Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Quando un genitore pensa: “mio figlio non ha amici”, spesso non sa come interpretare quello che sta vedendo. Si tratta di una fase passeggera, di un tratto caratteriale oppure di una sofferenza più profonda? Un adolescente senza amici non è necessariamente un ragazzo in grave difficoltà, ma in alcuni casi quella solitudine merita di essere osservata con molta attenzione.
Se vedo che mio figlio non socializza, evita i coetanei e si chiude sempre di più, però, diventa importante osservare con attenzione come sta vivendo questa solitudine.
Dietro le difficoltà relazionali in adolescenza possono esserci timidezza, vergogna, paura del giudizio oppure una vera e propria ansia sociale. In altri casi, possono pesare episodi di bullismo ed esclusione in adolescenza che il ragazzo non riesce a raccontare apertamente, ma che continuano a incidere sul suo modo di stare con gli altri.
La domanda giusta, allora, non è solo: “Ha amici oppure no?” La domanda più utile è: come sta vivendo questa solitudine?
Capire come aiutare un adolescente a socializzare non significa spingerlo semplicemente a uscire di più o a farsi degli amici. Significa provare a capire che cosa lo blocca, che cosa teme e di quale aiuto abbia davvero bisogno.
Non tutti gli adolescenti con pochi amici stanno male. Alcuni hanno bisogno di più tempo, di relazioni selettive e di spazi personali. Altri, invece, vivono un ritiro più rigido e doloroso, che col tempo può trasformarsi in isolamento sociale. Distinguere queste due situazioni è il primo passo per capire quando preoccuparsi davvero.
Sì, può esserlo. Alcuni ragazzi hanno una socialità più selettiva, tempi più lenti e bisogno di maggiore riservatezza. Il punto non è il numero di amici, ma capire se il ragazzo sta bene così oppure se vive quella situazione con sofferenza, vergogna o senso di esclusione.
Di solito bisogna osservare se la solitudine è vissuta con una certa serenità oppure con ritiro, paura del giudizio, evitamento e senso di inadeguatezza. Un ragazzo introverso può avere pochi amici e stare bene; un ragazzo in difficoltà, invece, spesso desidera il legame ma si sente troppo bloccato per viverlo.
Il silenzio degli adolescenti
A volte il problema non è che nessuno parli con loro.
È che loro non riescono a parlare con nessuno.
E questo è molto più difficile da vedere. Perché un adolescente che si isola non sempre fa rumore. Non sempre protesta. Spesso resta in silenzio, a volte perfino sorridente, ma assente.
Il genitore dice: “Ha pochi amici, ma gli va bene così”. Il professore pensa: “È un tipo riservato, non crea problemi”. Il gruppo dei pari lo nota appena. E così passano i mesi, passano gli anni, e quella persona cresce con l’idea che la socialità sia un lusso per altri.
Il rischio è che, col tempo, il ragazzo finisca per convincersi che la socialità sia qualcosa che riguarda gli altri, non lui. Non perché non la desideri, ma perché può iniziare a sentirla come un terreno troppo difficile e doloroso.
Per questo, quando un genitore pensa “mio figlio non ha amici”, non basta chiedersi quanti legami abbia. Bisogna chiedersi se quel silenzio sia una forma di tranquillità oppure il segnale di una fatica relazionale che sta diventando sempre più rigida.
È da qui che nasce la domanda più importante: quando bisogna preoccuparsi davvero?
No. Alcuni adolescenti sono riservati, selettivi e hanno bisogno di più tempo per aprirsi. Il punto non è il silenzio in sé, ma capire se quel modo di stare da solo è sereno oppure se si accompagna a sofferenza, evitamento, vergogna o senso di esclusione.
Quando preoccuparsi: segnali da non sottovalutare
Non tutti gli adolescenti con pochi amici stanno male. Alcuni hanno una natura introversa, sono più selettivi e anche più lenti nel creare legami. La domanda giusta non è solo: “Ha pochi amici?” La domanda giusta è: come sta vivendo questa solitudine?
Quando un genitore si chiede perché suo figlio non abbia amici, è importante non fermarsi al numero di relazioni, ma capire se quell’adolescente senza amici stia una difficoltà temporanea o un problema che mostra segnali che suggeriscono che sarà difficile vederlo cambiare nel tempo.
Ci sono però alcuni segnali che meritano attenzione, soprattutto se persistono nel tempo:
- evita in modo costante amici, uscite, sport o occasioni di gruppo
- soffre molto il giudizio degli altri o teme continuamente di fare brutta figura
- osserva gli altri da lontano, ma non riesce mai a coinvolgersi davvero
- si ritira anche da scuola, attività extrascolastiche o iniziative personali
- appare spento, irritabile o ansioso, pur dicendo che “sta bene da solo”
- mostra un calo del rendimento, dorme troppo e sembra avere poche energie
- sembra vivere da tempo la sensazione di non avere un posto tra gli altri
Il criterio più utile non è chiedersi se il ragazzo stia da solo, ma se quella solitudine gli stia permettendo di stare bene oppure se lo stia restringendo sempre di più.
È il caso di fermarsi a osservare meglio quando l’isolamento non è una fase passeggera, ma si accompagna a sofferenza, evitamento, vergogna, ritiro scolastico o cambiamenti importanti nell’umore. Non bisogna drammatizzare subito, ma nemmeno liquidare tutto con “è fatto così”.
Le radici invisibili del disagio
Le difficoltà relazionali in adolescenza raramente nascono all’improvviso.
