Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Non è detto che la solitudine sia di per sé un problema.
Per poter vivere serenamente la solitudine o per fare qualcosa che renda concretamente meno soli, però, bisogna che siano rispettate alcune condizioni.
Una cosa che caratterizza particolarmente le persone che soffrono di solitudine è la percezione che questa solitudine non sia una scelta, ma qualcosa che viene subìto.
E qui bisogna iniziare ad essere cauti con le spiegazioni, perché questa condizione è sicuramente influenzata da fattori esterni, ma in molti casi non sono i più centrali, i più determinanti.
Io sono uno psicologo e tra l’altro sono sempre stato particolarmente interessato al tema della solitudine.
È una cosa di cui io e le colleghe del mio studio ci occupiamo particolarmente di frequente e con particolare attenzione. Questo fa sì che abbiamo davanti agli occhi molte situazioni di persone in cui alcune caratteristiche psicologiche hanno un ruolo centrale nel creare un terreno favorevole alla solitudine e parlo di queste, sostanzialmente.
A cosa è dovuta la solitudine?
Quello delle caratteristiche psicologiche personali è un fattore particolarmente importante quando si parla di una cosa come la solitudine, perché è qualcosa che rischia di remare contro a ogni iniziativa buona e di buon senso che si può decidere di intraprendere per cavarsi fuori da una situazione difficile come l’isolamento sociale e il sentimento di essere da soli.
Anzi, direi che la cosa più importante che deve fare una persona alle prese con la propria solitudine, forse, è proprio chiedersi se la propria mente, il proprio modo di pensare e costruire relazioni con gli altri contribuisce a questa condizione.
- Provo a spiegarmi meglio: se io per accettare la proposta di lavoro della vita, il famoso treno che passa una volta sola, mi trasferisco, solo, a Hong Kong o in Alaska, è chiaro che incontrerò delle difficoltà sul piano della socializzazione. Magari con sfumature diverse per le due destinazioni e dettate da mille piccoli dettagli, ma non c’è dubbio che potrei trovarmi a dover costruire dei nuovi legami sociali, imparando a scoprire come si incontrano persone in quei luoghi e anche quali sono le persone che possono essere più compatibili con me.
- Qualcosa di simile accade anche se io mi trasferisco ad un centinaio di chilometri dalla mia città natale, o quella in cui ho studiato. Devo ripartire da zero e i miei punti fermi non sono così a disposizione come vorrei.
- Per alcune persone, anche cambiare lavoro rimanendo nella stessa città o fare qualcosa come iniziare un nuovo ciclo scolastico, andare alle superiori ad esempio, è qualcosa di molto vicino all’esperienza che descrivevo in termini estremi con il trasferimento all’estero, distante in termini di spazio e di cultura.
Cos’è, però, che rende più o meno facile cavarsi d’impaccio, trovare un modo per avvicinare gli altri in situazioni del genere? Cos’è che fa sì che alcune persone non si perdono troppo d’animo se si trovano in Alaska e altre approcciano con molta ansia un cambio di ambiente lavorativo o scolastico?
La risposta è che possiamo pensare che ciascuno di noi abbia una capacità personale, più o meno sviluppata, di sentire gli altri come vicini o avvicinabili.
Quanto sei capace di stare solo?
Tutti vediamo intorno a noi che persone diverse reagiscono in modo diverso a situazioni come trasferirsi lontano da casa o anche trovarsi in una situazione nuova, ad esempio iniziare un’attività come un corso di ballo o rimanere isolati dopo una separazione perché gli amici che si frequentavano erano prevalentemente amici vissuti in coppia.
Tutti sappiamo qual è, grossomodo, il nostro grado di disinvoltura quando siamo vicini a persone che conosciamo poco e quanta confidenza ci sappiamo prendere con i nostri amici di vecchia data.
E le storie personali variano moltissimo, su questi punti:
- c’è chi è sostanzialmente un orso bruno con tutti a parte una ristretta cerchia di persone fidate,
- chi tutto sommato con gli amici sta bene ma si imbarazza con le persone nuove
- e chi si sente particolarmente sotto stress ma in situazioni specifiche, come quelle in cui vengono valutate le sue competenze (ad esempio il lavoro) o quelle in cui si ha bisogno di tollerare un certo grado di conflitto con gli altri.
Dal punto di vista psicologico, avere difficoltà nei confronti della solitudine ha a che vedere con meccanismi mentali diversi fra loro.
