Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Non è molto semplice definire la timidezza.
È uno di quegli aspetti di come è fatta una persona che sono influenzati da diversi fattori e che hanno diverse sfumature.
Sicuramente è qualcosa che ha a che fare
- con dei comportamenti, come avvicinarsi emotivamente agli altri o allontanarsi da loro,
- c’entra con la personalità, cioè con quanto una persona tenda globalmente ad essere introversa o estroversa,
- c’entra con elementi della cultura in cui si vive, ad esempio con quanto si è protetti da norme sociali rigide, che permettono di mimetizzare come ci si sente dietro ad un atteggiamento formale.
- E poi c’entra con le difficoltà psicologiche di una persona, come le difficoltà generali a legare con altre persone, la tendenza a sviluppare ansia sociale davanti alle aspettative altrui e le difficoltà nel campo dell’autostima, cioè quanto ci si tende a sentirsi troppo facilmente insoddisfatti di sé, soprattutto in un contesto sociale.
A tutta questa lista di importanti caratteristiche umane, aggiungiamo che in adolescenza ci sono delle specificità: se non fatichiamo troppo a rappresentarci alcuni adolescenti caratterizzati in modo particolare dalla loro timidezza è proprio perché in adolescenza è normale una certa insicurezza su chi si è e su quello che è giusto e adeguato fare nelle varie situazioni della vita.
Ragazzi timidi e insicuri: perché accade?
La timidezza in adolescenza è uno degli attrezzi che vengono impiegati nella ricerca di un’immagine unitaria e coerente di sé.
Ha uno scopo autoprotettivo, ad esempio, cioè serve a non sentirsi eccessivamente criticati lì dove si è più fragili. L’autoprotezione, la difesa psicologica, non è però l’unica funzione attribuibile alla timidezza: ad esempio, ci sono anche persone che sono superficialmente timide ma che sperano segretamente di attirare lo sguardo degli altri, senza però riuscire a dichiarare apertamente i propri desideri. Non è raro, cioè, che dietro alla timidezza si possa nascondere proprio il desiderio di ricevere ammirazione, che viene vissuto in modo così conflittuale da non poter essere espresso in modo esplicito.
Piccola digressione:
Quella che ho appena illustrato è perfino una banalità, per chi ha familiarità con le teorie psicoanalitiche sul funzionamento della mente. La psicoanalisi ha il grande pregio di aver portato l’attenzione sul fatto che molti processi mentali possano avere un utilizzo difensivo e, contemporaneamente, garantire una parziale soddisfazione di bisogni emotivi non riconosciuti dalla persona stessa che li sperimenta. Pensare per “coppie di opposti” aiuta a tenere conto di entrambe queste esigenze contemporaneamente e a trasformarle in qualcosa di utile per la soluzione di problemi concreti, come avviene quando ci sia approccia ad una persona timida tenendo conto del fatto che è impossibile farle rinunciare alla timidezza se non le si garantisce prima la sicurezza di essere protetta. Per poter accettare di soddisfare il proprio desiderio di essere guardati ed ammirati, ad esempio, bisogna essere abbastanza sicuri di non venire umiliati e ridicolizzati per il fatto di aver esposto proprio questi stessi desideri.
Quello che in ogni caso non è banale è il lavoro sulla timidezza: mostrare se stessi, difatti, presuppone l’acquisizione di un certa sicurezza personale, di una certa autostima.
Genitori che si approcciano a figli adolescenti timidi e insicuri
Spesso i genitori di un figlio timido si domandano proprio come fare ad aiutare il figlio a lavorare su questa timidezza e a sentirsi più sicuro. La questione ha almeno un aspetto che è meno intuitivo di quanto possa sembrare a primo sguardo. Cosa succede, se si fa pressione ad un persona timida?
Dunque,
- un primo sottogruppo di questi ragazzi timidi, si sentirà effettivamente incoraggiata ad esporsi di più a situazioni sociali;
- altri degli appartenenti al sottogruppo dei “pronti a socializzare”, chiamiamoli così, possono sentirsi soggettivamente forzati ma mostrarsi poi sostanzialmente pronti. La “spintina” è stata dolorosa ma efficace nel dare loro coraggio e alla fine ne saranno grati.
