Come aiutare un figlio a trovare la sua strada

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

[Video con sottotitoli]

Cosa vuol dire trovare la propria strada?

Già questa è una domanda non particolarmente semplice perché si mescolano diversi fattori.

  • Quali sono le opportunità che quel ragazzo ha a disposizione?
  • Cosa gli offre la famiglia?
  • Quali stimoli ha ricevuto?

Piccola premessa: teniamo anche conto del fatto che io sono pur sempre uno psicologo per cui lì vado a parare, quello che conosco meglio sono i presupposti interni che aiutano a trovare un propria strada.

Questo non vuol dire che i fattori psicologici siano gli unici fattori rilevanti, che sia sempre e solo necessario trovare dentro a se stessi la forza che serve per fare le cose, ma semplicemente che questi sono fattori particolarmente rilevanti per alcune persone.


A volte qualcuno si risente, quando ascolta discorsi simili e afferma che non è vero, che tutto dipende da fattori economici, sociali etc..
Direi che in alcuni casi è qualcuno che fa fatica a riconoscere il peso che hanno avuto i fattori psicologici nella sua di vita, ad esempio perché sono stati troppo dolorosi.
Non voglio mettere troppo l’accento su questa opzione, però, perché sarebbe una cosa tutta da dimostrare ed è anche un po’ antipatica, perché rischia di suggerire l’idea che il mio intento sia quello di difendere la “tesi psicologica” ad ogni costo ed è una cosa che non penso abbia senso fare.

Non ha senso, semplicemente perché è naturale che ci siano persone più attente a questo tipo di dinamiche e altre meno.

In molti altri casi, difatti, chi si irrita davanti alle spiegazioni “psicologiche” su temi simili spesso è qualcuno che in assoluta buona fede ha veramente avuto esperienze di vita diverse. Ad esempio, qualcuno che ha avuto esperienze in cui un contesto di vita che gli offriva poche possibilità ha fatto sì che si sia dovuto arrangiare con quello che aveva a disposizione. Vedere ridotto tutto questo ai soli meccanismi psicologici, può dunque essere giustamente molto frustrante, quasi come se concentrarsi sui fattori psicologici fosse un modo di colpevolizzare l’individuo e non riconoscerne le fatiche extra-psicologiche.

Insomma, è impossibile fare una disamina che prenda in considerazione l’esperienza di tutti, su un tema del genere, e quello che io conosco meglio, ovviamente, sono proprio le situazioni in cui gli aspetti psicologici sono al centro.

Figli che non trovano una strada

Ad esempio, ci sono ragazzi che avrebbero a disposizione opportunità e stimoli ragionevolmente buoni, oppure ottimi, ma che comunque si scontrano con un senso di inibizione, non riescono a decidere precisamente cosa fare, si arrestano negli studi (scuola o università) oppure faticano a mantenere un lavoro.

In alcune di queste situazioni è come se le necessità pratiche della vita si scontrassero con alcuni dei compiti evolutivi caratteristici dell’adolescenza e della giovane età adulta, cioè quello di essere in grado di rappresentarsi a se stessi come soggetti competenti e capaci di perseguire positivamente i propri scopi e, contemporaneamente, di agire concretamente nel mondo in modo che rispecchi questa immagine positiva di sé.

L’immagine che si ha di sé e la propria capacità di agire di conseguenza sono due aspetti distinti del proprio funzionamento mentale e non sempre vanno di pari passo.


Ci sono persone che hanno una pessima considerazione di sé e che continuano a tentare di correggerla in positivo raggiungendo concretamente risultati eccezionali e, ad esempio, persone che si sentono dei padreterni e che, però, tendono a non voler verificare nel mondo delle azioni concrete se questa loro eccezionalità sia confermata.

Negli adolescenti e nei giovani adulti che si affacciano al mondo sociale maturo con la scuola, l’università o con il lavoro, questa secondo caso è particolarmente frequente.
In parte è qualcosa di fisiologico e corrisponde all’immagine stereotipica dell’adolescente impacciato che tutti abbiamo in mente. “Quello che penso è giusto o sbagliato? Farò la figura dell’idiota o otterrò un successo?“, con mani sudatissime, balbettii e quant’altro.

Ci si accorge che ci sono delle cose di sé di cui essere soddisfatti, si fa affidamento su quelle mentre il resto, cioè gli aspetti di sé di cui non si è soddisfatti si prova a correggerli, a compensarli o perlomeno a vederli il meno possibile.

Come dicevo, si tratta di un atteggiamento che ha le sue radici in qualcosa di comune a tutti gli esseri umani che affrontano la giovinezza. Il nucleo di questa esperienza è il problema di rappresentare se stessi proiettandosi nel futuro.

Come sarò?