Come dicevo, parlare di tutto questo è una premessa necessaria, per parlare di modi efficaci per combattere la solitudine. Cioè, bisogna capire quali sono i meccanismi da combattere, se ci si vuole rappresentare la strada da prendere.
Il modo più semplice per capirci qualcosa è provare a pensare quale sia il proprio modo prevalente di vivere l’approccio agli altri.
Ad esempio, ci sono persone che descrivono una fatica ad approcciarsi agli altri dovuta al fatto che le situazioni sociali le fanno sentire molto in ansia, un’ansia che o è difficile da controllare o viene controllata da atteggiamenti di compensazione, come essere particolarmente bruschi o particolarmente amichevoli.
E come si fa a capire quando una cosa del genere è espressione del proprio carattere e quando corrisponde ad una difesa psicologica? Un buon criterio può essere chiedersi se i pensieri e comportamenti su cui ci interroghiamo esprimano il tipo di messaggio che si vuole far arrivare all’altro o se finisce per renderlo meno chiaro. A volte, ad esempio si finisce per allontanare qualcuno che si desidererebbe tenere vicino perché questo desiderio è vissuto come così problematico che ci si comporta in modo scomposto con lui.
Un’altra fonte di difficoltà nel rapporto con gli altri è quella legata a sentimenti depressivi, cioè di quelle situazioni in cui si pensa alle altre persone, particolarmente importanti, come se fossero migliori di sé. A se stessi si tendono ad attribuire invece prevalentemente caratteristiche negative.
Teniamo a mente che stiamo parlando di aspetti più o meno prevalenti in una data persona e che di solito si presentano insieme, con dosaggi diversi. Il sentimento di bassa autostima, ad esempio, è molto vicino a quello depressivo, tanto da poter pensare che sia un’altra faccia della stessa dinamica di svalutazione di sé.
Ha senso pensare alla bassa autostima come a qualcosa di separabile dalla depressione, però, perché alcune persone si sentono caratterizzate più dal fatto di essere indesiderabili che cattive, quindi un termine distinto è utile.
Questa dinamica a cavallo fra sentimenti depressivi e di bassa autostima è particolarmente presente in moltissime persone che soffrono per la solitudine.
Combattere la solitudine: essere senza amici, avere degli amici
Non è questione di quante persone si frequentino: si tratta di sentimenti di solitudine che possono caratterizzare chi ha una rete sociale sia chi è prevalentemente solo.
- Si possono, ad esempio, avere degli amici ma sentirsi molto soli perché si sente di fingere, o di non riuscire ad esporsi con loro, a far conoscere qualche parte di sé che si ritiene impresentabile e che si teme verrà respinta.
- Si può essere in mezzo agli altri ma autoescludersi perché ci si sente diversi, come se si corresse il rischio che la propria vera natura possa essere scoperta e che questo vorrebbe dire emergere come persone diverse e inadeguate.
- Ci si può sentire costretti a simulare, a fare finta di avere caratteristiche che piacciano agli altri, perché mostrare come si è non potrà sicuramente andare bene.
Sia chi è prevalentemente da solo, sia chi si sente da solo ma ha una rete sociale può essere caratterizzato da sentimenti negativi legati alla paura del giudizio degli altri.
Come dicevo, questa è una dinamica spesso centrale per chi porta come tematica fondamentale nella sua vita quella della solitudine, ma ciò non significa che non ci siano altre configurazioni possibili dietro a questo tipo di sentimenti.
Ad esempio, alcune persone vivono le interazioni con gli altri prevalentemente con confusione, cioè facendo fatica a leggerne le intenzioni, come se le paure interiori fossero così assordanti da annullare quasi completamente il mondo esterno. Qual è la differenza? in quest’ultimo caso, la solitudine può essere qualcosa di secondario alla fatica nell’approccio agli altri, ma non qualcosa in cui non si ha fiducia di poter riuscire.
Nelle persone con quei vissuti di cui parlavamo prima, quelli che ruotano attorno alla depressione e alla bassa autostima, è come se le difficoltà con le persone fossero più centrali, come se si fosse particolarmente in lotta con la convinzione di essere incompatibili con gli altri.
Come a dire: è questa la sensazione di cui bisogna liberarsi.