Spesso affondano le radici nell’infanzia, in esperienze che hanno plasmato il modo in cui si percepisce il contatto con l’altro. A volte si tratta di bambini che si sono sentiti troppo esposti alla critica, troppo poco visti, troppo costretti ad adattarsi. Esperienze del genere, in casa o in contesti come la scuola, possono contribuire a creare le basi per sviluppare successivamente difficoltà di socializzazione.
Non sempre, però, ci sono stati problemi così evidenti. A volte sembra che un bambino abbia imparato a pensare che esporsi significhi rischiare, anche senza che ci sia stata un’esperienza particolarmente traumatica nel suo percorso di vita. Col tempo, questa percezione degli altri può diventare sempre più netta.
Quando si è strutturato questo vissuto, arrivati in adolescenza si rischia di sperimentare la nascita di nuovi bisogni di appartenenza senza avere gli strumenti per soddisfarli. È come uno di quei brutti sogni in cui si immagina di dover ripetere l’esame di maturità senza aver avuto la possibilità di prepararsi.
Il risultato è spesso paralizzante: una tensione tra il desiderio di essere visti e il terrore di essere visti troppo.
Questa difficoltà, inoltre, non si presenta sempre allo stesso modo. A 13 o 14 anni può comparire soprattutto come timidezza, impaccio o dipendenza dal giudizio del gruppo. Più avanti, a 16 o 17 anni, può assumere forme più rigide: ritiro, rinuncia, convinzione di non poter trovare un posto tra gli altri.
Dietro ad un figlio che non socializza possono esserci quindi vissuti di insicurezza, vergogna o esclusione che, con la crescita, diventano un vero isolamento sociale in adolescenza.
Il bisogno di appartenenza
Il bisogno di appartenenza è un bisogno umano fondamentale.
Ed è proprio in adolescenza che quel bisogno prende forma con maggiore forza.
In questa età, si inizia a uscire dall’alveo protettivo dell’infanzia. I genitori diventano meno centrali, e i coetanei assumono un ruolo quasi vitale. Non si tratta solo di amicizia: si tratta di un senso di identità che viene trasmesso attraverso i rapporti sociali importanti.
- Chi sono io, se non me lo insegnano le persone intorno a me?
- Chi sono io, se non vengo mai preso in considerazione da nessuno?
- Chi sono io, se tutti hanno un amico, tranne me? A chi appartengo?
Queste sono le domande, spesso silenziose, che abitano la mente dell’adolescente senza amici.
E non sono domande leggere. Perché se la risposta implicita che questo adolescente rischia di darsi è “non sei nessuno”, il rischio è che questo “essere nessuno” diventi la propria identità.
Timidezza o ansia sociale?
Qui è utile una distinzione importante.
La timidezza, da sola, non indica necessariamente un problema serio. Ci sono ragazzi prudenti, lenti ad aprirsi, selettivi nelle relazioni. Se il desiderio di stare con gli altri c’è e, anche con fatica, i legami riescono a costruirsi, non siamo per forza davanti a un disturbo.
L’ansia sociale in adolescenza, invece, tende a bloccare molto di più. Non crea solo imbarazzo: porta a evitare, a soffrire intensamente, a sentirsi esposti e giudicati in modo quasi costante. Con il tempo, può restringere sempre di più la vita relazionale del ragazzo.
La differenza principale è questa: la timidezza può rendere più difficile l’inizio di un rapporto, ma non impedisce necessariamente di vivere legami soddisfacenti. L’ansia sociale, invece, tende a trasformare la relazione in una fonte stabile di paura.
Che differenza c’è tra timidezza e ansia sociale?
La timidezza può creare imbarazzo, ma non impedisce necessariamente di vivere rapporti soddisfacenti. L’ansia sociale in adolescenza, invece, tende a bloccare, far evitare, far soffrire molto e restringere sempre di più la vita relazionale.
La solitudine di chi osserva
A volte, un adolescente che sembra tranquillo non è affatto sereno: sta solo cercando di capire come muoversi in un terreno che vive come troppo rischioso.
Ci sono adolescenti che sembrano tranquilli. Seduti in disparte, guardano gli altri interagire.
A vederli da fuori, sembrano quasi indifferenti a tutto. Ma spesso non lo sono affatto. Stanno osservando ogni movimento, il tono di voce, ogni dinamica relazionale. E mentre osservano, si fanno un’idea precisa di come dovrebbe essere il comportamento “giusto”.
Solo che poi, quando provano ad agire, qualcosa si inceppa.
Perché studiare la socialità da lontano non è come viverla. Le relazioni non si imparano senza vivere attivamente l’interazione. Sono fatte di spontaneità, ambiguità, errori, recuperi. E chi ha paura di sbagliare, in quel terreno lì, finisce per non giocare mai.
Questa iper-osservazione è spesso un sintomo di insicurezza. Di uno sguardo troppo severo rivolto verso se stessi. Ogni parola diventa potenzialmente inopportuna. Ogni gesto, un possibile errore.
Il paradosso è che più si osserva, più ci si sente fuori dalla scena.
Il trauma della presa in giro
Molti adolescenti con difficoltà relazionali riportano, a volte esplicitamente, altre volte tra le righe, esperienze di presa in giro, bullismo o umiliazione.
“Alle medie mi prendevano sempre in giro. Avevo un aspetto ridicolo.”
“Mi hanno escluso da un gruppo WhatsApp senza motivo.”
“Una volta ho parlato e hanno riso. Da allora non ho più detto niente.”
In alcuni casi si tratta di vero e proprio bullismo. Altre volte di eventi di portata inferiore che però sono vissuti come maltrattamento dal ragazzo. L’aspetto spesso più importante è proprio il vissuto soggettivo, cioè quanto un determinato evento faccia male a quello specifico adolescente.
