Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Che cosa intendiamo per problemi di socializzazione in adolescenza?
Non tutti gli adolescenti che stanno da soli hanno un problema psicologico. Alcuni hanno bisogno di più tempo, più riservatezza, più lentezza nelle relazioni.
Ci sono però situazioni in cui l’isolamento, la paura del giudizio o la difficoltà a stare con i coetanei non sono soltanto una fase. Quando il ritiro si prolunga, quando la sofferenza aumenta o quando il ragazzo smette di cercare davvero il rapporto con gli altri, può essere utile fermarsi a capire meglio cosa sta succedendo.
In questo articolo provo a spiegare da dove possono nascere i problemi di socializzazione in adolescenza, quali segnali osservare e quando è il caso di chiedere aiuto.
Sì, può essere normale. Il punto non è la solitudine in sé, ma il modo in cui viene vissuta: per alcuni ragazzi è uno spazio utile di crescita e riservatezza; in altri casi diventa un ritiro rigido, doloroso e sempre più difficile da interrompere.
La timidezza, da sola, non impedisce necessariamente di desiderare i rapporti e di costruirli. Quando invece un ragazzo soffre molto, evita in modo costante i coetanei o sembra sentirsi senza posto tra gli altri, allora vale la pena osservare più attentamente cosa sta succedendo.
Quando preoccuparsi: segnali da osservare
Può essere utile prestare attenzione se un adolescente:
- evita in modo costante amici, compagni o attività di gruppo
- soffre molto il giudizio degli altri
- osserva i coetanei da lontano, ma non riesce mai a coinvolgersi davvero
- si ritira anche da scuola, sport o uscite
- dice di stare bene da solo, ma appare spento, arrabbiato o molto in ansia
- vive da tempo la sensazione di non avere un posto tra gli altri
- fatica a scrivere ai coetanei o ad accettare un invito anche quando lo desidererebbe
- vive le occasioni sociali come qualcosa che rischia di esporlo o umiliarlo
Questi segnali non indicano automaticamente che c’è qualcosa che non va, ma meritano di essere letti con attenzione.
Nei paragrafi che seguono proverò a chiarire meglio che cosa possono significare.
Di solito quando la difficoltà non è occasionale, ma si prolunga nel tempo, aumenta la sofferenza del ragazzo o restringe progressivamente la sua vita: scuola, uscite, amicizie, iniziativa personale.
Il ruolo dei genitori davanti alle difficoltà sociali del figlio
I genitori che notano che il loro figlio ha difficoltà ad avvicinare gli altri e a mantenere con loro un rapporto positivo spesso vengono presi da un senso di urgenza: bisogna cambiare le cose.
Per diverse ragioni è molto spesso la mamma ad avvertire un senso di responsabilità che la porta a intervenire, facendo da sostegno al figlio in difficoltà e trovando delle soluzioni concrete.
Tali soluzioni talvolta si concretizzano nella ricerca di occasioni sociali per il figlio: proporgli sport, rendersi disponibili a portarlo a feste e occasioni di socializzazione, organizzare incontri con coetanei mediante l’aiuto di altre mamme.
Questi tentativi rischiano di trasformarsi in un cocente senso di frustrazione se vengono sabotati dal figlio, come spesso accade.
I ragazzi che affrontano problemi di socializzazione in adolescenza non hanno difficoltà a crearsi occasioni sociali: hanno paura di affrontarle.
In sostanza, questo significa che molto spesso, quando non sono più spaventati dalla socializzazione, iniziano improvvisamente a essere capaci di capire come fare.
Paradossalmente, esporli a un incontro con dei coetanei prima che sentano di essere pronti può essere controproducente. Fra poco vedremo perché.
C’è un aspetto di questo atteggiamento genitoriale che è molto utile, però: mentre il ragazzo tende a fuggire dal problema, i genitori sentono l’esigenza di affrontarlo e, soprattutto, si impegnano a farlo.
Questo impegno spesso passa per delle considerazioni piuttosto dolorose:
“Forse l’ho tenuto troppo con me.”
“Forse ho sbagliato.”
“Come faccio ad aiutarlo? Sento di non poter fare nulla per lui.”
È importante che i genitori sentano che, se devono affrontare un momento così doloroso, è perché il loro figlio non riesce, e consegna loro la patata bollente.
Gli adolescenti con problemi radicati di contatto con gli altri ne sono così spaventati da sentire soprattutto il bisogno di allontanare il problema… che finisce per diventare il problema dei genitori.