Tra l’altro, in alcune delle persone che vivono questo tipo di sensazione interna di solitudine si trova una sorta di concretizzazione di questo stato interiore di solitudine, come le condizioni di ritiro sociale o hikikomori, in cui una persona si crea le condizioni per esasperare questa solitudine evitando attivamente di frequentare gli altri.
Come combattere la solitudine amorosa
Prendiamo ad esempio il caso della solitudine in amore (non avere un partner), anche solo per avere un’idea più chiara delle dinamiche di cui abbiamo parlato.
Non avere un partner è fonte di forte sofferenza per molte persone.
Molte di queste persone condividono caratteristiche psicologiche simili. Spesso, la possibilità di avere qualcuno al proprio fianco dipende da quanto si è in grado di liberare spazio dentro di sé.
Il disagio a proposito del proprio corpo e del proprio aspetto in generale, cioè quanto si è curati, attraenti, giovani, ecc., tende a giocare un ruolo importante in queste dinamiche.
Si pensa, insomma: “Chi vuoi che mi voglia, se ho questo aspetto qua?“. Ecco, lasciamo stare il tema di quanto l’aspetto fisico incida oggettivamente nella scelta di un partner. È evidente che un ruolo ce l’ha, soprattutto in un epoca in cui si può usare Tinder per iniziare ogni tipo di rapporto amoroso.
Detto questo, quello tasto su cui moltissime persone si incartano, arenandosi sull’idea di avere un aspetto inaccettabile, indecoroso, respingente, in un modo così radicale da lasciare poco spazio alla possibilità di pensare di avere almeno un po’ di margine di lavoro.
Insomma, si tratta di un modo per dire a se stessi che non si ha nessuna caratteristica apprezzabile.
È come dire a se stessi: “Ecco, questa parte di me che mi piace così poco è la prova del fatto che sono indesiderabile“.
Di che indesiderabilità stiamo parlando?
Spesso, chi si sente così, non parla in questo modo solo del proprio aspetto fisico, ma di una miriade di caratteristiche personali. Del proprio carattere, della propria intelligenza, dei propri gusti, di come impegna il tempo libero, della propria storia familiare, e via di questo passo.
Si descrive come un relitto, uno scarto, uno stupido o un pigro.
Insomma, ogni spunto è buono per confermare la tesi di non valere un accidente.
Questo discorso ci permette di vedere un principio fondamentale della solitudine amorosa e della solitudine in generale: una persona è indaffarata a trovare indizi di disprezzo verso di sé e, sostanzialmente, a confermare un’immagine negativa, svalutata di sé.
Il punto è che la vergogna per il proprio corpo e aspetto tende a rappresentare una vergogna per come si è come persone, a 360 gradi o quasi.
Si tratta, insomma, di questioni di autostima, di valutazione negativa di sé che viene lanciata nel mondo: “Nessuna ragazza/nessun ragazzo mi desidera perché sono brutto-indesiderabile”.
…senza riuscire però a rendersi conto del fatto che sentirsi così indesiderabili condiziona la percezione che si ha delle altre persone. Ci si affretta, insomma, a cogliere negli altri qualcosa che si è i primi a pensare di se stessi. Spesso in modo così radicale da fare fatica a capire se l’altro non sarebbe forse più disponibile di quanto non si pensi a mostrare amore.
Il punto è quello: nella vita di una persona che si sente così è successo qualcosa che l’ha convinta di non meritare amore.
Come combattere la solitudine: soluzioni
Bene, fatta questa panoramica, arriviamo al tema delle soluzioni alla solitudine.
Distinguerei due livelli, cioè la soluzione alla solitudine in termini di
- diventare più capaci di avvicinarsi agli altri
- e in termini invece di tollerare meglio la solitudine in sé.
Una cosa determinante, nel primo caso, è la capacità di accumulare successi sociali, riconoscerseli senza svalutarli e sentirsi incoraggiati a correre dei rischi più grandi, rassicurandosi man mano sulle proprie capacità e sulla propria desiderabilità.
Qui sorge un grosso problema, cioè il raggiungimento di uno stato di sufficiente serenità che permetta di correre questi rischi senza avere paura di fare un tonfo tremendo.
Questo diventa possibile nel momento in cui ci si dà la possibilità del successo, cioè quando una persona inizia a pensare, in modo magari molto conflittuale e ambivalente, di non essere poi malaccio e che quindi gli altri possono sentire interesse, curiosità, desiderio e anche attrazione per lei.