Qual è il problema, allora? È che di solito non funziona così.
Solitamente, i genitori che ci contattano, hanno visto che questo tipo di invito o pressioni non hanno effetto, o non hanno un effetto positivo sostanziale. Magari l’adolescente esce di più, per un periodo, ma a un certo punto smette di farlo. Oppure rimanda all’infinito, dicendo che un appuntamento dopo l’altro viene annullato, o trovando scuse simili.
In alcuni casi, magari escono o frequentano un corso che è stato loro caldamente consigliato, ma fondamentalmente non si trovano bene con le persone con cui stanno e li vedono solo per quieto vivere e per far contenti i genitori.
Ragazzi timidi compiacenti
Uno dei rischi importanti, con questi ragazzi timidi, è proprio quello della compiacenza. Cioè, molti dei ragazzi timidi che sentono la pressione di essere socialmente più disinvolti possono sentirsi fortemente spinti a creare un’immagine di sé di facciata che soddisfa le richieste degli altri. Questa immagine di sé fittizia che mostrano all’esterno vuole soddisfare le attese dei coetanei, ma anche degli adulti, genitori in primis.
Questo atteggiamento può avere mille sfumature.
Dal fatto di mostrare di avere alcuni interessi per confondersi meglio fra i coetanei a vestirsi in un modo che ha a che fare con le aspettative degli altri e meno con i propri desideri. [Un caso simile può essere quello dell’adolescente che beve o fuma per integrarsi con i coetanei]
Una parte di questo è normale e desiderabile, altrimenti nessuno di noi sarebbe capace di trovare quei compromessi che sono necessari per entrare i sintonia con gli altri trovando un punto di equilibrio fra la soddisfazione dei propri bisogni e il rispetto delle esigenze altrui, che è importantissimo per riuscire ad essere socialmente integrati.
C’è però anche il rischio che questo processo degeneri nella paura di mostrare i propri desideri agli altri, come se fossero cose brutte, inaccettabili, fastidiose o pericolose.
Se questo tipo di sentimento diventa molto radicato, una persona rischia di finire per nascondere questi desideri anche a se stessa, il che è un guaio ancora più grosso, perché così facendo si perde la consapevolezza rispetto a quello che dà soddisfazione e un senso di scopo nella propria vita.
Insomma, se si perde il contatto con come si è fatti, si rischia di muoversi a tentoni nel mondo e di usare le proprie energie in modo insoddisfacente.
Alcune forme di apatia, di disinteresse verso le cose, di incapacità di trovare uno scopo e perseguirlo hanno questa origine qua: quell’adolescente ha sepolto i propri bisogni emotivi perché, in qualche momento della sua vita, ascoltarli e mostrarli è diventato tabù.
Nota: le stesse osservaizoni valgono per gli adulti che si accorgono di essere particolarmente poco recettivi nei confronti dei propri bisogni emotivi.
Una conseguenza negativa della timidezza
C’è un’altro problema importante in questo processo di negazione dei propri bisogni emotivi: tende a non essere molto efficace.
- In primis perché, grazie al cielo, questi bisogni insoddisfatti sono fonte di dispiacere, dolore, insoddisfazione e quindi, se tutto va bene, dai, che ti ridai, finiscono per farsi ritrovare. I genitori che vedono un figlio spento, apatico, emotivamente distante, che non parla in nessun modo delle proprie questioni private, possono essere i primi ad accorgersi di qualcosa che non va.
- Un altro aspetto importante è che, anche se questi bisogni sono ben nascosti, le prestazioni e il coinvolgimento nelle attività che il ragazzo sente di dover fare potranno essere scarsi. Per capirsi: se uno va a calcio solo per conformismo, segnerà pochi gol e trascinerà i piedi per andare all’allenamento. Non è che vuole fare qualcos’altro?
[Alcuni esempi frequenti di difficoltà di questo tipo sono le difficoltà nello studio di “ragazzi intelligenti”, le difficoltà a trovare proseguire negli studi o nel lavoro o le difficoltà ad organizzare un progetto di vita].