E così, quel momento – magari banale per altri – diventa una frattura nella storia relazionale della persona.
La mente registra il dolore emotivo e si costruisce un’associazione: relazione = rischio = meglio evitarla.
Ma la soluzione che funziona a breve termine (evitare per non soffrire) diventa, nel tempo, un problema che si autoalimenta: più si evitano i legami, meno si impara a gestirli; meno si gestiscono, più fanno paura.
Queste piccole esperienze di esclusione – che agli occhi degli adulti possono apparire trascurabili – possono invece lasciare ferite profonde. Soprattutto quando non vengono viste, nominate, comprese.
Molte situazioni di bullismo ed esclusione in adolescenza non vengono raccontate apertamente, ma lasciano tracce profonde e possono alimentare isolamento sociale in adolescenza e paura del gruppo.
Bullismo ed esclusione: come riconoscerli
È raro che un ragazzo dica apertamente “Mi bullizzano”. Spesso racconta solo che non vuole più andare a scuola, che si sente male prima di uscire, che è stato tolto da una chat di WhatsApp o che “gli altri scherzano pesante”. È importante distinguere una difficoltà relazionale generale, che dipende da difficoltà personali del ragazzo, da dinamiche più precise di esclusione, umiliazione o aggressione ripetuta.
Quando un adolescente cambia improvvisamente abitudini, evita certi luoghi, si turba dopo aver ricevuto dei messaggi, si chiude dopo episodi apparentemente piccoli o mostra un’angoscia sproporzionata rispetto a ciò che racconta, conviene non liquidare tutto come “sensibilità eccessiva”. A volte il problema non è solo dentro di lui: è nel contesto che sta vivendo.
Questo è un punto fondamentale: i segnali di queste diverse situazioni possono essere molto simili, per cui diventa particolarmente importante stare a osservare con attenzione.
In particolare, nel caso del bullismo è necessario vedere se il ragazzo ha timore di incontrare uno o più ragazzi specifici, invece di una paura più generalizzata dei coetanei, e delle specifiche situazioni dove potrebbe incontrarli. Il ragazzo socialmente ansioso, invece, può anticipare di sentirsi male in contesti diversi, caratterizzati ad esempio dal fatto di essere luoghi dove incontrerebbe dei coetanei.
Nel caso specifico del bullismo, quindi, c’è spesso un disagio legato a persone ed esperienze specifiche. È importante precisare, però, che bisogna essere prudenti in queste “indagini”: la ricerca insistente di una causa esterna rischia di far sentire poco capito un ragazzo in difficoltà, rendendo ancora più difficile la comunicazione con lui.
La prima cosa è ascoltare senza minimizzare. La seconda è capire se si tratta di un episodio isolato o di una dinamica che si ripete. Se c’è una sofferenza concreta, può essere utile coinvolgere la scuola e aiutare il ragazzo a non leggere quell’esperienza come la prova definitiva del fatto che non esista un posto per lui.
Quando l’ansia sociale prende il sopravvento
In certi casi, la difficoltà a fare amicizia diventa qualcosa di più specifico: si trasforma in ansia sociale.
L’ansia sociale non è semplice timidezza. È una condizione in cui il timore del giudizio, dell’imbarazzo o dell’esclusione diventa così forte da restringere in modo importante la vita relazionale.
L’ansia sociale può manifestarsi con sintomi fisici (battito accelerato, sudorazione, nausea), cognitivi (pensieri come “sto dicendo una stupidaggine”, “tutti mi stanno giudicando”) e comportamentali (evitamento, fuga, silenzio assoluto).
Chi ne soffre vive ogni interazione come una possibile trappola. Anche situazioni molto comuni, come chiedere un’informazione, entrare in un gruppo o presentarsi, diventano montagne invalicabili.
È come vivere sotto un riflettore costante, in attesa del minimo errore, che però viene percepito come una figuraccia enorme.
L’ansia sociale non nasce dal nulla. Si alimenta nel tempo attraverso un copione relazionale di inadeguatezza, fatto di aspettative irrealistiche, autocritica ed esperienze relazionali vissute come fallimentari.
Questo senso di inadeguatezza è uno degli aspetti più importanti di molte situazioni di ansia sociale: ciò che va cambiato è soprattutto la percezione di sé che un ragazzo costruisce nel rapporto con gli altri.
Insomma, ansia sociale e autostima sono profondamente collegate.
La psicoterapia può aiutare a riconoscere questi copioni relazionali e a trasformarli, migliorando contemporaneamente l’autostima del ragazzo. La psicoterapia psicoanalitica nasce proprio con questo scopo: creare una situazione relazionale protetta in cui rivedere i propri schemi, modificare il modo di vivere le relazioni e cambiare la percezione di sé.
[Se vuoi approfondire questo tema, ho scritto anche un articolo dedicato ai problemi di socializzazione in adolescenza].
Cosa può fare un genitore concretamente
Quando un figlio fatica a fare amicizia, non si può semplicemente spingerlo a “socializzare di più”. Di solito, quella pressione aumenta vergogna, senso di inadeguatezza e ritiro.
È più utile muoversi in questo modo:
- aprire il dialogo senza trasformarlo in un interrogatorio: meglio una domanda come “tutto ok? Ti vedo un po’ giù ultimamente” che “perché esci poco?”;
- non minimizzare: frasi come “passa tutto” o “anche io ero così” possono far sentire il ragazzo poco compreso, soprattutto se è particolarmente in difficoltà;
- non drammatizzare subito: preoccuparsi non significa trasmettergli allarme. Bisogna darsi il tempo di capire che cosa stia succedendo, anche se questo significa non riuscire a cambiare subito le cose;
- osservare i contesti: scuola, WhatsApp, gruppo dello sport, rapporti con i fratelli;
- proporre senza imporre: attività strutturate, graduali e compatibili con la sua personalità. Se possono essergli davvero utili, dirà sì a qualche proposta semplice; altrimenti bisogna lasciargli tempo: semplicemente, non è ancora il momento;
- chiedere aiuto quando il disagio è chiaro o peggiora.
