Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
La rabbia è una faccenda complessa che non può essere ridotta
- né solo alla biologia dell’individuo
- né solo alla fase di sviluppo in cui si trova
- né alla sua storia (cioè a quello che gli è capitato nella vita, soprattutto a come è stato accudito).
La rabbia non è nemmeno una cosa che può essere ridotta solo
- a quello che sta accadendo nel momento presente nella vita di una persona (ad esempio se quella persona è stata vittima di un evento macroscopico come un qualche trauma).
Tutti questi ingredienti hanno un ruolo e pesi diversi nelle diverse situazioni.
Il punto della questione, però, è che cercare una sorta di meccanismo rotto all’interno dell’adolescente che non sa gestire la sua rabbia solitamente non è la strada più efficace.
Funzione della rabbia in adolescenza
Il quadro può diventare più chiaro partendo dalla fine, cioè dal fatto che con la sua rabbia l’adolescente finisce inevitabilmente per comunicare e chiedere qualcosa alle persone che sono attorno a lui.
Tenendo in considerazione questa idea, è più facile riuscire a trovare una strada per aiutarlo nella regolazione della rabbia (e questo è, a ben vedere, l’aspetto più importante della questione). Mettersi nell’ottica della rabbia come comunicazione è d’aiuto perché, sostanzialmente, così si ottengono più risultati.
L’obiettivo che ha in testa l’adolescente che si comporta male con i genitori, che si mostra aggressivo, non è la rabbia in sé. La rabbia è semmai la conseguenza del fallimento del raggiungimento di un obiettivo.
L’obiettivo reale della comunicazione attraverso la rabbia consiste spesso nella richiesta di aiuto nella regolazione delle emozioni.
Difficoltà dei genitori e bisogni emotivi
Per riuscire a rispondere a questa richiesta d’aiuto è fondamentale che i genitori riescano a gestire le proprie emozioni davanti alla rabbia del figlio.
Un rischio, ad esempio, è che il comportamento problematico del figlio sia così faticoso da sopportare che si rischia di “contrattaccare”, cioè di rimproverare il ragazzo molto duramente. Il tentativo può essere quello di spingerlo ad assumersi la responsabilità di quello che sta facendo… ma quella rabbia esprime proprio il bisogno di condividere un bisogno emotivo! Quel ragazzo, cioè, si arrabbia tanto anche perché non è in grado di occuparsi di quel suo bisogno.
E quali sono questi bisogni emotivi a cui si prova a rispondere con la rabbia?
Qui le cose variano molto:
- ci sono adolescenti che manifestano forte rabbia perché vogliono essere più autonomi e questa autonomia riescono solo a pretenderla con la forza;
- altri invece hanno bisogno di maggiore distanza emotiva dai genitori e cercano una strategia per tenerli a bada, per così dire; [due esempi: adolescenti che rispondono male e adolescenti che interrompono la comunicazione con i genitori]
- altri ancora chiedono sostanzialmente di essere guidati e diventano ostili per iniziare un braccio di ferro con un genitore sperando di perdere la partita, cioè di sentire che, se si comporta abbastanza male, i suoi genitori faranno delle imposizioni che lo aiutano a capire meglio il mondo in cui si sente perso o perlomeno la situazione in cui si sente perso.
Certo, per sopportare questo genere di cose è necessaria una buona dose di sangue freddo.
Aiutarlo a gestire la rabbia
Le richieste espresse attraverso la rabbia sono difficili da raccogliere perché sollecitano mille preoccupazioni e urgenze:
- l’ansia che il ragazzo non stia bene,
- di trovare un modo per proporgli un aiuto,
- l’ansia di vedersi poco autorevoli come genitori
- e la pressione di doversi inventare una risposta efficace.
Insomma, il guaio in cui si caccia l’adolescente è che proprio il modo in cui chiede aiuto tende a stimolare la nascita di bisogni diversi e spesso contrari nei genitori.
Ecco, uno dei rischi fondamentali nell’approccio alla rabbia dell’adolescenza è proprio quello di annegarla nei propri (legittimi!) bisogni e di non riuscire ad ascoltarla più.
[Ho scritto di questo tema in uno specifico articolo sull’ascolto dell’adolescente da parte dei genitori e i suoi fallimenti.]
Anche il fatto stesso di voler essere sempre capaci di ascoltare, anche cose difficili come la rabbia, rischia di essere una risposta ai propri bisogni.
- Il rischio è quello di non riuscire a mettersi veramente nell’ottica di chiedersi: “cosa devo fare per rispondere ad un ragazzo che mi sta chiedendo di aiutarlo ad autoregolarsi, perché non ne è capace?“.
- ma di dire a se stessi “non voglio essere cattivo, per cui ti coccolo all’infinito sperando che il tuo comportamento cambi“. Come a dire: “spero che un figlio calmo e tranquillo sia il premio per la mia tolleranza e bontà. Se non fossi così calmo e tranquillo mi sentirei in colpa“.
Ahinoi, in alcuni casi non si può essere poi tanto morbidi e “sta’ zitto!” può essere una risposta efficace.
Può esserlo perché è qualcosa che consente a quell’adolescente di sentirsi trattato da pari. Riproverare qualcuno può essere un modo di riconoscergli la dignità di sbagliare, di fare delle scelte con la propria testa.
Può essere un modo di comunicargli con molta efficacia che non lo si considera un bambino piccolo o un imbecille (spesso per gli adolescenti sono sinonimi!) che costantemente va accompagnato in ogni minimo aspetto della sua vita.
Le cose importanti del fatto di saper dare una risposta come “sta’ zitto” sono due:
- dire all’adolescente qualcosa che risponda ai bisogni che porta e che non è capace di presentare esplicitamente, come una richiesta di limiti (“io non mi so regolare, regolami tu e se mi chiedi di ragionare insieme, di pensare, mi viene l’ansia e basta”, un’ansia che proverò a gestire di nuovo con l’aggressività)
- dicendo “sta’ zitto!”, poi, quel genitore si rappresenta a se stesso come sicuro e affidabile, capace di riconoscere efficacemente i bisogni emotivi del ragazzo e di prendersene cura. Questo è molto importante: si tratta di una sicurezza da cui l’adolescente stesso vorrà imparare.