Certo, non bastano un paio di allenamenti saltati per avere le idee chiare sulla psicologia di nessun adolescente; si tratta di mettere insieme più indizi e costruire un quadro generale.
Cosa (non) fare per aiutare
Un tema frequentissimo nei ragazzi timidi è proprio quello della reticenza ad ammettere di avere bisogno di starsene un po’ per conto proprio, appartati. Insomma, è una cosa che possono vivere con vergogna, soprattutto se sono molto spinti ad uscire, darsi da fare per sentire i coetanei, etc.
Agire direttamente su questo tema, molto spesso non serve.
Bisogna invece creare l’ambiente giusto per dire cose difficili: “ti lascio fare, ti lascio capire quand’è che stai male se stai troppo da solo, ti lascio frequentare solo coetanei online così che tu abbia la libertà che ti serve per capire qual è il tipo di interazione di cui hai bisogno e che ti piace, ma poi ti chiedo di assumertene la responsabilità. Va benissimo se hai bisogno di passare una certa quantità di tempo per i fatti tuoi, può essere il tuo carattere, ma dobbiamo essere onesti: se stai scappando dal contatto con gli altri perché non sai da che parte iniziare o perché ti senti poco interessante è un peccato, perché rischi di perdere cose belle che fanno crescere. Ancora di più, rischi di nutrire un’immagine negativa e mortificante di te che non ha motivo di esistere“.
Tutte queste riflessioni possono essere molto dolorose e intense e lo scopo del fatto di lasciar fare, di non fare pressione, di non insistere proprio su quello che sembra un tasto dolente, cioè la socialità, ha la funzione di creare la possibilità di un dialogo su questi temi così delicati e aiutare quel ragazzo a trovare una strada che funzioni sul serio perché sia più soddisfatto. Bisogna soprattutto lasciare lo spazio e la sicurezza di poter distinguere una introversione normale da una fuga dagli altri di natura difensiva, autoprotettiva, che rischia solo di rendere meno piacevole la vita.
Come accade sempre in adolescenza, bisogna vedere se si tratta di problemi che il ragazzo riesce ad affrontare con le proprie risorse o se sono problemi più radicati.
Un criterio importante è, ad esempio, quanto sono presenti aspetti depressivi, un’immagine di sé negativa vissuta come impresentabile. Se un ragazzo non si mostra agli altri perché ha paura che scoprano che non è interessante o una bella persona, è importante che venga aiutato a trovare qualcosa di cui essere orgoglioso.
La socializzazione viene dopo, è una conseguenza naturale del sentire di avere qualcosa di buono da mostrare.
Questo tipo di distinzione, tra l’altro, è particolarmente importante nel dialogo fra lo psicologo, l’adolescente e la famiglia: lo scopo dev’essere di toccare, di intervenire solo se serve, esattamente come suggerivo prima riguardo all’intervento dei genitori. Non c’è niente di peggio di suggerire ad un ragazzo che, “poverino, ha proprio bisogno di una stampella quando potrebbe cavarsela da solo”.
Anche quando questo bisogno effettivamente c’è, non occorre mortificarsi troppo: deve essere chiaro, per lui, che l’unico ad aprire le porte a qualcosa che lo può far vivere meglio è lui stesso. Lo psicologo serve da Gran Visir, da consigliere informato e palestra per l’allenamento delle abilità sociali, ma la forma di questo cambiamento dipende dall’adolescente stesso. Insomma, dipende dal riconoscimento di questi famosi bisogni emotivi, che rimangono i suoi. Chi gli è attorno, lo aiuta a snidarli, ma poi è lui che mette in piedi i veri cambiamenti.
È per questo che penso sia così importante insistere tanto sui rischi della corsa alla correzione delle capacità sociali, a spingere fuori di casa a tutti i costi. Si rischia, sostanzialmente, di ottenere un effetto negativo: quell’adolescente non uscirà più di prima, ma rischierà di sentirsi ancora più sbagliato e ci farà sapere molto meno quello che pensa.