Quando una persona inizia a concedersi queste sicurezze -guarda un po’- può iniziare ad avvertire la solitudine come meno problematica. Si può essere soli, in una certa condizione, ma so che gli altri sono a portata, sono raggiungibili. Si pensa: “Posso trovare qualcuno perché agli altri posso piacere, io stesso mi riconosco qualità desiderabili“.
Questa è una dinamica in cui ciascuno trova un proprio punto di equilibrio: quanto è desiderabile il contatto con gli altri, per me? Quanto mi rassicura l’approvazione degli altri? Quanto mi stimola la loro presenza? Quanto bene riesco ad usare il tempo che dedico a me stesso?
Ciascuno decide per sé quale forma abbia questa sicurezza, quanto la solitudine sofferta debba trasformarsi in capacità di stare con gli altri e quanto debba trasformarsi in capacità di stare da soli.
Ma, concretamente, come avviene questa trasformazione?
Direi che sono cambiamenti che avvengono grazie al continuo dialogo che esiste in ciascuno di noi fra l’esperienza che facciamo del mondo e l’esperienza dei nostri pensieri pensieri.
Prima di tutto, è necessario essere emotivamente pronti a correre dei rischi per ottenere una soddisfazione, come cercare un lavoro migliore, farsi avanti con una persona da cui si è attratti o concedersi di fare qualcosa che si riteneva sovradimensionato rispetto alle proprie abilità (alcune persone danno questo valore allo studio, ad esempio).
Contemporaneamente, queste possibilità vanno anche concretamente sperimentate per poter alimentare il senso di sicurezza di cui parlavamo.
La psicoterapia ha proprio questa funzione: certamente permette di elaborare pensieri di autosvalutazione, autocritica, le inibizioni che contribuiscono a creare penose situazioni di solitudine.
Però è ancora più determinante il fatto che, durante una psicoterapia, si sta sperimentando una situazione relazionale con un’altra persona che è lì apposta per stanare assieme a te i momenti in cui emergono quei pensieri e in cui contribuiscono attivamente a creare la solitudine.
Riflettere su cose apparente banali come “Avrei voluto chiedere al terapeuta cosa avevo fatto questo fine settimana, ma non l’ho fatto per paura di essere invadente” oppure “Posso anche credere che gli interessi se gli parlo di esperienze traumatiche, ma se gli parlo di qualcosa che semplicemente mi piace allora si stuferà” è fondamentale.
Servono a fare l’esperienza concreta del fatto di essersi inibiti nel mostrare alcune parti di sé o nel fare delle richieste a causa delle proprie paure, vedere concretamente disconfermate queste paure e, in definitiva, acquisire fiducia di poter correre quei famosi piccoli rischi.
La psicoterapia, insomma, è una specie di palestra in cui ci si allena a combattere la solitudine:
- è una situazione in cui si creano artificialmente delle condizioni di interazione
- e in cui l’interazione con la persona del terapeuta è reale: è l’occasione di parlarci che è creata ad hoc, così come il compito di parlare allo scopo di superare le proprie difficoltà.
- Questo crea delle condizioni ottimali per imparare a gestire un’interazione reale, e migliorare il proprio rapporto con la solitudine.
Ovviamente anche la vita può offrire spontaneamente situazioni che permettono di crescere, ma non è né scontato che accada, né purtroppo si è sempre nelle condizioni migliori per cogliere quelle occasioni.
Insomma, combattere la solitudine è soprattutto una questione di acquisizione delle necessarie sicurezze psicologiche.
Possiamo tollerare l’indipendenza dagli altri, una buona solitudine, nel momento in cui siamo sicuri di poter avere la vicinanza degli altri quando ne abbiamo bisogno, altrimenti la solitudine diventa una necessaria fuga dal giudizio e l’invadenza delle persone che non tolleriamo perché ci fanno soffrire.
Freud insisteva sull’idea di distinguere i problemi psicologici dalla normale infelicità.
La vita, cioè, è fatta di mille occasioni più o meno grandi di sofferenza che è necessario affrontare non tanto perché è bello essere forti e resistenti ad ogni costo, ma semplicemente perché sono inevitabili. Prima o poi si perde qualcuno di caro o si fallisce in qualcosa, insomma. Ecco, l’importante è non soffrire più del necessario solo perché non ci si sente in grado di essere amati quando invece attorno si avrebbero persone piuttosto disponibili a farlo.