Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Danneggiare il proprio corpo è una strategia di gestione di difficoltà psicologiche particolarmente frequente in adolescenza.
Anzi, danneggiare il corpo può essere meno doloroso e spaventoso che occuparsi delle proprie emozioni.
È utile pensare al corpo come a qualcosa di piuttosto centrale in adolescenza.
Il corpo è una delle strade che permettono concretamente l’accesso alla vita adulta. Questo accade, ad esempio, in quanto ha a disposizione funzioni che sono caratteristiche dell’adulto, come la possibilità di generare.
Il corpo tende a diventare un aspetto superinvestito di sé, per l’adolescente, proprio perché lo costringe a revisionare la propria immagine di sé; come si dice solitamente, lo costringe a trasformarsi da bambino in adulto.
È come se il corpo rappresentasse il 100% dell’adolescente, è come se rappresentasse la sua intera persona, aspetti psicologici compresi.
Autolesionismo in adolescenza: perché?
Se l’importanza del corpo come espressione di sé viene esasasperata da un adolescente, ferire il corpo può servire a gestire gli stati emotivi o a mandare messaggi. Il corpo, cioè viene usato per occuparsi di questioni che riguardano campi della vita dell’adolescente che sono diversi da quello corporeo.
Questo è un meccanismo che riguarda ragazzi e ragazze in modi diversi e attraverso comportamenti diversi.
Ad esempio, mentre prendere a pugni o a testate le pareti (più frequente nei maschi) o bruciare la propria pelle con una sigaretta sono comportamenti che si mescolano frequentemente con altre modalità di gestione delle emozioni, come scoppi di rabbia verso i genitori o problemi della condotta, i tagli sulle braccia e sulle gambe (più frequenti nelle ragazze) hanno più spesso un ruolo di primo piano nelle dinamiche di gestione dell’emotività di chi ne fa utilizzo.
I tagli (il cutting) può avere un ruolo così centrale nell’economia emotiva di una adolescente femmina da permettere di capire anche altre forme di autolesionismo dai confini più sfumati.
Questo, però, è solo uno dei motivi per cui la psicologia dei tagli sulle braccia è particolarmente importante. Un altro motivo è che si tratta di una condotta di gestione delle emozioni attraverso il corpo particolarmente diffusa e, come dicevo, questo è particolarmente vero per le ragazze.
Una ragazza può utilizzare il corpo per parlare di Sé come persona, creando una sostanziale sovrapposizione fra se stessa e il corpo.
Quando succede questo, il proprio aspetto fisico si confonde con il valore personale e l’insoddisfazione per le proprie forme può assumere la funzione di rappresentare un senso di vergogna più globale.
Una ragazza può vedersi brutta perché è meno doloroso pensare di essere brutta fisicamente che una brutta persona con cui gli altri non potrebbero volere avere a che fare.
[Ho scritto uno specifico articolo sul rapporto con l’aspetto e l’autostima nelle adolescenti].
Questo accade anche in quanto c’è la sensazione di poter agire concretamente sul proprio aspetto nel tentativo di guadagnare un bell’aspetto, mentre può essere molto più difficile sentire di riuscire a fare qualcosa se si tratta di accrescere il proprio valore personale o il valore che viene attribuito dagli altri.
(In alcuni casi, però, gli adolescenti possono parlare del proprio aspetto come esempio di qualcosa di immodificabile, anche se questo è meno frequente).
Autolesionismo e autostima
Pensare a sé in termini di persona di scarso valore è qualcosa di molto doloroso, a cui si tende a sentire di non voler pensare.
I tagli, da un certo punto di vista, non sono molto diversi dal tentativo di modificare il proprio aspetto: usano il corpo per modificare stati emotivi dolorosi, fonte di angoscia.
Quando una ragazza si trova invasa dall’ansia o da sentimenti depressivi che non riesce a gestire e le si presenta in mente l’opzione di tagliarsi, può iniziare ad avvertire i tagli come uno strumento di risoluzione di questo stato emotivo doloroso.
Al dolore del taglio si possono mescolare una sensazione di ottundimento, cioè di piattezza emotiva o, all’opposto, di gratificazione. Si tratta di sensazioni che vengono preferite in quanto meno dolorose dell’ansia o della depressione.
Successivamente alla sessione di tagli, fanno capolino altre emozioni:
- negative, come vergogna e tristezza
- o positive, come un senso di trionfo che può essere legato sia al controllo delle proprie emozioni, sia alla preoccupazione che si è in grado di procurare a chi verrà a conoscenza dell’atto.
I tagli non hanno sempre lo stesso significato psicologico, anzi, si tratta di un meccanismo che può assumere significati soggettivi molto diversi.