Il risultato è che la tensione e il disagio avvertiti dai genitori sono spesso la migliore chance che questi adolescenti hanno a disposizione.
Perché le soluzioni pratiche, da sole, spesso non bastano
Di solito il proposito di organizzare occasioni di socializzazione per il figlio nasce da una buona intenzione, ma spesso non basta. Se il problema non è la mancanza di occasioni, bensì la paura di affrontarle, il rischio è aumentare frustrazione, senso di colpa o rifiuto.
Spesso non perché non voglia stare meglio, ma perché quelle situazioni lo fanno sentire troppo esposto. Quando la socializzazione è vissuta come pericolosa o umiliante, anche una buona occasione può essere sentita come insostenibile.
Cause psicologiche delle difficoltà sociali in adolescenza
Le difficoltà di socializzazione in adolescenza non nascono sempre da una mancanza di occasioni concrete. Più spesso nascono dal fatto che il rapporto con gli altri viene vissuto come troppo esposto, troppo rischioso o troppo umiliante.
Proviamo a chiarirci le idee sul tema.
La socialità è problematica per ogni adolescente, in un certo senso.
Soprattutto in situazioni di passaggio delicate, come quelle dalle scuole medie alle scuole superiori e da queste all’università o al lavoro, il ragazzo va incontro alla necessità di ricollocare sé e gli altri nel mondo.
“Sono una persona capace e interessante per gli altri?“
“Verrò accettato dagli altri?”
Ciascun adolescente si ingegna, a suo modo, per rispondersi.
Esemplifico con alcune vignette:
Attenzione: sono estremizzazioni. La mente non funziona in modo così schematico. Però sono d’aiuto per capire di cosa stiamo parlando.
- Qualche ragazzo diventa sicuro e popolare: il problema di piacere non esiste, sono gli altri che lo cercano.
- Qualcuno sente di non avere le caratteristiche adatte a diventare super-popolare: in un bel gruppo di ragazzi simili a lui si sentirà a suo agio.
- Qualcuno si butta a capofitto sullo sport, la lettura o i videogiochi: ci sono cose più importanti e interessanti per cui vale vivere, e queste passioni assicurano contatti con persone che hanno passioni simili.
- Qualcuno cerca rapporti a due, anche di coppia: sente che basta essere in due perché il proprio mondo sia pieno.
Queste storie personali sono condite da numerose attività fatte in gruppo, con persone simili a sé, con cui si impara chi si è mentre si guarda gli altri.
Inoltre, in tutti i casi, le cose sono lontane dall’andare sempre bene. I gruppi si dividono, i migliori amici si perdono, le relazioni finiscono bruscamente: ciascun adolescente sperimenta.
E ricostruisce.
Trovare le risorse interne per riuscire a trovare nuove occasioni sociali, nuovi amici o una persona che pensi ti voglia bene sul serio fa parte dei compiti dell’adolescente. Si tratta di trovare un modo creativo per superare le difficoltà.
Siamo arrivati al nocciolo: nei ragazzi che hanno veri problemi di socializzazione in adolescenza questo non succede.
Quando il rapporto con gli altri viene sentito come pericoloso
Perché un ragazzo non riesce a stare con gli altri?
Eppure è così vitale, per un adolescente.
Dobbiamo essere più precisi, però: la cosa che è vitale per un adolescente è il fatto di avere un rapporto positivo con gli altri.
Quando un ragazzo pensa che questo rapporto non possa essere positivo inizia a vedere le relazioni sociali come pericolose.
È come se negli anni raccogliesse degli indizi: sa che qualcosa non funzionerà.
Negli anni quell’adolescente inizia a pensare che tutto questo dipenda soprattutto da lui.
Inizia a pensare di non poter avvicinare gli altri, che gli altri non siano interessati a lui o che gli manchino delle qualità fondamentali per riuscire nel contatto con gli altri.
Paura del giudizio e bassa autostima
Molti adolescenti con difficoltà sociali non smettono di desiderare il rapporto con gli altri. Smettono piuttosto di sentirsi abbastanza sicuri per affrontarlo.
La paura del giudizio è un elemento fondamentale in adolescenza. Ogni adolescente si deve chiedere quanto sia compatibile con gli altri, quanto sia attraente per gli altri.
È il percorso che tutti compiamo per integrarci nella società: in parte manteniamo la nostra originalità e in parte la sacrifichiamo per vivere in armonia con gli altri, o almeno con buona parte di loro.
