Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
[Video con sottotitoli. Dott. Matteo Albertinelli e dott.ssa Sara Pontani].
È sempre colpa dei genitori?
Quali sono le caratteristiche del genitore cattivo?
Chi è una madre cattiva?
Spesso si associa l’idea della psicoterapia e ancora di più della psicoanalisi con l’idea di “colpa dei genitori“.
Di tutto, di ogni male possibile passato, presente e futuro.
Chiaramente la situazione è un po’ più sfumata di così.
È una cosa particolarmente importante di cui parlare particolarmente in anni in cui espressioni d’impatto come “genitore tossico” da un lato aiutano le persone a comprendere meglio le proprie storie personali o a fare un’analisi critica dei propri comportamenti ma, allo stesso tempo, rischiano di non dare un’immagine molto chiara di cosa contraddistingua i “buoni” e cosa i “cattivi”.
Vediamo, insomma, di capirci qualcosa di più.
Quanto “buono” deve essere un buon genitore?
Un certo grado di sintonizzazione fra bisogni di un figlio e risposta dei genitori è necessario per lo sviluppo ottimale di un bambino o un ragazzo.
Il fatto che qualcosa vada storto e questa sintonizzazione a tratti manchi, non significa però che i genitori sono stati cattivi o incompetenti.
Anzi, a dirla tutta, un certo grado di mancanza di sintonizzazione è necessario, altrimenti un qualsiasi bambino si troverebbe davanti ad una versione irrealistica del mondo, in cui tutto va bene e lui non si dovrà mai occupare di gestire la propria frustrazione e trovare il modo di risolvere dei problemi.
Nella maggior parte dei casi, l’idea dei genitori come sola origine dei dolori psicologici di una persona è una semplificazione ridicola e colpevolizzante.
Quello che è sicuramente vero invece e che viene sperimentato da chiunque affronti con senso critico le proprie interazioni con gli altri esseri umani è che è molto difficile prevedere quale effetto abbiano sugli altri i propri comportamenti e atteggiamenti. Ci si trova spesso a tentare di gestire esiti che non potevamo prevedere, sostanzialmente.
Insomma, di norma, se un genitore sa che può evitare di creare ulteriori e inutili fatiche nel figlio, tende a farlo.
Qui può essere utile chiedersi: perché mamma/papà si è comportato diversamente? Che conseguenze ha avuto su di me, su come io vedo me stesso?
Accontentarsi e perdonare i genitori?
Aggiungerei un’altra considerazione preliminare, sul tema: è in qualche misura vero che la maggior parte delle persone che fanno una psicoterapia desidera avere un’immagine globalmente positiva dei genitori.
Avere un rapporto negativo con i genitori è qualcosa che può far sentire una persona sporca, difettata, segnata a vita o anche perennemente arrabbiata.
[È una cosa che può avere delle conseguenze piuttosto significative: minare l’autostima, vergognarsi globalmente di sé o di aspetti molto specifici come il corpo, creare inibizioni e paura nello svolgere attività importanti come il lavoro o, come dicevamo, stimolare una rabbia particolarmente forte].
Tutte queste sensazioni sono piuttosto pesanti da portarsi addosso e anche per questo si può avere una certa voglia di rappresentarsi i propri genitori come “persone che hanno fatto quello che potevano” o come “persone in difficoltà“, ad esempio, così da neutralizzare quella presenza negativa che si avverte dentro di sé.
Certo, in alcuni casi non è così semplice né così netto il cambiamento da un’immagine negativa a un’immagine positiva dei propri genitori. Più spesso, le persone che sono impegnate a risolvere questa difficoltà tendono ad approdare ad un’immagine ambivalente ma più sopportabile dell’esperienza con questi genitori che hanno fatto soffrire.
- “Certo, avrei voluto che si occupasse di più di me, ma alla fine non posso dire che non le voglio bene“.
- “Mio papà non c’era mai, ma sulle cose pratiche, alla fine, mi ha sempre aiutato“.
Una nota: questo è un esempio di come uno stesso pensiero possa essere rappresentativo
- in alcuni casi di una banalizzazione, cioè qualcosa che si dice sostanzialmente per nascondere a se stessi un pensiero doloroso
- e in altri casi possa essere invece l’esito finale di una difficile riflessione su di sé: “vorrei poter chiedere un rapporto più intenso e soddisfacente ai miei genitori, ma la vita non me l’ha reso possibile. Questo ho scoperto che però non mi impedirà di prendere quanto di buono mi possono dare e, soprattutto, di cercare in altre persone una soddisfazione più piena dei miei bisogni emotivi“.