Provare a rappresentare se stessi è terrificante, se si prova a farlo nel momento della propria vita in cui si sente di non sapere che cosa si diverrà, di che pasta si è fatti, quanto si può “tirare la macchina” (cioè quanto ci si può aspettare da se stessi in termini di capacità, di prestazioni).

Questo tentativo di rappresentazione di se stessi nel futuro è importante perché serve ad orientare i comportamenti e le scelte del presente.

Ad esempio, è molto frequente che persone giovani fantastichino su progetti imprenditoriali o altre attività da svolgere online. Anche se spessissimo non sarà quello che faranno concretamente, lasciare un po’ di respiro a queste idee, interessarsene e lasciare che vengano esplorate può essere molto importante.

Servono come esercizio, molto spesso. Cioè:

  • ho un progetto,
  • mi interesso di come fare per realizzarlo
  • e mi accorgo di quanto difficile possa essere metterlo in pratica.
  • Mi accorgo di quanto sono stato ingenuo a credere in dei millantatori che raccontano che guadagnare milioni online sia facile.
  • Mi accorgo anche, della differenza fra quello che sento di dover fare per paura di perdere un’occasione (per FOMO)
  • e quello che posso aver voglia di fare perché ho una reale predisposizione in un dato campo che, se coltivata, può trasformarmi in una competenza.

Questo piccolo esempio tocca un aspetto fondamentale del processo di rappresentazione di sé nel futuro: le considerazioni realistiche, lo sguardo oggettivo alla realtà, arriva alla fine di tutto il processo. All’inizio, il tentativo di rappresentarsi è caratterizzato da una certa idealizzazione.

Si tende a rappresentarsi un’immagine trionfante di sé stessi. Prenderò un Nobel, diventerò Presidente del Consiglio, Amministratore Delegato di una grande azienda, milionario, etc.
Questa visione onnipotente di sé stessi non è un errore di percorso, è importante che ci sia.

Anzi, è qualcosa che ci caratterizza durante tutta la vita, in qualche modo: da quando siamo lattanti e abbiamo vitalmente bisogno di sentirci il centro del mondo delle persone che si prendono cura di noi, perché non abbiamo altro modo di sopravvivere, a quando litighiamo con qualcuno di importante per noi e dentro di noi pensiamo che sia un idiota di prima categoria.

Questo secondo esempio, non è un esempio di un atteggiamento misurato e razionale, certo, ma della funzione utile e positiva che ha il fatto di pensare (temporaneamente!) di avere sempre ragione, anche da adulti. Serve, ad esempio a non sentirsi eccessivamente feriti nel caso in cui anche noi abbiamo dei torti. La razionalità, spesso, si può recuperare solo dopo che si è sicuri di poter mantenere l’amor proprio.

[Questi processi sono fondamentali per la costruzione dell’autostima durante lo sviluppo].

Illudersi e disilludersi per allenarsi al futuro

L’adolescenza e la prima età adulta sono proprio i momenti della vita in cui ci si impara a trovare un equilibrio in questo processo di illusione e disillusione. Cioè, in quelle epoche della vita si pensa a sé stessi in modo idealizzato e, successivamente, ci si accorge di aver un po’ esagerato, dispiacendosene, vergognandosene anche, ma non troppo: sono stati passaggi necessari per trovare la propria strada.

Ecco, si potrebbe dire che il problema fondamentale del trovare la propria strada nella vita, dal punto di vista psicologico, sta nel trovare un punto di incontro fra l’immagine di se stessi e il mondo attorno a sé.
Come faccio a mettere a frutto le mie qualità con the hand that I’ve been dealt, con la mano di carte che mi è toccata in sorte o, per sciogliere la metafora, con le risorse che ho a disposizione?

Sappiamo che questi temi sono fondamentali, per trovare una propria strada anche perché ci sono tanti modi in cui questo processo può incontrare dei problemi e ciascuno di questi problemi ci mostra un passaggio importante che è saltato.

Riprendiamo una cosa detta in precedenza: alcune persone non si concedono di investire su un’immagine idealizzata di sé.

Spesso si tratta di persone a cui è capitato qualcosa che ha fatto sì che dubitassero delle loro qualità. Traumi, difetti fisici di nascita, eventi sfortunati sia macroscopici come operazioni chirurgiche importanti, sia cose apparentemente più banali come avere un difetto fisico piccolo ma evidente. Insomma, si tratta di cose che sostituiscono l’idea che io possa essere predestinato a fare grandi cose con l’idea di essere predestinato a non combinare nulla di buono. Possiamo dire che si tratta di persone con una affettività tendenzialmente depressa e che, quando incontrano uno psicologo, di solito ci si trova ad impegnarsi a sviluppare un amor proprio e anche una buona, positiva arroganza, che da soli faticano a concedersi.