Per poter raggiungere questo obiettivo, però, ciascun adolescente deve avere una dose sufficiente di fiducia dentro di sé. Di autostima, insomma.
La mancanza di autostima produce nell’adolescente la paura di valere poco, di essere destinato a non attirare la curiosità degli altri.
Insicurezza e ansia sociale
Come la paura del giudizio, anche l’insicurezza è una dimensione fondamentale dell’adolescenza e della vita in generale. Pensiamola come un altro modo di vedere la stessa cosa.
Abbiamo visto che una bassa autostima rischia di far sì che l’adolescente tema le reazioni degli altri: si giudica negativamente e quindi non riesce a pensare di poter piacere.
Un’insicurezza eccessiva, invece, fa sì che l’adolescente metta se stesso continuamente in discussione. Ha paura di fare figuracce e di risultare ridicolo.
L’ansia sociale in adolescenza (o fobia sociale) è l’altra faccia della stessa medaglia.
È un altro modo di vivere i dubbi su di sé, cioè prevalentemente attraverso gli altri e attraverso quello che le situazioni sociali fanno provare.
Questo adolescente non si sente in grado di affrontare il mondo sociale, lo teme e, di conseguenza, tende ad evitarlo.
È qualcosa che parte da lui e che ritrova confermato a ogni interazione fallita.
Un dolore continuo.
Come spiegavo prima, la fobia sociale in adolescenza si manifesta spesso sotto forma di fobia scolare.
Nel video parlo di adolescenza e relazioni sociali, di come gli adolescenti siano preoccupati della percezione che gli altri hanno di loro e di come tentano di modificarla.
Spesso sì. Il problema, in questi casi, non è l’assenza del desiderio di legame, ma il fatto che quel legame venga vissuto come troppo rischioso, troppo esposto o troppo mortificante.
Non proprio. Sono aspetti molto vicini: la bassa autostima riguarda il modo in cui l’adolescente valuta se stesso; l’ansia sociale riguarda più direttamente ciò che prova nelle situazioni relazionali e il timore del giudizio o della figuraccia.
Quando i problemi di socializzazione sono seri
I problemi di socializzazione diventano seri quando non producono solo fatica, ma un vero blocco evolutivo. Il ragazzo non sperimenta, non ricostruisce, non riesce più a rimettersi in movimento.
Ci sono ragazzi che:
- non sanno come avvicinare i coetanei
- non escono mai di casa
- sentono intimamente che ogni tentativo di contatto finirà con un’esperienza umiliante
- vengono allontanati dai coetanei, anche quando provano un approccio
- sono così timidi da essere inavvicinabili, cioè si comportano in modo respingente
- respingono ogni tentativo di avvicinamento, perché ne sono terrorizzati
- quando si prova ad aiutarli diventano rabbiosi e violenti, anche fino a picchiare i genitori
Quando un adolescente vive una situazione in cui prevalgono di gran lunga i fallimenti sociali e, soprattutto, questi fallimenti si ripetono come se non fosse in corso nessuna sperimentazione, ma un dannoso circolo vizioso, il ragazzo va aiutato.
Quando questa condizione si prolunga, il ragazzo rischia di sentirsi sempre più bloccato. La vergogna aumenta, la fiducia in sé si riduce, il rapporto con i coetanei appare ancora più pericoloso e il ritiro tende a irrigidirsi. Non è certo qualcosa che accade a tutti, ma è una dinamica abbastanza frequente da meritare attenzione.
Scuola, ritiro sociale e fobia scolare
Quando un adolescente ha difficoltà sociali profonde, la scuola spesso non è la causa del problema: è il luogo in cui il problema si mostra con più evidenza.
Perché la scuola diventa il teatro della difficoltà
Prima di passare oltre, cito un aspetto fondamentale.
Gli adolescenti passano una parte considerevole del proprio tempo a scuola o impegnati in attività collegate alla scuola: compiti e contatti con i compagni di classe sono anche attività che implicano il confronto con gli altri e la necessità di misurarsi con un giudizio.
Per ragazzi con problemi di socializzazione, la scuola è un luogo che propone molti compiti sociali difficili (vedi Kearney et al 2008).
Interagire con i coetanei, interagire con i professori, mostrare competenze, essere esposti nelle proprie fragilità: tutto questo può diventare gravoso, quando un ragazzo è in difficoltà.
