Paura del conflitto: perché litigare ci spaventa?

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Di solito non si è entusiasti di litigare con gli altri, eppure si tratta di una competenza necessaria. È una di quelle cose di cui ci si rende conto soprattutto quando manca, un po’ come accade con la salute: ci si accorge del suo valore quando si ha la febbre.

Saper gestire un conflitto, saper stare in un conflitto, serve a dare valore a sé stessi e a non lasciare che le proprie iniziative vengano soffocate — né dagli altri, né dai propri timori.

Una domanda utile che ci si può fare riguarda l’identificazione dei meccanismi psicologici che sostengono la paura del conflitto. Quando si indaga in questa direzione, si scopre che spesso entrano in azione dei meccanismi che non sono orientati alla gestione del conflitto, anzi vanno in contrapposizione con essa, poiché hanno altri obiettivi legati alla regolazione emotiva.

Conflitto e paura della rabbia: quando si teme di perdere l’altro

È difficile gestire un conflitto se si prova una forte spinta a eliminare la rabbia, soprattutto la propria rabbia. Ci sono persone che si allarmano appena si sentono arrabbiate, perché temono che questo sentimento possa danneggiare la relazione con una persona importante.

Questa paura riguarda situazioni che tutti possiamo sperimentare, specialmente nei confronti di persone che amiamo, stimiamo o a cui vogliamo bene.

Una delle funzioni normali del senso di colpa è proprio quella di aiutarci a regolarci, trovando un compromesso tra:

  • l’affermazione dei propri bisogni;
  • la tutela dei rapporti per noi significativi.

Avere una certa paura del conflitto nei confronti di qualcuno che amiamo, qualcuno a cui vogliamo bene o qualcuno che rispettiamo molto profondamente può servire ad autoregolarci.

Tuttavia, questo meccanismo può iniziare a malfunzionare o diventare deregolato. Quando portato all’estremo, si ritrova in molte forme depressive.

Paura del conflitto e depressione: il bisogno di non disturbare

Chi ha una tendenza depressiva tende spesso a ipervalutare stabilmente l’altro, censurando ogni propria iniziativa che possa disturbare o creare attrito.
Dare all’altro una sorta di precedenza rispetto a se stessi serve a mettere a tacere il timore di compromettere il rapporto, anche a costo di annullare sé stessi.

Questa paura di compromettere il rapporto può essere così invadente che la persona depressa può persino vietarsi di pensare a qualcosa che possa far soffrire l’altro.

Ci si incarta in un problema che, a vederlo a mente fredda sembra ovvio: è impossibile non risultare talvolta irritanti per gli altri. In ogni rapporto è normale che sia composto da cose che funzionano bene e cose che funzionano meno bene.

Pretendere di essere sempre inoffensivi è un ideale irrealistico… e non è nemmeno qualcosa che la maggior parte delle persone si aspetta!

È come se, in un rapporto che funziona ragionevolmente bene, ciascuno dicesse fra sé e sé: “È talmente più importante che il rapporto fra di noi continui ad esistere che ti perdono continuamente e perdono continuamente me stesso per il fatto che non sono sempre capace di comportarmi bene“.

Ecco, una persona depressa tendenzialmente è molto meno tollerante, se non proprio intollerante, nei confronti di queste cose.

Vergogna e bassa autostima: perché non riusciamo a dire quello che pensiamo

Un altro grande ostacolo alla gestione dei conflitti è la difficoltà a tollerare il giudizio su di sé. Si tratta di dinamiche in cui entrano in gioco:

  • vergogna;
  • imbarazzo;
  • senso di inferiorità;
  • autosvalutazione.

Partiamo nuovamente dalla forma normale semplice, quotidiana, che tutti sperimentiamo di questi meccanismi: per fare buona parte delle cose che facciamo attivamente nella vita abbiamo bisogno di una sorta di incoraggiamento interno di base, una valutazione positiva di noi stessi e della previsione delle azioni che facciamo cioè dobbiamo costantemente dirci “non ti preoccupare, questo va bene“.

Insomma, abbiamo bisogno di esperienze che ci permettano di regolare l’autostima.