Genitori autocritici: sono cattivo? Sono buono abbastanza?
Quando invece sono i genitori a chiedere aiuto ad uno psicologo, per sé o per un figlio spessissimo temono di venire messi in croce.
Aggiungerei: con una certa frequenza, buona parte di questa condanna l’hanno eseguita già loro.
Quello che accade, cioè, è che arrivano davanti a noi psicologi con delle specie di ammissioni di colpa, relativamente a tutto quello che ritengono di aver fatto di sbagliato.
[Su questo punto ho scritto anche un altro articolo].
Gli psicologi del nostro gruppo di lavoro dedicano una certa quantità di tempo a mostrare ai genitori che il fatto stesso che loro si pongano il problema sia in realtà uno dei fattori più importanti perché i figli possano avere fiducia in loro.
È anche una cosa che aiuta a correggere il tiro nel rapporto con i figli, quando è necessario. Se ci si sente in colpa, un po’, senza essere autodistruttivi, diventa più facile mettersi nei panni dell’altro.
Detto così sembra facile, ma è un messaggio non particolarmente semplice da far passare sul serio, perché i genitori si misurano spessissimo con un senso di colpa invadente, invece, che li spinge ad attribuirsi le responsabilità più varie, riguardo alla sofferenza dei figli.
Distinguere quali sono le situazioni in cui un genitore risulta veramente traumatico da quelle in cui causa magari una sofferenza, ma più facilmente gestibile dalla mente del figlio è una cosa importante sia dal punto di vista dei figli che dal punto di vista dei genitori stessi.
Genitori buoni/genitori cattivi
Prima dicevo che, quando possibile, è desiderabile potersi rappresentare i genitori come qualcuno che non aveva la possibilità di comportarsi in modo diverso e, in ogni caso, come qualcuno che aveva in mente il bene per il figlio. Aggiungevo, poi, che è una cosa importante perché questa rappresentazione dei genitori aiuta i figli stessi a sentirsi più in pace con loro stessi.
Tutto questo è infinitamente più facile se i genitori mostrano indizi dell’interesse a comportarsi in modo positivo per i figli, mostrano le loro debolezze e, ancora meglio, mostrano una capacità di autocritica.
In questi casi, è come se dessero ai figli un appiglio per sentirsi amati nonostante le difficoltà che possono esserci nel rapporto.
Accade di frequente, banalmente, che i genitori vengano messi in crisi dalle reazioni dei figli davanti ad alcuni dei loro comportamenti:
- il distacco emotivo di una madre emotivamente drenata che suscita altro distacco nel figlio;
- conflitti legati all’ansia davanti al suo rendimento scolastico;
- conflitti legati all’ansia di vederlo crescere e chiedere autonomia;
- scontri rabbiosi che alimentano la rabbia nel ragazzo o lo mortificano.
Questa crisi, l’autorimprovero che si dà il genitore è il punto centrale.
Come se la preoccupazione fosse: “Ho paura di aver fatto qualcosa che ha ferito mio figlio, non voglio stia male. Vorrei non averlo fatto e vorrei riparare, adesso“.
Nei genitori “tossici”, cattivi, traumatici, questo appiglio non c’è.
L’assenza di un ragionevole senso di colpa è una caratteristica fondamentale di un atteggiamento di incapacità di prendersi efficacemente cura della mente di un figlio.
Premettiamo: ciascuno di noi ha costantemente bisogno di usare la mente dell’altro per soddisfare i propri bisogni emotivi. Lo facciamo, ad esempio, raccontando le cose che ci angosciano, oppure arrabbiandoci.
Nella maggior parte delle persone e nella maggior parte dei casi, questi pensieri e comportamenti sono controbilanciati da pensieri opposti, di pentimento e soprattutto di cura degli altri, in particolare delle persone a cui vogliamo bene.
Si tratta di un equilibrio in costante movimento in cui controlliamo noi stessi, per così dire,
- per assicurarci di non essere stati troppo cattivi con gli altri (cosa che rischia di farci perdere dei rapporti importanti)
- e per assicurarci anche del contrario però, cioè di saperci prendere l’attenzione degli altri quando necessario, cosa che ci priverebbe della necessaria soddisfazione dei nostri bisogni emotivi.
