Mio figlio non mi parla (più)

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Ci sono diverse situazioni in cui figli non accettano di parlare con i genitori.

Mio figlio non mi parla più: quando è normale

Esiste prima di tutto una versione normale e fisiologica di questo tipo di situazione, cioè dell’interruzione del dialogo con un figlio e questo avviene sostanzialmente in adolescenza.

Questa interruzione del dialogo corrisponde alla creazione di uno spazio privato all’interno dell’adolescente.

Anzi, il fatto che l’adolescente voglia escludere i genitori ai propri pensieri e rappresenta proprio uno sforzo attivo di costruire uno spazio di autonomia, uno spazio tutto suo: non si tratta di un allontanamento irrimediabile.
Nella maggior parte dei casi quello a cui assomiglia è più che altro una sorta di gioco in cui una certa rilevante parte dei segreti che nascono all’interno dell’adolescente sono in stasi, in attesa di essere condivisi con chi sarà giudicato dal ragazzo come degno di riceverli.

In questa fase di vita però iniziano anche delle chiusure più nette, che sono molto meno assimilabili ad un gioco e che assomigliano a dei rifiuti di parlare che sembrano voler dire

Non dico niente tanto non ti interessa”

oppure

Con te non parlo, tanto non capisci un accidente e poi oltretutto pensi quello che vuoi tu delle cose che ti dico. Quello che sia in grado di capire tu e a me non importa niente di quello“.

Nella maggior parte di queste situazioni, val la pena di fare attenzione a non fermarsi al solo significato letterale di quello che dice l’adolescente proprio perché spesso in queste situazioni il non voglio parlare con te detto da un adolescente va preso più che altro come un:

Per me è estremamente difficile parlare, è una cosa che mi mette molto disagio e mi dà soprattutto fastidio l’idea di non essere capito, nel momento in cui mi espongo, perché è una cosa che mi fa sentire sbagliato.”

Ecco, quello che ho appena proposto è più che altro un esempio per capire qual è il tipo di comunicazione che potrebbe essere possibile leggere al di là delle parole in sé che vengono usate dall’adolescente.

L’aspetto fondamentale è che un adolescente potrebbe dire “Non voglio parlare con te” e in un certo senso contraddirsi da solo, ricercando di continuo delle occasioni in cui raccontare delle piccole parti di sé, come per saggiare il terreno all’interno di qualche momento particolare in cui ricerca un po’ di intimità, un po’ di dialogo.

Oppure può cercare degli scambi conflittuali che però sempre degli scambi rimangono.

[Ho scritto uno specifico articolo sugli adolescenti provocatori che esprimono il proprio bisogno di comunicare attraverso il loro comportamento conflittuale]

Ci si potrebbe accorgere che questo adolescente cerca delle situazioni di contatto e che sostanzialmente spera che suo messaggio venga prima o poi colto. Si tratta i messaggi che sono difficili da comunicare ed accogliere perché sono cose che riguardano la paura, il disagio, l’imbarazzo, insomma qualcosa che fa fatica a pensare senza l’aiuto di un’altra persona.

Mio figlio non mi parla più: chiusura definitiva?

[Dott. Albertinelli e dott.ssa Pontani: difficoltà dei genitori nei confronti del comportamento dei figli.][Video con sottotitoli]

E ovviamente esistono anche delle situazioni piuttosto diverse da queste, cioè delle situazioni in cui un figlio elimina drasticamente le comunicazioni ed è anche molto difficile da raggiungere. Situazioni cioè in cui la chiusura sembra definitiva.

Di solito questo è qualcosa che accade più di frequente con dei figli più grandi, anche perché l’indipendenza concreta che può essere concretamente raggiunta da un giovane adulto rende possibile concretizzare una rottura più radicale.

Ovviamente anche in questo caso ogni situazione fa storia a sé, nel senso che i motivi legati a delle rotture così radicali possono essere moltissimi e diversi fra loro.

Una cosa che accade molto di frequente però è che ad un certo punto è successo qualcosa che ha fatto sì che quel ragazzo si sentisse radicalmente non compreso e deluso, tanto da perdere la fiducia nella possibilità di riallacciare i rapporti e spingerlo ad allontanarsi.

[Questo è spesso il caso dei comportamenti problematici in adolescenza, o di infrazioni più o meno piccole fatte per testare l’ascolto (e la pazienza dei genitori): farsi trovare a fumare sigarette, fumare cannabis o bere e farsi vedere ubriachi dai genitori. I comportamenti rabbiosi sono un altro esempio frequente].

Per quanto come i genitori si possa sentire di avere ragione, che i motivi concreti di quella allontanamento sono futili, di nuovo diventa utile pensare a questa questione da una prospettiva non letterale. È cioè utile lasciare da parte momentaneamente la prospettiva delle giustificazioni razionali con cui è possibile spiegare le proprie azioni (ad esempio di non aver concesso aiuti per progetti che si riteneva avrebbero messo in difficoltà il ragazzo); in un primo momento è utile privilegiare la lettura delle le emozioni che stanno dietro alle azioni.

…e secondo la prospettiva dei propri sentimenti ciascuno è il padrone di una propria versione emotiva dei fatti, nel senso che è il capo di un mondo di significati emotivi che hanno senso per lui, che hanno coerenza per lui e sono più difficili da interpretare per un’altra persona in quanto vengono costruite, solitamente in modo inconsapevole, da sé.

Parliamo di un regno emotivo personale che può funzionare secondo delle regole assurde e incomprensibili per le persone che stanno attorno.

[Bisogna poi tenere conto di tutti quegli ostacoli che rendono ancora più difficile l’accesso all’ascolto dell’emotività di un ragazzo: la rabbia verso i figli, ansia verso i figli, la preoccupazione per i loro voti scolastici, l’esaurimento emotivo materno]

Trattandosi di regole di natura emotiva costruite in modo inconsapevole, si può finire per esserne schiavi senza accorgersene: si può essere costretti a seguirne l’andamento per ragioni indipendenti dalla propria volontà.

Ecco, tutto questo per dire che per un genitore potrebbe essere inutile tentare di ragionare con la speranza che attraverso il ragionamento sia possibile costruire un riavvicinamento. Quello che diventa più utile fare invece è sintonizzarsi, cioè sostanzialmente il compiere uno sforzo nel tentativo di capire in che cosa si sia sentito deluso il ragazzo, magari ferito e di tentare di costruire un avvicinamento basandosi sul riconoscimento di come i propri atteggiamenti possano averlo potuto far soffrire.

Questo non significa rinunciare se stessi e alle proprie ragioni, ma tentare di creare le condizioni perché un avvicinamento ridiventi possibile. Solo una volta che si sarà tornati a parlare si potranno esporre le proprie ragioni. Cioè, queste regioni potranno tornare ad essere condivise nel momento in cui la situazione sarà meno dolorosa e si creeranno le condizioni per tollerare di parlare di nuovo.