Spesso, il modo più efficace di aiutare un adolescente non è aumentare la pressione, ma ridurla abbastanza da permettergli di entrare in contatto con quello che sta vivendo senza sentirsi schiacciato. Se ogni conversazione diventa un’esortazione a cambiare subito, il rischio è che si senta ancora più incapace.
Aiutandolo prima di tutto a sentirsi capito, non giudicato. Un ragazzo in difficoltà relazionale non ha bisogno di essere corretto come se stesse sbagliando volontariamente: ha bisogno di trovare condizioni interne ed esterne che gli permettano di stare con gli altri con meno paura.
L’illusione del “non mi interessa”
Quando un adolescente dice che non gli interessano gli altri, non sempre sta esprimendo una verità. A volte sta cercando di proteggersi da qualcosa che sente come troppo doloroso.
“Non mi interessa avere amici.”
“Sto bene da solo.”
“Non ho bisogno degli altri.”
A volte, queste frasi nascondono una verità diversa da quella che sembrano esprimere. Non è davvero disinteresse. Più spesso è una difesa: una razionalizzazione costruita per non affrontare la delusione.
È un meccanismo psicologico molto frequente: quando non si riesce a ottenere qualcosa che si desidera profondamente, si finisce per convincersi di non desiderarlo davvero.
Ma basta andare un po’ oltre la superficie, e sotto quell’autosufficienza apparente spesso si trova un dolore più profondo, non apertamente dichiarato.
In psicoterapia, quando si riesce a toccare quel punto – il punto della delusione e del desiderio di amicizia negato – spesso si aprono nuove possibilità.
Non è che un ragazzo così diventi improvvisamente socievole, se per sua natura è introverso. Semplicemente, può iniziare a vivere con più serenità un bisogno legittimo: quello di essere in relazione e di esserlo nella misura che funziona bene per lui.
Il confronto come fonte di sofferenza
Per un adolescente che fatica a fare amicizia, il problema non è solo sentirsi solo. È anche vedere continuamente gli altri come prova vivente del fatto che lui, invece, sia rimasto fuori.
“Loro sono sempre insieme.”
“Hanno tanti amici. Io nessuno.”
“I ragazzi della mia classe hanno fatto gruppo, io sono fuori.”
“Le mie amiche parlano di quello che fanno fra di loro quando io non ci sono. Tutte cose da cui io sono esclusa.”
Il confronto con gli altri è inevitabile in adolescenza. Il senso di sé si definisce anche, e spesso soprattutto, per opposizione o assimilazione con il gruppo.
Per chi ha difficoltà relazionali, però, il confronto può diventare una fonte di sofferenza costante. Gli adolescenti che si sentono meno desiderabili rischiano di sentirsi feriti anche quando nelle intenzioni degli altri non c’è cattiveria, ma solo leggerezza o goffaggine.
Un ragazzo può sentirsi ferito perché, anche quando gli altri non fanno nulla di particolarmente grave, porta dentro di sé l’idea onnipresente di non essere abbastanza.
Questo confronto continuo rischia di avvelenarlo. E oggi tutte queste dinamiche sono ulteriormente amplificate dai social, che tendono a mettere in primo piano il lato più bello e desiderabile della vita degli altri, facendo sentire ancora più “indietro” un adolescente che teme di non poter stare al passo.
In terapia, in ogni caso, si lavora proprio per disinnescare il confronto con l’idea di sé che il ragazzo sente di non riuscire a raggiungere:
- rivedendo l’investimento su un’immagine ideale di sé irraggiungibile, e quindi frustrante (devo essere come immagino che gli altri vogliano che io sia);
- dandosi il permesso di seguire il proprio ritmo nella costruzione delle relazioni, senza decidere a priori che sia sbagliato o inferiore a quello degli altri.
Il messaggio finale dovrebbe diventare questo: “Io posso andare bene agli altri perché sono abbastanza anche per me stesso”.
Sì, può succedere molto facilmente. I social non creano da soli il problema, ma possono amplificarlo: se un ragazzo si sente già fuori posto, vedere continuamente immagini di gruppi, complicità e appartenenza può rafforzare l’idea di essere l’unico rimasto fuori.
Ruolo della famiglia in queste difficoltà
C’è un aspetto poco discusso, ma cruciale: il ruolo della famiglia.
È utile riflettere sul clima familiare in cui vive quel ragazzo: è troppo protettivo? Troppo giudicante? Troppo distaccato? In altre parole: c’è qualcosa nell’atmosfera di casa che rischia di rendere più difficile la crescita e di contribuire a costruire un’identità relazionale fragile?
Questo tipo di riflessione non deve mai servire a sovraccaricare la famiglia di responsabilità. La maggior parte dei genitori fa di tutto perché i figli stiano bene.
Molto spesso ci si accorge di che cosa mette in difficoltà un ragazzo solo quando quella difficoltà si è già manifestata. E magari si tratta di qualcosa che mette in crisi lui, ma non i fratelli. È una situazione che vedo continuamente nel mio lavoro di psicologo: di solito non ha senso cercare colpe in singoli eventi o in generici “climi traumatici”, perché è estremamente difficile capire in anticipo che cosa rappresenterà una fatica affrontabile, destinata a ridursi con la crescita, e che cosa invece rischierà di bloccare davvero un adolescente.
