiato, ma non distruttivo.

Questo, in fondo, è il compito dell’educazione che si prende carico delle emozioni.

Quando preoccuparsi?

Come abbiamo visto, l’aggressività è fisiologica. Ma ci sono segnali che possono indicare un disagio più profondo. E allora conviene non restare soli, ma chiedere aiuto.

Alcuni segnali da tenere d’occhio:

  • aggressività molto intensa e frequente, anche fuori casa;
  • comportamenti distruttivi verso oggetti o persone;
  • difficoltà scolastiche marcate legate alla condotta;
  • isolamento sociale combinato con irritabilità;
  • minacce fisiche o verbali gravi e reiterate;
  • senso di colpa troppo forte, quindi ingestibile o assente, anche solo apparentemente, dopo comportamenti violenti.

In questi casi non è una questione educativa. È un tema psicologico. E coinvolgere uno psicologo può fare davvero la differenza.

Non è “fallimento” chiedere aiuto. È responsabilità: ti trovi davanti ad uno dei tanti imprevisti che possono capitare della vita. Cose che di certo si evitano, se possibile, ma da cui si può comunque finire per essere travolti.

Ma io ho paura di mio figlio

È più comune di quanto si pensi. Genitori che temono la reazione dei figli. Che si sentono intimiditi. Che non sanno più come farsi ascoltare. Che temono che ogni parola possa essere “la scintilla”.

Quando si arriva a questo punto, è importante dirlo. Anche a se stessi. Non negarlo. Non giustificarlo con “ma in fondo è bravo” o “sono io che esagero”.

La paura, se non te ne prendi carico, diventa il terreno su cui l’aggressività mette radici, perché si rischia di non accorgersi di alimentare il comportamento aggressivo del ragazzo con la propria passività o perfino con il proprio (legittimo) desiderio di lasciare spazio alla tenerezza nel vostro rapporto.

In certi casi, può essere utile anche un supporto psicologico al genitore. Per ritrovare fiducia, centratura, chiarezza. Per distinguere ciò che è tuo da ciò che è suo e riuscire a gestire meglio l’ondata emotiva a cui ti sottopone.

La funzione nascosta dell’aggressività

Molti genitori fano fatica a vedere – e come biasimarli – che, in alcuni casi, l’aggressività serve anche a proteggersi.

Ci sono ragazzi che si mostrano aggressivi perché hanno paura. Di essere fragili. Di non essere abbastanza. Di essere feriti.

Attaccano per non essere attaccati. È una difesa primitiva, ma potente. Basta pensare che molto spesso questi ragazzi riescono a farsi percepire come “cattivi” o “irriconoscenti” dalla famiglia. Questo li fa soffrire? Spesso sì, ma meno della prospettiva di vedersi “deboli” o “ridicoli”.

E in questi casi, reagire con durezza rafforza proprio ciò che si vorrebbe abbattere: il bisogno di difendersi.
Questo atteggiamento è particolarmente presente in adolescenti che vivono forti sentimenti depressivi o difficoltà nel campo dell’autostima. Infatti, a quell’età, la tristezza si presenta molto spesso mascherata dall’aggressività.

[Sul tema ho scritto un articolo: adolescenti che mancano di rispetto ai genitori]

Un’idea che può spaventare: anche noi siamo stati adolescenti

A volte aiuta ricordare che, sì, ci siamo passati anche noi.

Anche noi abbiamo almeno un po’ odiato i nostri genitori.
Anche noi abbiamo detto “non mi capisci”.
Anche noi ci siamo sentiti soli, inadatti, arrabbiati con il mondo.

E queste cose spesso facciamo fatica a ricordarle, perché il tempo e la maturazione cambiano radicalmente il modo di vedere le cose. Gran parte del nostro lavoro di psicoterapeuti è proprio tentare di recuperare la prospettiva dell’adolescente, che sembra ormai così lontana.

Il passaggio che ciascuno fa, da figlio arrabbiati a genitori confuso che tenta di capire il proprio figlio arrabbiato, è uno dei più complessi della storia dell’educazione di un figlio. Ma è semplicemente necessario.