Lo stesso processo di cura della ferita ha talvolta il valore psicologico importante: ci si prende cura del corpo con l’obiettivo di prendersi cura di sé.
Adolescenti autolesionisti: farsi aiutare dagli altri
Come accennavo, i tagli, oltre a mirare direttamente a gestire le emozioni, mirano a farlo anche indirettamente, attraverso altre persone.
I tagli tendono ad avere un forte valore relazionale: creano choc, paura, preoccupazione e impotenza negli altri.
Chi si accorge o viene messo al corrente dei tagli, come genitori o amici (ma anche gli psicologi) contribuisce ad aiutare l’adolescente a gestire le proprie emozioni anche solo per il fatto di condividere il suo segreto.
Anche qui, si tratta di qualcosa che avviene attraverso modalità diverse:
- La preoccupazione e lo spavento dell’altro possono offrono un’occasione per iniziare ad esprimere in termini non esclusivamente corporei una sofferenza psicologica. “Se faccio allarmare qualcuno, avrò qualcuno che mi mostrerà, in qualche modo, come gestire l’evento-taglio e le emozioni collegate. L’avrò, insomma, contagiato con le mie emozioni negative e dovrà mostrarmi come pensa di fare per liberarsene. Di conseguenza, anche io potrò imparare come fare“.
- Allo stesso tempo, i tagli sono qualcosa che viene fatto in solitudine e in segreto e solo successivamente portato all’attenzione di un altro. Non è raro un certo senso di trionfo dell’adolescente se vede un adulto o un amico preoccupato e impotente. I tagli possono essere un’affermazione estrema di autonomia: “Ti mostro che io di me faccio ciò che voglio“.
[Ovviamente questo implica un carico emotivo importante per il genitore. Ne ho scritto altrove, ad esempio in un articolo sull’esaurimento emotivo materno].
Questa dinamica di oscillazione fra ricerca di ascolto e supporto e trionfo sull’altro è qualcosa che, in qualche forma, è sempre presente.
Se ci si pensa, è naturale che sia così: si tratta dell’esasperazione di una dinamica particolarmente importante in adolescenza, cioè la ricerca di una strada per diventare indipendenti dall’adulto, strutturando contemporaneamente la capacità di sapersi rivolgere agli altri quando se ne ha bisogno.
Insomma, si tratta di imparare a non essere più bambini dipendenti senza darsi però il compito impossibile di non avere bisogno di niente e nessuno.
Coinvolgere l’altro portando i tagli alla sua conoscenza può avere la funzione di farsi aiutare nella gestione di emozioni esplosive e, allo stesso tempo, ottenere il suo riscontro su quanto si è progrediti nel processo di crescita.
Autolesionismo e adolescenza: chiedere e ricevere aiuto
La regolazione delle emozioni e il processo di crescita sono, come abbiamo già visto, aspetti fondamentali della vita di un adolescente e richiedono tentativi, passi indietro e numerosi confronti prima che l’adolescente possa arrivare a sentire di avere un’immagine sufficientemente stabile di se stesso e del proprio ruolo nel mondo.
Alcuni adolescenti si rivolgono all’autolesionismo per cercare aiuto in questi processi. Ma di quanto aiuto hanno bisogno? Quanto è centrale l’autolesionismo nella loro economia psicologica?
Questo dipende.
I tagli possono essere utilizzati come una strategia per superare una crisi più o meno dilatata nel tempo ma temporanea, oppure diventare uno strumento avvertito come quasi ordinario nella gestione della propria vita psicologica.
Di volta in volta, bisogna chiedersi:
- Quanto i tagli siano una strategia considerata insostituibile per quell’adolescente.
- Quanto l’atto in sé dia dolore e vergogna e quanto dia piacere (cioè quanto sia soddisfacente l’atto in sé e quanto lo siano le reazioni che provoca negli altri).
- Quanto le cicatrici diano vergogna o diventino oggetto di vanto.
- Quale sia l’effetto della reazione degli altri, cioè se in quell’adolescente prevalga il piacere di trovare un forte coinvolgimento dell’adulto, un sentimento di colpa per la preoccupazione suscitata o il piacere di punire l’adulto, ad esempio.
- Può essere anche utile chiedersi se quell’adolescente sia in grado di ritrovare sensazioni simili attraverso strategie diverse.
Ascoltare che cosa vuole ottenere un’adolescente dal proprio corpo è il primo passo per aiutarla a mettere parole lì dove le sembra che non possano esserci.
Insomma, si tratta di aiutarla a non essere così spaventata dalle emozioni da pensare di doverle domare con la frusta e con la lametta.