Ci sono ragazzi che vengono influenzati molto poco da genitori che evitano i contatti sociali, temono molto il giudizio degli altri o non danno una grande importanza alle relazioni tra pari.
Altri reagiscono cercando di fare il contrario di quello che vedono.
Altri ancora, però, sembrano prendere questi comportamenti dei genitori come qualcosa di molto istruttivo sul mondo, qualcosa che conferma le loro paure, e si comportano di conseguenza, chiudendosi.
Allo stesso modo, a volte i genitori fanno proposte e richieste che il figlio interpreta come richieste di performance sociale. Impegnarsi a scuola, fare bella figura, curare il proprio aspetto, uscire di più: sono tutte cose che l’adolescente rischia di vivere con ansia.
In questi casi, anche il lavoro terapeutico con la famiglia può essere utile: non per “correggere” i genitori, ma per aiutarli a sintonizzarsi con le esigenze emotive dei figli e, soprattutto, con il loro linguaggio.
Buona parte delle difficoltà nel rapporto fra genitori e figli è riconducibile proprio a un mancato allineamento fra i messaggi degli uni e quelli degli altri. Spesso i genitori cercano di comunicare qualcosa che vorrebbe essere di sostegno, ma il ragazzo finisce per leggerci altro: una richiesta di prestazione, una critica, oppure la conferma di non essere abbastanza.
L’invito a impegnarsi di più a scuola è forse l’esempio più semplice e frequente.
Sostenere i figli in un percorso di crescita relazionale realistico, rispettoso dei tempi e delle paure di ciascuno, vuol dire anche imparare a mandare messaggi compatibili con la loro personalità e con il momento che stanno attraversando.
Non necessariamente. Il punto non è trovare una colpa, ma capire se alcuni equilibri familiari – magari senza volerlo – stanno rendendo più difficile al ragazzo affrontare certe paure. Questo aiuta molto di più che cercare un responsabile.
Il ruolo della scuola nel favorire l’inclusione
La scuola non è solo il luogo in cui un adolescente studia. È anche uno dei principali spazi in cui sperimenta appartenenza, esclusione, confronto, vergogna e riconoscimento.
Per questo, quando un ragazzo fatica molto a stare con i coetanei, può essere utile chiedersi anche che cosa stia accadendo lì: con i compagni, con i professori e nella vita virtuale “parallela” a ciò che succede in classe, cioè nell’insieme di contatti che passano attraverso WhatsApp e Instagram e che oggi rappresentano una parte fondamentale dell’esperienza sociale di molti adolescenti.
A volte insegnanti attenti, un coordinatore sensibile o uno psicologo scolastico possono accorgersi di aspetti che in casa si vedono solo in parte. Non perché conoscano meglio il ragazzo dei genitori, ma perché lo osservano dentro al gruppo. Gli adolescenti, oltretutto, tendono a mostrare parti diverse di sé in contesti diversi.
Dare attenzione alle osservazioni fatte dal personale scolastico più attento significa, più semplicemente, raccogliere informazioni e capire se ci siano dinamiche di esclusione, prese in giro, isolamento o difficoltà di inserimento che meritano attenzione.
Quando famiglia e scuola riescono a collaborare senza colpevolizzarsi a vicenda, spesso diventa più facile costruire un contesto meno duro e più leggibile anche per il ragazzo.
Per me e per i colleghi di TuoPsicologo è molto frequente avere contatti con le scuole: un progetto ben costruito e condiviso con un insegnante sensibile e capace di coinvolgere i colleghi può essere vitale per ragazzi particolarmente in difficoltà. Molto spesso anche un semplice scambio è prezioso per avere più chiarezza sul modo di stare con gli altri di un adolescente.
Quando ha senso parlare con la scuola?
Ha senso quando l’isolamento si riflette anche lì: rifiuto di andare in classe, esclusione costante, disagio durante l’intervallo, calo del rendimento, paura marcata del gruppo o segnali di presa in giro. In questi casi, parlare con la scuola può aiutare a capire meglio il quadro.
L’importanza di un contesto che accoglie
Non tutti i contesti sociali aiutano un adolescente a crescere. Alcuni lo mettono alla prova in modo utile. Altri, invece, lo fanno sentire continuamente sbagliato, fuori posto o in ritardo rispetto agli altri.
L’ambiente in cui l’adolescente si muove è un aspetto cruciale.
Scuole competitive, gruppi chiusi, contesti in cui sono richieste prestazioni elevate tendono spesso a peggiorare le difficoltà relazionali.
Per questo è importante costruire anche contesti alternativi: spazi in cui il legame non sia basato sulla prestazione, sulla popolarità o sulla capacità di “stare al gioco”.
Laboratori teatrali, attività sportive non agonistiche, volontariato giovanile: sono tutti luoghi in cui l’incontro con l’altro può avvenire in modo più graduale, meno ansiogeno e meno fondato sulla prestazione.
Qui, però, va fatta una precisazione importante: anche se alcuni adolescenti recepiscono molto positivamente queste proposte, altri hanno un’idea di “contesto sicuro” molto diversa da quella che i genitori si aspettano.
Un esempio frequentissimo è quello delle relazioni che nascono attraverso i videogiochi, spesso usati come spazio in cui stringere rapporti autentici con gli altri mantenendo però un certo grado di sicurezza. Questa sicurezza è garantita dall’anonimato, dalla distanza e dal fatto di non essere visti fino a quando non si sceglie di inviare una propria immagine o di vedersi in videochiamata. Sono dinamiche che molto spesso passano attraverso piattaforme come Discord.