La terapia familiare: quando può aiutare

In alcuni casi, soprattutto quando il conflitto è costante, può essere utile un percorso di terapia familiare. A volte la prospettiva non può essere quella di “curare” l’adolescente, anche solo perché non si lascia avvicinare abbastanza. Può essere utile creare una situazione in cui tutti ci si possa mostrare, mostrare i propri bisogni e imparare a comunicarli in modo comprensibile.
In questi casi, è come se l’adolescente volesse vedere che lui diventa capace di comunicare ai genitori e loro di ascoltarlo.

A questo scopo, può essere utile un luogo neutrale, protetto, in cui si viene guidati. Dove i ruoli non si annullano, ma si chiariscono. Dove il terapeuta aiuta a capire i fraintendimenti, i nodi, le paure reciproche.

A volte basta poco. Una frase detta in modo diverso. Uno sguardo che finalmente viene visto. Un silenzio che non viene più riempito di accuse.

La terapia non è magia. Ma è uno spazio in cui si impara a raccontarsi in modo più efficace.

A volte, l’approccio deve essere almeno un po’ creativo e molto flessibile. Ad esempio, alcuni adolescenti accettano di parlare direttamente in presenza dei genitori. Altri invece faranno “dentro e fuori dalla stanza”, cioè presenteranno il loro punto di vista ma non sopporteranno, almeno inizialmente, di piegarsi ad alcun cambiamento: vogliono che siano i genitori a cambiare. Solitamente, col tempo diventano però più recettivi e meno spaventati dall’aiuto che viene loro proposto.

In ogni caso, i genitori sono coinvolti praticamente sempre, nelle psicoterapie di adolescenti. Sia per seguire l’evoluzione del figlio passo passo, sia per ricevere una guida dal terapeuta, sia per portare al terapeuta alcune informazioni che altrimenti il ragazzo farebbe fatica a portare da solo.



La terapia individuale: chi ha bisogno di aiuto?

Alcuni ragazzi aggressivi si rendono benissimo conto di non avere un buon controllo della loro rabbia e sono disposti a mettersi in discussione. Questo semplifica molto le cose: la motivazione al cambiamento aiuta a costruire un’alleanza con il terapeuta, una base di fiducia reciproca su cui costruire il cambiamento.
In adolescenza, però, spesso questa motivazione è “cammuffata”. Gli adolescenti di frequente sono ambivalenti nei confronti degli adulti che offrono loro aiuto e rischiano di sentirsi minacciati nella loro autonomia.

Di conseguenza, finiscono per accettare questo aiuto a patto di avere lo spazio per premettere che sarà inutile, che loro non sono d’accordo e o che pretendono una ricompensa (!) per accettare il colloquio.
Non bisogna scoraggiarsi davanti a questo apparente rifiuto delle proprie responsabilità: quello arriva con il tempo, quando il ragazzo avrà avuto modo di fidarsi del fatto che non lo si vuole ingannare, che si sta veramente offrendo un aiuto rivolto a lui e che gli adulti non si sono segretamente accordati per fare in modo di “rieducarlo”.

Come abbiamo visto anche più sopra, a volte questi ragazzi finiscono per mandare in terapia… i genitori. In alcuni casi perché la pressione a cui li sottopongono è talmente forte da farli stare male, in altri casi perché i genitori si rendono conto che l’unica strada per arrivare al figlio è attraverso di loro. Di solito, questo accade quando un adolescente è troppo spaventato dalla percezione della propria fragilità per “farsi vedere”.
In realtà, di solito, i ragazzi sperano ardentemente che le cose possano cambiare e che il clima in casa possa tornare ad essere più sereno.

Possono però avere bisogno che i messaggi rassicuranti arrivino dalle persone a cui più si affidano: i genitori.

Conclusione: meno “correggere”, più “comprendere”

Alla fine, la domanda non è “come faccio a farlo smettere?” ma “cosa sta cercando di dirmi, anche se in modo sbagliato?”

Perché ogni comportamento, anche il più fastidioso, è un linguaggio. Anche l’aggressività.

E se lo vediamo come un linguaggio, possiamo rispondere. Non con le urla. Non con il silenzio. Ma con un ascolto attivo, fermo, presente.

E lì accade qualcosa. Lì, l’adolescente inizia a capire che anche la rabbia può essere vista, accolta, contenuta. E quindi, trasformata.

Forse non subito. Ma intanto si apre uno spiraglio.

E uno spiraglio, a volte, basta per far passare la luce.