Esempio del genitore cattivo
Come dicevo, l’equilibrio fra autocritica (col rischio di frustrare i propri bisogni emotivi) e affermazione dei propri bisogni emotivi a possibile danno dell’altro, è delicato. Alcune persone questo equilibrio lo gestiscono male, cioè in un modo che causa sofferenza agli altri e, in definitiva, a loro stessi, perché a causa delle loro azioni rischiano concretamente di trovarsi soli e privi dell’amore degli altri.
Per queste persone, che sono il prototipo del cattivo genitore, l’ascolto dell’altro è problematico, perché viene vissuto come la privazione di un’attenzione che potrebbero ricevere loro.
Se l’altro (il figlio) riceve attenzione si allarmano, si sentono affamati e di conseguenza finiscono per succhiare il sangue al figlio. Quello che intendo dire è che ci sono persone che si sentono così bisognose di attenzione ed affetto che, temendo di non riceverlo, lo estorcono all’altro. Fanno i vampiri emotivi, per così dire.
Spesso non si accorgonono di come venga percepito il loro atteggiamento: semplicemente sentono che è l’unico modo in cui possono ricevere l’attenzione e l’affetto che cercano.
A questo, c’è da aggiungere, si somma una quota di crudeltà più o meno grande e più o meno prevalente. Immaginiamocela così:
“Se io sono spaventato di non poter ricevere affetto, me lo procurerò con la forza, senza avere risorse per interessarmi dei bisogni degli altri. Che io lo riconosca e capisca o meno, sarò un prevaricatore.
Questa mio essere prevaricatore può essere così importante, per me, da farne un’identità. Sono più furbo degli altri, le persone attorno a me sono cattive, quanto e più di me e siamo tutti in lotta per ricevere attenzione da parte degli altri. Devo essere il più forte in un gioco in cui a tutti è richiesto di essere i più forti.
Date queste premesse, non posso che disprezzare le debolezze. Negli altri e in me stesso. Quelle degli altri mi ricordano la mia. È impossibile che non ne abbia, sono un essere umano, ma non posso assolutamente lasciare spazio alla debolezza nella mia vita. Le persone debole mi disgustano e posso solo usarle per affermare i miei successi, umiliandole“.
Chiaramente, la posizione di naturale dipendenza che hanno i figli nei confronti dei genitori li mette in una posizione di bisogno e debolezza che rischia di sollecitare i lati più problematici di chi ha questo genere di difficoltà. Insomma, i figli ne diventano facilmente vittime.
[Il video all’inizio di questa pagina riporta uno stralcio di una discussione avvenuta durante una riunione dello studio. Lì si può vedere uno scambio spontaneo, nato allo scopo di definire quale tipo di genitore ci fosse stato descritto in una certa situazione e tentando di definire quali dinamiche fossero in gioco. Nella parte centrale del video (quella con una cornice bianca) facciamo diversi esempi in merito, parlando anche di alcuni film in cui si ritrovano dinamiche simili.]
Cosa devo pensare dei miei genitori?
Decidere “questo genitore è cattivo, questo è buono“non è una cosa semplice, né senza conseguenze.
Punto primo, può essere difficile identificare con autentica chiarezza quali siano i meccanismi che ci vengono descritti o mostrati da qualcuno.
Punto secondo: dire a un paziente che quello che ha vissuto con un genitore è stato traumatizzante può essere estremamente deleterio, se è lontano dalla verità. Può vittimizzarlo, farlo sentire sbagliato, deprimerlo, insomma, avere effetti negativi su di lui.
Chiaramente, quando queste esperienze ci sono, quando cioè una persona ha vissuto il rapporto con il genitore come traumatico, è importante che diventi in grado di riconoscerlo per imparare a creare delle esperienze migliori per se stesso invece di ripetere all’infinito vecchi traumi.
[Ho scritto altrove degli effetti del rapporto con i genitori sull’autostima]
Dare un’ettichetta, più o meno tecnica, all’esperienza di una persona è solo parte del processo. Cioè, se ci si limita a dire “questo padre è narcisista” o “questa mamma è sadica” è sicuramente qualcosa di utile per uno psicologo, per avere una sorta di promemoria delle dinamiche che gli vengono descritte e delle ricadute di questi meccanismi sui figli, ma non è sufficiente.
Spesso una persona richiede delle definizioni più ricche di sé da una psicoterapia, perché le descrizioni dei propri stati interni sono fondamentali per cambiare: conosco meglio me stesso, quello che mi aspetto dal mondo e, tutte le occasioni che mi perdo per essere amato.