Non c’è dubbio che possano essere esperienze molto significative per gli adolescenti, e in certi casi può essere importante fidarsi di loro e lasciarli fare.
Per esperienza, sappiamo che questo può non essere semplice per un genitore, che magari ha poca familiarità con queste dinamiche e nutre dubbi legittimi su quanto questo modo di frequentare gli altri possa fare davvero bene. È una buona regola che uno psicologo che lavora con adolescenti conosca queste esperienze, sia per capire meglio il ragazzo, sia per “tradurle” ai genitori.
La psicoterapia può anche avere una funzione di orientamento: aiutare a trovare il contesto giusto, quello che “parla” al ritmo del ragazzo.
Si può imparare a dirsi: “Conosco meglio le mie caratteristiche e le cose che mi fanno stare bene, e sulla base di questo posso fare tentativi plausibili per trovare ciò che mi aiuta a stare meglio”.
Trovare uno spazio in cui potersi esprimere più liberamente finisce per rendere, paradossalmente, molto più accessibili anche gli ambienti competitivi: “Se mi sento più sereno rispetto a chi sono e a cosa ho da dare, posso anche correre il rischio di mettermi alla prova”.
Non si tratta di chiudere il ragazzo in una bolla protettiva che non gli lascia spazio per crescere. Anzi: saper tollerare stress, conflitto e competizione è importantissimo. Bisogna però misurarsi con queste parti della vita quando si è nelle condizioni di farlo in modo efficace.
Se si “perde sempre”, il rischio è di uscirne solo frustrati e di rinforzare un’idea molto negativa di sé e di queste situazioni.
Quali contesti aiutano di più un adolescente che fatica a socializzare?
Di solito quelli in cui la relazione non nasce subito sotto pressione: attività strutturate, gruppi piccoli, esperienze graduali, ambienti in cui non bisogna impressionare nessuno per avere un posto. Non esiste un contesto giusto per tutti, ma esistono contesti più tollerabili e più adatti a far crescere quel ragazzo secondo i suoi ritmi.
La questione dell’identità sociale
Le difficoltà relazionali in adolescenza non riguardano solo il numero di amici. Riguardano anche il modo in cui un ragazzo costruisce la propria idea di sé.
Durante l’adolescenza, ogni giovane è impegnato – spesso senza saperlo del tutto consapevolmente – nella costruzione della propria identità.
E non esiste identità senza relazione. Non esiste un “chi sono” che prescinda da un “con chi sono”, o da un “per chi sono”.
Quando le relazioni con i coetanei non funzionano, il rischio è che questa costruzione identitaria vada incontro a un blocco. Non si tratta solo di non avere amici. Si tratta di fare più fatica a definirsi.
Senza sguardi che ci rimandano la nostra immagine, senza dialoghi che ci costringono a spiegare chi siamo, senza un gruppo che ci dia un posto – anche piccolo e imperfetto – si resta più facilmente incerti: “Chi sono? Cosa colgono di me gli altri?”.
In adolescenza, questa sospensione è dolorosa. E può portare a due soluzioni opposte, ma entrambe problematiche:
- un adattamento eccessivo, in cui si cerca di piacere a tutti pur di essere accettati, perdendo di vista i propri desideri;
- un ritiro ostile, in cui ci si costruisce contro gli altri per difendersi da ciò che non si riesce a ottenere.
Entrambe le soluzioni sono tentativi di sopravvivere al vuoto dell’indefinitezza relazionale. Ma nessuna delle due aiuta davvero a costruire un senso di sé stabile e libero.
Verso una nuova narrazione di sé
Come abbiamo visto, ansia sociale e autostima fragile sono strettamente collegate. Alla base delle difficoltà relazionali di un adolescente, spesso, c’è una narrazione negativa di sé:
“Non sono simpatico.”
“Sono troppo strano.”
“Nessuno vorrà mai diventare mio amico.”
Queste frasi, ripetute internamente per anni, diventano verità indiscutibili. Verità che agiscono come filtri. Ogni interazione viene letta attraverso quel filtro. Ogni silenzio diventa conferma. Ogni piccola goffaggine, una catastrofe.
Cambiare questa narrazione è uno degli obiettivi più profondi della psicoterapia.
Non è qualcosa che si fa a colpi di frasi motivazionali o di incoraggiamenti generici. Lo si fa nella relazione stessa tra paziente e terapeuta: un legame in cui il ragazzo si sente ascoltato, non giudicato e, soprattutto, riconosciuto.
È lì che può nascere un altro modo di raccontarsi.
Non più: “sono quello che nessuno vuole”.
Ma: “sono una persona che ha fatto fatica e che può imparare a stare in relazione in modo diverso”.
“Mi accorgo di quante volte ho dato per scontato che quello che stavo per dire sarebbe stato interpretato negativamente. Però ho visto che era un film che mi facevo nella mia testa. Lo psicologo mi ha aiutato a vedere che lui aveva una percezione completamente diversa, e che questo spesso accade anche con le altre persone. Ho imparato a smettere di provare a prevedere sempre il futuro e ad ascoltare, a distinguere chi ha interesse per me da chi non ce l’ha.”
Le relazioni virtuali e la socialità digitale
Le relazioni online non sono necessariamente un problema. Per alcuni adolescenti possono rappresentare un primo modo, più tollerabile, di avvicinarsi agli altri. Il punto è capire se stiano aprendo la strada alla relazione oppure se stiano diventando un modo per evitarla.
Un tema cruciale, oggi, quando si parla di adolescenza e socializzazione, è proprio quello dei social network e delle relazioni online.