Se vogliamo essere d’aiuto al ragazzo, però, questo problema va visto come l’effetto delle sue fragilità: se non saltasse fuori a scuola, salterebbe fuori altrove.
La scuola diventa il teatro di espressione delle sue difficoltà.
Quando un ragazzo sta male, spesso la scuola “salta”. Il rendimento cala, fa fatica ad andare a scuola o non sopporta proprio di andarci. Questo è particolarmente vero nel caso delle difficoltà di socializzazione.
Qui ho scritto un articolo più dettagliato sulle difficoltà scolastiche in adolescenza.
Bullismo, evento scatenante e fragilità preesistenti
Perché accade tutto questo? La scuola offre moltissimi spunti per l’espressione delle difficoltà del ragazzo.
In alcuni casi, ad esempio quello dell’hikikomori o ritiro sociale, la difficoltà a incontrare gli altri può essere così radicata da far sì che il ragazzo rifiuti del tutto la scuola, passando molto, o tutto, il tempo ritirato in camera.
Parlare di fobia scolare, in questi casi, rischia di confondere le idee, perché è un’etichetta che non aiuta molto a capire come mai la scuola rappresenti un problema.
Sarebbe sbagliato pensare che il problema sia la scuola in sé o che sia semplicemente lo studio.
Allo stesso modo, è frequente partire con una sorta di “caccia” all’evento scatenante, ad esempio un episodio di bullismo.
In ogni situazione di difficoltà di socializzazione possono esserci fattori acceleranti, o anche una sorta di ultima goccia che fa traboccare il vaso, come una scuola particolarmente severa o compagni particolarmente cattivi (vedi ad es Salmivalli 2010).
La cosa da chiarire, però, è fondamentalmente questa: quante risorse ha mio figlio per affrontare le difficoltà della sua età?
Il problema viene da dentro.
Isolamento, timidezza e bisogno di stare da soli: non sono la stessa cosa
Non tutti i ragazzi che stanno molto da soli sono davvero isolati. In alcuni casi c’è introversione, timidezza o bisogno di riservatezza; in altri casi, invece, c’è il desiderio di stare con gli altri accompagnato dall’incapacità di riuscirci.
Tipologie di isolamento
Abbiamo visto che sarebbe assurdo aspettarsi che un adolescente non abbia difficoltà di socializzazione di nessun tipo. “Un adolescente si imbarazza”: è quasi uno stereotipo.
La crescita normale dell’adolescente prevede questo tipo di dubbi e difficoltà: sviluppare una buona capacità di integrarsi nel contesto sociale è un obiettivo dello sviluppo.
Non ci dimentichiamo, poi, che ciascuno di noi ha una personalità diversa, che dipende sia dalla storia personale sia da elementi biologici.
Ho scritto un articolo specifico sull’origine della timidezza normale e problematica.
L’introversione, il piacere di stare da soli a fare le proprie cose e anche la timidezza sono cose che molte persone vivono serenamente. (Vedi ad es. Wang et al. 2013 sulla differenza fra preferenza per la solitudine e l’evitamento sociale motivato dalla paura)
Molti adolescenti con queste caratteristiche possono fare fatica a trovare un gruppo di riferimento, magari piccolo e tranquillo, ma quando lo trovano è sostanzialmente la dimensione giusta per loro.
L’isolamento è una cosa diversa. Essere isolati vuol dire avere il desiderio di stare con gli altri e non sapere come fare.
Essere isolati vuol dire sentire un blocco che impedisce di essere felici.
La differenza non sta soltanto nel tempo passato da solo. Sta soprattutto nel fatto che quella solitudine sia scelta e vissuta serenamente, oppure accompagnata da blocco, sofferenza, vergogna e desiderio frustrato di avere rapporti.
E se alla base ci fosse una neurodivergenza?
Oggi si parla sempre più spesso di neurodivergenze in adolescenza e in tutto il corso della vita. È un’attenzione certamente utile: per i ragazzi autenticamente neurodivergenti, capire che la propria mente funziona in modo diverso rispetto alla maggioranza rappresenta un grande sollievo. Permette di comprendere se stessi e di evitare inutili autocolpevolizzazioni (“non sono capace!” “Non sono bravo quanto gli altri!”).
L’importante movimento internazionale per il riconoscimento delle neurodivergenze negli anni ha avuto un certo successo nel portare l’attenzione pubblica su questo tema.
Questo ha probabilmente contribuito a far sì che alcuni genitori si chiedano se le difficoltà di socializzazione del figlio vadano ricondotte ha un funzionamento neurodivergente, in particolare di autismo di livello uno.