La descrizione dell’esperienza con i propri genitori come negativa o traumatica serve soprattutto ad accorgersi di quando nella vita si incontrano meccanismi simili o quando ci si va a rituffare nelle stesse dinamiche (cosa che è un rischio concreto per chi ne è stato oggetto).
Per i genitori che pensano in modo autocritico al loro comportamento con i figli, invece, serve a capire meglio l’effetto che ha quello che fanno sui figli e, di pari passo, a capire meglio se stessi e le fatiche emotive a cui si è esposti quando ci si prende cura degli altri.
Per quanto riguarda le conseguenze sui figli, l’aspetto fondamentale da tenere a mente, è l’effetto che ha “succhiare il sangue”, sul piano emotivo. Si tratta, sostanzialmente, di non fornire esperienze di riconoscimento dei bisogni del figlio, di negargli cure sul piano emotivo quindi disconfermando la sua esperienza dei suoi stessi bisogni. È utile avere in mente l’immagine di un figlio il cui scopo prevalente sia quello di soddisfare i bisogni emotivi del genitore cattivo e che rischia di creare la sua intera personalità attorno a questo bisogno.
Ad esempio, se una persona convive con la sensazione che sua madre l’abbia fatta volontariamente soffrire, rischia di affrontare le altre relazioni della sua vita con sospetto, spesso senza rendersi conto di costruire a tavolino le condizioni per far fallire i rapporti, così da confermare che le cose andranno sempre e comunque così come è abituata ad aspettarsi.
Un disastro, insomma.
È come dire a se stessi, senza accorgersene: “Io sono sempre stato cercato da chi prendeva cura di me come fonte di soddisfazione dei suoi bisogni emotivi. Quando mostravo i miei bisogni emotivi creavo invece distacco, panico, rabbia o umiliazione. Vuoi vedere che il mio posto nel mondo è questo e che trovo la mia unica possibilità di contatto emotivo se faccio l’eterno servitore delle persone di cui desidero la vicinanza? Certo, tutto questo è doloroso, perché è come ripetere a me stesso che non valgo un accidente“.
Forse mi lamento troppo dei miei… o no?
I racconti di chi vive con la sensazione che la mamma o il papà l’abbiano fatto soffrire, a volte, magari non volontariamente o cercando attivamente di riparare, di risintonizzarsi di costruire un modo per andare d’accordo sono molto diversi. Sono più conflittuali, ad esempio, ci si dà la possibilità di rompere le scatole agli altri per pretendere un riconoscimento dei propri bisogni emotivi… proprio come se si sapesse che è qualcosa che alla fine può arrivare! Il che è un’ottima idea, se si riesce a non tirare troppo la corda con l’altro, a creare troppa tensione, ad esempio.
Per rendere l’idea, possiamo dire che chi ha avuto un rapporto conflittuale con i propri genitori si descrive come arrabbiato, più che schiacciato. Il fatto di poter litigare, come dicevo, suggerisce l’idea che valga la pena discutere (il che è un bene).
Quello che abbiamo descritto in questo articolo è qualcosa di molto diverso dai vissuti della maggior parte delle persone, per fortuna, anche quando in casa c’è una conflittualità molto accesa.
Quello che abbiamo descritto è un atteggiamento che caratterizza una minoranza di genitori che non sono in grado di porsi il problema della sofferenza dei figli.
Tutti abbiamo aree di parziale cecità, parti della nostra esperienza in cui non riusciamo ad entrare in contatto con gli altri, particolarmente quelle in cui gli altri toccano qualcosa che ci fa star male e ci fa un po’ perdere la testa.
Però, di solito, siamo capaci di accorgercene e riparare o di trovare almeno delle strade alternative per far sentire all’altro il nostro desiderio di ritrovare un’esperienza emotiva positiva.
[Vedi ad esempio: ansia per i figli grandi, ansia per i voti dei figli, rabbia verso i figli, mamma che non ce la fa più].
Tutti questi errori normali, che certamente possono far soffrire gli altri, sono ben lontani dallo scempio della mente dell’altro in cui rischia di cadere chi non è capace di accorgersi del male che fa e di tentare poi di porvi rimedio.
Sicuramente, la maggior parte dei genitori che vediamo sono preoccupati di trovare un modo per funzionare meglio come genitori e non per farla franca e trasformare il figlio nella parodia di un soldato, qualcuno di completamente passivo che deve limitarsi a soddisfare i bisogni altrui.