Per molti adolescenti, specialmente quelli più in difficoltà, le piattaforme digitali rappresentano un rifugio. Un luogo dove si può parlare senza dover guardare negli occhi, senza dover rispondere subito, senza sentirsi “sotto esame”.
E, in parte, è una buona notizia. Perché queste piattaforme – se usate in modo sano – possono offrire un ponte verso la socialità. Un luogo di prova. Un modo per fare esperienze relazionali meno minacciose. Il mondo dei videogiochi e delle relazioni costruite attraverso di essi è un esempio particolarmente diffuso di questo fenomeno e, spesso, in larga parte positivo.
Ma c’è anche un rovescio della medaglia.
Le relazioni online offrono sia il vantaggio sia lo svantaggio di permettere maggiore anonimato e una più ampia possibilità di fuga. Possono essere utilizzate per fare esplorazioni preliminari nel mondo delle relazioni. Ma possono anche servire a difendersi dagli aspetti più scomodi del rapporto con l’altro, proteggendo dall’intimità relazionale.
E quando diventano l’unica forma di socialità, rischiano di irrigidire ancora di più la paura della relazione diretta.
Per quanto riguarda i social, nello specifico, c’è poi il rischio di amplificare il confronto con gli altri. Scorrere una bacheca piena di selfie di gruppo, gite, abbracci, risate e serate passate insieme può rinforzare la convinzione di essere “esclusi da tutto”.
Il ruolo della psicoterapia, in queste dinamiche, è più sottile che dire: “stacca il telefono”, messaggio che spesso semplicemente non passa, soprattutto se il ragazzo è in una fase in cui ha bisogno di nascondersi dalle interazioni. Il compito è piuttosto aiutarlo a distinguere tra relazione nutriente e relazione difensiva. Tra incontro e illusione di incontro.
Le amicizie online valgono meno di quelle dal vivo?
Non necessariamente. Possono essere relazioni molto significative. Il punto è se aiutano il ragazzo a sentirsi meno solo e più capace di stare in relazione, oppure se diventano l’unico spazio possibile, facendo apparire il resto sempre più difficile.
Il corpo come terreno di esclusione
A volte il problema non riguarda solo il modo in cui l’adolescente guarda il proprio carattere o le relazioni: riguarda anche il modo in cui sente di stare nel proprio corpo e di apparire agli altri.
L’adolescenza è un tempo di trasformazioni fisiche rapide e, a volte, disordinate. E per chi non si sente “giusto”, il corpo può diventare un forte incentivo a non mostrarsi agli altri.
Corpi troppo alti, troppo bassi, troppo magri, troppo grassi. Voci che cambiano. Peli che spuntano. Brufoli. Odori. Goffaggine nei movimenti. La nascita della sessualità.
Il corpo diventa qualcosa che l’adolescente percepisce come capace di mostrare successi e insuccessi nel diventare grande. Ogni uscita di casa, ogni prestazione fisica, ogni foto rischia di trasformarsi in una performance e quindi in un rischio: “Posso essere soddisfatto di quello che mostro di me? Ho qualche motivo per vergognarmi? Per sentirmi indietro?”.
Se in più ci sono stati commenti critici o esperienze di bullismo legate al corpo, la fuga dalla socialità – anche nella forma di vero e proprio ritiro sociale – può diventare una strategia di protezione. Meritano una menzione speciale anche gli interventi chirurgici subiti in adolescenza o nell’infanzia: pure quando tutto è andato bene e c’è stata una ripresa fisica completa, sono esperienze che possono facilmente alimentare un senso di diversità minacciosa o la paura di sentirsi comunque “mancanti” rispetto ai coetanei.
In breve: “Non devo farmi vedere, perché se vengo visto rischio solo mortificazione”.
Per questo è importante ricordare che, quando un adolescente evita i contesti sociali, non sempre si tratta di un intoppo temporaneo. A volte si tratta di vergogna. E la vergogna è un’emozione potente, silenziosa e, a volte, paralizzante.
Quando il corpo diventa una ragione per isolarsi?
Quando l’esposizione agli altri viene vissuta come umiliante o insopportabile. Se il ragazzo teme continuamente di essere guardato, giudicato o deriso per il proprio aspetto, il ritiro può diventare un modo per difendersi dalla vergogna.
Quando il gruppo dei pari è una giungla
A volte un adolescente non riesce a fare amicizia non solo perché è in difficoltà lui, ma perché si muove in un contesto relazionale che vive come duro, imprevedibile o umiliante.
Il gruppo dei pari, in adolescenza, può essere una grande risorsa. Può offrire appartenenza, riconoscimento, complicità, possibilità di scoprirsi. Ma può anche diventare un luogo molto faticoso, dove sentirsi continuamente messi alla prova.
Non tutti i gruppi accolgono. Non tutti lasciano spazio alle differenze. Alcuni funzionano secondo equilibri rigidi, gerarchie implicite, prese in giro normalizzate, prove di forza più o meno sottili. In questi contesti, chi è più insicuro, sensibile o impacciato rischia di sentirsi subito fuori posto.
Il punto è importante: non sempre un ragazzo si ritira perché non desidera i rapporti. A volte si ritira perché ha imparato a viverli come un terreno pericoloso. Questo genere di situazioni può dare un contributo decisivo nel far emergere insicurezze che, almeno in alcuni ragazzi, avrebbero potuto avere un ruolo molto più limitato.
Quando questo accade, ogni interazione può trasformarsi in una verifica:
“Sto dicendo una cosa stupida?”
“Si vede che sono fuori posto?”
“Mi stanno accettando davvero o mi stanno solo sopportando?”
“Tutto andrà male, perché i gruppi sono pericolosi”.