Assieme a questo processo di autoaffermazione, c’è bisogno di un processo contrario per controbilanciarlo, cioè di un processo di critica interna: “allora stai attento perché se fai questo e quest’altro risulterai ridicolo, inadeguato o tu non piacerai più a te stesso“. Esperienze, insomma, che colleghiamo alla bassa autostima.

Se ci poniamo il problema di fare bella o brutta figura quando facciamo qualcosa non è solo perché facciamo delle previsioni su come reagiranno agli altri ma perché anche noi stessi abbiamo bisogno di avere un’immagine tutto sommato stabile e positiva di noi.

“So che se mi comporterò in un certo modo avrò stima e rispetto di me e potrò continuare a comportarmi così senza dover continuamente revisionare il mio modo di stare al mondo e così le mie energie potranno essere concentrate sui veri imprevisti”

Anche questa dinamica ha una sua controparte diciamo patologica o esasperata in quelle cose che etichettiamo come bassa autostima o anche fobia sociale cioè ad esempio con l’ipercritica nei confronti di se stessi.

Ci sono ad esempio delle persone che se devono mandare un’email per chiedere qualcosa fanno cinquecento premesse e scuse cioè prima di concedersi di scrivere quella riga in cui chiedono quello che gli serve sapere.

È come se fossero lì a combattere fra:

  • la necessità di fare la domanda e lo sforzo magari attivo, razionale, di dire “ma questa domanda è legittimo che io la faccia e ho bisogno di sapere questa cosa
  • e un autocontrollo esagerato “forse questo lo dovrei sapere? mi rendo ridicolo? e io queste cose non è normale che non le sappia? che figura faccio? che cosa penserà lui?

… e qui parliamo di una situazione in cui l’email alla fine è arrivata! Proviamo a pensare a qualcuno che deve fare qualcosa di molto più impegnativo sul piano del (potenziale) conflitto, come ad esempio chiedere un aumento al lavoro oppure farsi avanti con una persona per cui si ha un interesse sentimentale.

Nella previsione di umiliazione in cui si rischia di cadere, si insinua una visione generale (negativa) di sé:

possono essere così invadenti che alla fine queste azioni non si riescono proprio a compiere.

Oppure ancora peggio si compiono con un carico di ansia così grosso che è molto più facile confermare quell’ipotesi, diventa un cane che si morde la coda: “Ecco, vedi che a me queste cose vanno sempre male, che sono inadeguato, devo starmene zitto e non mostrare i miei desideri a nessuno?“.

Non è il conflitto il problema, ma il carico emotivo che ci mettiamo

Qual è il punto fondamentale di questi ultimi esempi?

Se ci facciamo caso, non ho parlato della gestione dei conflitti in sé.

Quando si parla di difficoltà nel gestire i conflitti, spesso non è il conflitto in sé a essere il problema. Le situazioni conflittuali servono da innesco per portare a galla altri aspetti più profondi:

Il vero conflitto, quindi, è spesso interno: tra ciò che vorremmo dire e ciò che temiamo di diventare agli occhi degli altri (e ai nostri).

Spesso le situazioni conflittuali servono come punto di partenza proprio per identificare le difficoltà emotive sottostanti:

  • “Ho dovuto essere troppo gentile con il mio responsabile, come se il mio obiettivo fosse diventare suo amico” — dimenticando che si tratta di un contesto lavorativo dove è lecito fare richieste assertive;
  • “Inizio a focalizzarmi su ciò che mi rende ridicolo, quando in realtà all’altro importa solo che io sappia comportarmi in modo efficace”.

Paradossalmente, nel momento in cui ci si concede di balbettare o esitare, queste insicurezze tendono a diminuire. Quando ci si consente di sentire che questi difetti non sono qualcosa di inaccettabile, perdono potere.
Questo esempio rappresenta proprio uno di quei meccanismi che hanno effetti a cascata sulla paura del conflitto e che quindi, sono il vero obiettivo di una “lotta” alla paura del conflitto.

Alcuni esempi significativi:

Paura di litigare con il partner: il peso emotivo delle relazioni affettive

Qual è la situazione di tensione emotiva che sto vivendo io? Cos’è che fa sì che io mi ponga il problema di una difficoltà nei conflitti? Qual è il tipo di situazione che mi viene in mente, com’è che mi vedo io in quella situazione?