[Qui puoi leggere altri aritcoli sulla depressione in adolescenza e la depressione negli adulti].

Sempre riprendendo quanto dicevamo prima, poi, ci sono persone che affrontano dei dubbi sulle proprie qualità personali, in un modo simile a chi è depresso, ma fanno di tutto per evitare il problema, nascondendolo a sé stessi, ad esempio attraverso il raggiungimento di risultati brillanti.
Queste persone, in sostanza, pregano che questi successi bastino a far scomparire il dubbio sulle loro capacità oppure trovando mille scuse e scappatoie per non misurarsi mai con esso. Possiamo chiamarle difficoltà di tipo narcisistico, in un senso della parola vicino a quello più diffuso, cioè quello di immagine gonfiata di sé. Esasperare in positivo l’immagine di sé serve, sostanzialmente, a mantenere l’autostima.

Un esempio frequentissimo, è quello del ragazzo che si ritiene, solitamente a ragione, una persona intelligente e che vive un rapporto piuttosto negativo con la scuola, fatto di provocazione ai professori, poco studio, cattivo rendimento nonostante le capacità e via di questo passo. Come dicevamo, lo scopo è quello di non verificare se questa intelligenza ci sia veramente oppure no, ovviamente per la paura di doversi dare una risposta negativa

Queste due dimensioni, diciamo quella depressiva e quella narcisistica sono dinamiche emotive fondamentali e sono due facce della stessa medaglia, in un certo senso, tanto che sono dinamiche che molto spesso sono mescolate fra loro. Tutto consiste nel recuperare la capacità di soffrire davanti ai propri difetti senza scappare da questa sofferenza e, però, nemmeno essere travolti da questa sofferenza, trovando un equilibrio fra queste parti discordanti di sé.

Questi due caratteristiche psicologiche, i sentimenti depressivi e il bisogno di proteggere la propria autostima sono fra i più frequentemente associati alle difficoltà nella costruzione di un proprio piano di vita.

Con delle sfumature diverse, questo tipo di difficoltà possono tradursi nei percorsi di vita dei ragazzi che appaiono bloccati, frustrati, che fanno piani che falliscono e non riescono a riprendersi, magari rimanendo a lungo incastrati in un “domani farò” che tende a non concretizzarsi, se non in un crescente senso di frustrazione.

[Appartengono a questa categoria, ad esempio, ragazzi che interrompono la frequenza scolastica, che non riescono ad ottenere buoni risultati scolastici, bocciati, che si bloccano all’università, mentono sulla laurea/sugli esami o faticano a trovare un lavoro].

Come aiutare un figlio a trovare la strada

Quale aiuto si può dare in questi casi?
Ahinoi, la risposta è simile a quella che ci si ritrova a dare in molte situazioni simili, situazioni cioè in cui la componente psicologica è tanto importante.

Come abbiamo visto, la difficoltà a trovare la propria strada è l’ultimo anello di una catena che si costruisce durante tutta la vita. Abbiamo visto, ad esempio, che è qualcosa di strettamente legato alla costruzione della stima di sé, che è una faccenda che ci riguarda praticamente dalla nostra nascita in poi.

Nella ricerca di una direzione nella propria vita è spesso fondamentale la possibilità di non vedere gli insuccessi come qualcosa di paralizzante.

  • Allora, è sufficiente incoraggiare un ragazzo a fare cose che prevedano un’assunzione di responsabilità (che è una cosa che contribuisce molto a sedimentare l’autostima)?
  • È sufficiente essere presenti e non tacere quando sembra che si stia ingarbugliando in qualche autosabotaggio, in un piano destinato a fallire che gli confermerà un’immagine negativa di sé?

Di solito, quando bastano accortezze simili, non ci si pone nemmeno più di tanto il problema: si vivono questi scambi come il normale fluire del rapporto fra genitore e figli. Questo fluire, chiaramente, comprende anche le situazioni di difficoltà vissute dai figli, che si tratti di vere e proprie difficoltà psicologiche o di situazioni che necessitano di una spintina supplementare.

Anche gli psicologi si trovano spesso davanti a situazioni che richiedono spintine e, soprattutto con pazienti giovani è importante limitarsi a questo per lasciare libero sviluppo alle capacità evolutive personali.

A volte, semplicemente, non è così e il compito dello psicologo è quello di aiutare un ragazzo a costruire delle basi più solide, soprattutto in termini di autostima, per vedere che le capacità di trovare la propria strada si ricreino e si rimettano in moto.
In questi casi, il ruolo dei genitori è soprattutto quello di segnalare al figlio che lo si vede inutilmente incastrato e che può farsi aiutare a sbloccarsi. Di iniziare a dargli fiducia nel futuro, insomma.