In un clima del genere, la socialità smette di essere un’esperienza spontanea e diventa una prova da superare. E se ogni prova viene vissuta con troppa tensione, il ritiro può apparire come l’unico modo per abbassare la pressione.
Per questo è importante non fermarsi troppo in fretta all’idea che un adolescente “non sappia stare con gli altri”. A volte bisogna chiedersi anche con quali altri stia cercando di stare, e in quale clima relazionale. Altrimenti si rischia di non valutare bene le sue reali competenze relazionali.
L’equivoco del “carattere”
Un’altra trappola insidiosa è quella di chiamare “carattere” qualcosa che, in realtà, è una ferita.
“È fatto così.”
“È un tipo chiuso.”
“È sempre stato un solitario.”
A volte queste frasi contengono una parte di verità. Esistono ragazzi più riservati, più lenti ad aprirsi, meno attratti dalla vita di gruppo. Ma il problema nasce quando il carattere diventa una spiegazione che chiude il discorso invece di aprirlo.
Tutti ci collochiamo su un qualche punto fra l’estrema estroversione e l’estrema introversione. Anche le persone molto introverse, però, hanno almeno alcuni rapporti da cui si sentono appagate e al sicuro.
Se questo appagamento manca, quell’adolescente sarà insoddisfatto, se non apertamente infelice.
La vera introversione è una forma di personalità che rappresenta una delle possibili strade per stare al mondo ed essere felici.
Se dietro a un tratto caratteriale si nascondono vergogna, paura del giudizio, senso di inferiorità, esperienze di esclusione o la convinzione di non avere nulla di interessante da portare nel rapporto con gli altri, non stiamo parlando di vera introversione. O, perlomeno, stiamo parlando di una persona introversa ma profondamente inappagata.
Dire di un adolescente che “è fatto così” rischia di non mettere abbastanza in evidenza questa insoddisfazione. Rischia di prendere una sofferenza e camuffarla da identità, come se non ci fosse nulla da capire e nulla da cambiare.
Un ragazzo può avere un temperamento introverso e, allo stesso tempo, stare soffrendo molto nella relazione con i coetanei. Le due cose non si escludono affatto.
Resta fondamentale porsi la domanda: “Che cosa succede, dentro di lui, quando si trova con gli altri?”
Riscoprire il piacere della relazione
Quando un adolescente inizia a lavorare sul suo modo di stare con gli altri, può accadere qualcosa di molto prezioso.
Il ragazzo o la ragazza comincia a riscoprire il piacere della relazione.
Non la performance. Non la socialità forzata. Ma il piacere semplice e autentico di stare con un altro senza sentirsi continuamente sotto esame. Il piacere di sentirsi riconosciuti.
“Questa persona vuole stare con me perché trova qualcosa di interessante in me. Non devo stupirla, non devo fare nulla di straordinario: devo solo essere me stesso e comportarmi ragionevolmente bene”.
Può trattarsi di cose piccole: un dialogo che scorre senza il pensiero costante di sbagliare, una risata spontanea, una confidenza fatta con meno paura, un’amicizia che cresce lentamente ma con verità.
Non è una rivoluzione improvvisa. Non è il passaggio da “prima ero solo” a “adesso ho tanti amici”. È qualcosa di più sottile e più profondo: la possibilità di non sentirsi più sbagliati in presenza dell’altro.
E quando questo accade, anche solo per momenti, lascia una traccia. Diventa un precedente interno, qualcosa a cui tornare.
La persona comincia a scoprire: “Posso stare con gli altri senza perdermi”.
Da qui non si risolve tutto in una volta. Ma può iniziare un modo nuovo di vivere le relazioni.
L’uscita dalla solitudine non è mai un atto solitario
Ci piace pensare che la crescita sia qualcosa di individuale, quasi una questione di forza di volontà. Ma quando il problema riguarda le relazioni, questa idea rischia di ingannare.
Nessuno impara a stare con gli altri completamente da solo.
Spesso è molto importante avere uno sguardo esterno che sappia vedere, accogliere e aiutare a dare senso al proprio modo di vivere se stessi e gli altri. Serve una relazione sufficientemente sicura, capace prima di contenere la sofferenza e poi di rendere possibile qualcosa di nuovo.
La psicoterapia può offrire proprio questo: uno spazio in cui sentirsi visti senza paura, portare la propria fatica senza doversi giustificare continuamente e imparare, gradualmente, a fidarsi di nuovo della relazione.
Perché non esiste una vera possibilità di socializzazione senza almeno un’esperienza positiva dell’altro.
E a volte questa esperienza può iniziare proprio lì: in uno studio silenzioso oppure online, in un contesto protetto, con un terapeuta che non incalza con domande come “Perché non hai amici?”, come se il problema fosse solo sbrigarsi a diventare più normali.
Per molti adolescenti una pressione di questo tipo è insopportabile. Li fa sentire ancora più in difetto e ancora più lontani da un risultato che percepiscono come irraggiungibile.
La domanda utile è un’altra: “Cosa può aiutarti a sentirti meglio? Che cosa può aiutarti a sentirti meno sbagliato, più sicuro, più libero nel rapporto con gli altri?”.
Da qui può iniziare un percorso. A volte lento, ma un percorso di autentico cambiamento. E, soprattutto, possibile.
Io e i colleghi di TuoPsicologo siamo psicologi psicoterapeuti che si occupano di adolescenti, a Padova e online. Se hai il dubbio che tuo figlio non stia attraversando soltanto una fase di chiusura o di difficoltà nelle relazioni, può essere utile confrontarti con professionisti abituati a lavorare su questi temi, per capire meglio che cosa sta succedendo e valutare, se necessario, quale aiuto possa essergli utile.