In breve, cos’è che ci mette più in difficoltà e che non sappiamo gestire?

Si può avere paura di litigare con una persona cara, ad esempio il partner, la ragazza o il ragazzo. E anche se, razionalmente, sappiamo che ognuno ha diritto di esprimere i propri desideri, quando questi entrano in conflitto con l’altro, può scattare un meccanismo: “Se dico questo, spezzerà la relazione. Meglio tacere.”

  • Se razionalmente si può benissimo essere convinti che ciascuno debba poter esprimere la propria opinione e che nella coppia ci debba essere un ascolto reciproco
  • contemporanemanete, nella vita quotidiana, ci si può accorgere di essere molto più irrazionali: quando nella coppia succede qualcosa di doloroso, di conflittuale, si può essere così spaventati dall’espressione della propria posizione da preferire tenersela per sé, come se fosse pericolosa
    • l’altro fa qualcosa che mi fa sentire poco rispettato? Glielo so dire?
    • l’altro fa qualcosa di più banale, come il non voler vedere i film che interessano a noi perché li reputa delle grandissime schifezze, oppure troppo noiosi? So pretendere un po’ di vedere anche i miei film?
    • ci sono cose che nella nostra vita sessuale mi mettono a disagio? Sono cose che posso discutere?
    • c’è spazio per i miei desideri? dal decidere che tipo di vacanze fare ai progetti di lungo periodo?

Se non riesco a pensare che ci debba essere spazio per i miei desideri, se non riesco ad immaginarmi di poter fare presente quali sono le cose importanti per me e che

  • è naturale che il mio partner voglia ascoltare i miei desideri
  • se non riesce ad ascoltarli è perché è una persona in difficoltà, con cui non è semplice trovare un equilibrio (ad es. se il partner ha problemi di depressione)

È come cioè se ci si sentisse in una posizione di dipendenza fragile dall’altro e si desidera stare in quella posizione di dipendenza e che si sente di dover ringraziare e stare buonini per non perderla, come se il peso del mantenimento del rapporto della buona salute della relazione fosse esclusivamente sulle proprie spalle.

Certamente: si ha almeno il 50% alla responsabilità in una cosa del genere! Quello che si può scoprire è che ci si sta attribuendo il 90% di questa responsabilità e che guarda caso questo tende ad accadere in tutti i rapporti…

Conflitti con colleghi, vicini o superiori: quando ci sentiamo ridicoli

La paura del conflitto però può investire anche rapporti con persone che sono affettivamente meno importanti, come i colleghi o i superiori al lavoro, ma anche i vicini di casa

Questo accade in quanto questo tipo di rapporti diventano spesso un’occasione per entrare in contatto con le emozioni che suscitano. È come se il rapporto concreto con l’altro finisse in secondo piano e quell’interazione diventasse soprattutto un’interazione con l’immagine di me che mi rimanda il rapporto con l’altro:

  • penso di essere ridicolo a lamentarmi del fatto che la siepe del vicino entri nella mia proprietà
  • penso di essere ridicolo e fuori luogo a dire che un certo compito non rientra fra le mie mansioni, al lavoro” [un esempio di difficoltà nelle interazioni al lavoro]
  • penso di essere ridicolo se quello del piano di sopra fa un casino pazzesco e io voglio andarmi a lamentare. Nel momento in cui inizio a rappresentarmelo come qualcuno che mi guarda con disprezzo con distanza che mi dice qualcosa che mi fa sentire umiliato e che mi liquida come se Io fossi una nullità“.

Esistono persone che non accettano alcuna osservazione, in situazioni simili? Capi arroganti e vicini… sgradevoli? Certamente.

Alcune persone però devono chiedersi se queste situazioni diventino l’occasione per rappresentarsi il valore che si dà a se stessi. Queste situazioni diventano occasioni per dire a se stessi: “Tu non vali niente e quindi non hai diritto, per tua natura, a fare queste richieste“.

Il problema è sempre quello: si rischia di arrivare così carichi di insicurezza a uno di questi inevitabili scontri, ad esempio:

Questo qua mi tiene sveglio di notte il giorno dopo devo andare a lavorare, accarezzo l’idea di salire le scale con una mazza chiodata.

Dopo, però, lascio da parte le fantasie sulla violenza fisica e penso di dovergli andare a fare un bel discorsetto.

Man mano che salgo le scale tutta questa sicurezza se ne va a farsi benedire, quando gli suono il campanello inizio già a gelarmi dentro, mi suda un po’ la fronte e quello che gli dico quando ce l’ho davanti alla fine è inefficace. Magari quello mi fa una smorfia ironica e io là, a quel punto, sono diventato così poco capace di leggere la situazione che non mi viene da pensare che lui sappia benissimo di essere in torto marcio e che ha bisogno di salvarsi e comportandosi come se avesse ragione, inizio a pensare che questa cosa non la dovevo fare, che risulto inadeguato, che non sono capace e quindi che la prossima volta non farò e me la devo tenere sta voglia di mostrarmi forte perché io forte non lo sono, sono ridicolo, e così via“.

Evitare il conflitto peggiora il problema: il circolo vizioso dell’autosvalutazione

Una situazione come quella di questa “vignetta” dello scontro col vicino rischia di essere la cosa che mi conferma l’immagine negativa che ho di me.

So tratta di un’immagine negativa che ciascuno costruisce selezionando per bene le informazioni:

  • tutte le situazioni in cui le cose mi sono andate bene me le dimentico (o le considero poco importanti
  • e sopravvaluto le situazioni in cui le cose sono andate male.

Se effettivamente non sono stato bravissimo a gestire le cose, quello mi fa sentire così male che inizio a investire una quantità di risorse spropositata nell’evitamento di queste situazioni che mi fanno sentire umiliato, in imbarazzo e che mi fanno pensare in modo negativo a me stesso.

Allora, evitare i litigi soddisfa prevalentemente un obiettivo emotivo, quello di non sentirsi male. In questo modo si crea un circolo vizioso in cui si continua ad alimentare questo timore di fallire e a renderlo concretamente più probabile.

[Ho scritto articoli diversi sulle manifestazioni di questo timore: paura di parlare con le persone, paura di essere osservati, paura di litigare]

Conflitto e regolazione emotiva: due piani che si confondono

La paura del conflitto comporta uno stravolgimento degli obiettivi di un’interazione.

L’obiettivo si sposta: non ci si riesce più ad occupare di quanto sia necessario far valere le proprie ragioni, ma ci si riesce a concentrare solo su qualcosa che che sta a metà strada fra la ricerca dell’approvazione dell’altro e la ricerca di un’immagine positiva di sé.

Si tratta di quei due aspetti della vita emotiva che prima abbiamo considerato nella loro versione negativa: depressione e bassa autostima. Si tratta di due facce della stessa medaglia , due meccanismi che si mescolano molto di frequente (anche se le persone tendono a sentirsi più rappresentate da un modo di descrivere i propri problemi che dall’altro, senza cogliere, come è normale che sia, che entrambe le cose sono rilevanti per loro).

La funzione di questi “malfunzionamenti” della propria vita emotiva è la soddisfazione del bisogno di trovare un modo efficace di soddisfare dei bisogni di natura emotiva. Questo compito è così importante che fa piazza pulita di di buona parte delle motivazioni “concrete” che hanno generato la situazione di conflitto.

Abbiamo visto un po’ che questi meccanismi sono dei meccanismi normali che allora è normale che la nostra realtà interna si prenda lo spazio della realtà interna, di tanto in tanto, ma sono dei meccanismi che possono essere estremamente esasperati.

Se si esasperano, a quel punto non riesco più a capire che cosa succede nel mondo, non riesco sicuramente più a capire quando in realtà avrei delle ottime possibilità di uscirne, non dico a vincitore, ma almeno a testa alta da uno scontro con un altro, perché sono così preso da una visione autosvalutante di me che anche se vinco concretamente rischio di sentirmi comunque sconfitto perché mi sento sconfitto prima di tutto dentro a me stesso.