Distinguere fra le due cose non è così semplice a prima vista, perché sia l’autismo che le difficoltà risocializzazione che descrive in questo articolo hanno a che fare con i problemi nel rapporto con gli altri.
Guardare oltre al sintomo
Se ci fermiamo a osservare solo il comportamento, come ad es. l’adolescente che sta chiuso in stanza, rifiuta le uscite o fatica a fare amicizia, sulla carta i due quadri possono sembrare quasi identici.
In realtà stiamo descrivendo due mondi molto diversi. Ciò che cambia è la funzione che viene svolta dalle difficoltà di quel ragazzo.
- Quando prevale una matrice neurodivergente: la difficoltà risiede ad esempio nella fatica di sostenere il carico sensoriale o cognitivo che la socialità comporta. Il ragazzo può desiderare la compagnia dei coetanei, ma le interazioni prolungate richiedono uno sforzo consapevole di adattamento (masking; vedi Hull et al. 2017) che porta a un rapido svuotamento delle energie (autistic/social burnout; vedi Raymaker et al. 2020).
- Quando la matrice è emotivo-relazionale: le competenze sociali per interagire e comprendere gli altri sono presenti, ma il contatto con i coetanei viene vissuto come pericoloso, minaccioso o umiliante. L’isolamento sociale diventa una difesa per proteggersi dalla paura del giudizio e dal senso di inadeguatezza.
Si tratta di spiegazione completamente diverse per comportamenti simili. È importante, quindi, fare una valutazione che metta a confronto le due ipotesi quando necessario, cioè quando ci sono segnali di un’effettiva ambiguità.
Bisogna tenere conto del fatto che in molti casi non è sufficiente fare un test: molti strumenti diagnostici hanno una specificità ridotta, soprattutto quando devono distinguere l’autismo da altre difficoltà psicologiche.
Questi strumenti, cioè non sono in grado di distinguere efficacemente ciò che è autismo da ciò che può essere spiegato in altro modo.
Il problema è particolarmente evidente quando si provano a misurare le manifestazioni di difficoltà nella comunicazione sociale, che non sono specifiche dell’autismo e possono essere influenzate da ansia sociale, depressione, situazioni psicopatologiche complesse, traumi, ecc (vedi ad es. Ashwood et al 2016; Jones et al 2021).
Difficoltà simili si hanno anche nel distinguere autismo da altri problemi psicologici in generale se i test vengono somministrati a persona con altri problemi psicologici (Brugha et al. 2020) e, più in generale, nel rischio di attribuire un autismo a persone non autistiche (cioè falsi positivi in persone più probabilmente ansiose; vedi Greene et al. 2021)
Perché è importante distinguere
Distinguere correttamente fra queste diverse possibilità è importante non solo per dare al ragazzo una spiegazione più accurata di ciò che gli sta accadendo, ma anche perché da questa valutazione dipende il tipo di aiuto che può essergli più utile.
Anche un adolescente con difficoltà di socializzazione del tipo che abbiamo descritto finora può evitare di guardare negli occhi, parlare poco, non salutare spontaneamente, intervenire raramente nelle conversazioni, non invitare i coetanei a uscire, rispondere in modo breve e apparire rigido o impacciato durante un’interazione.
Se lo scambiamo per un ragazzo autistico, rischiamo di proporgli un intervento di natura comportamentale pensato per migliorare le abilità sociali del tipo che può essere molto d’aiuto ai ragazzi autistici… ma non a chi ha (ad esempio) ansia sociale!
L’intervento “sbagliato” si concentrerebbe sull’aumentare il contatto oculare, prendere più spesso l’iniziativa, sostenere più a lungo una conversazione, imparare alcune strategie per iniziarla o aumentarne la frequenza.
Ripeto, tutte cose che possono aiutare un ragazzo autistico ad avvicinarsi agli altri… ma che purtroppo non sono d’aiuto nell’affrontare la paura del giudizio e l’ansia che spesso caratterizzano le difficoltà di socializzazione.
Il rischio principale, quindi, è quello di concentrarsi soprattutto sulla performance sociale esterna senza intervenire a sufficienza sui processi che “generano” le difficoltà sociali.
Basandomi sulla nostra esperienza clinica, aggiungerei che il rischio ancora maggiore è quello di rinforzare nel ragazzo l’idea che debba apparire in un determinato modo per essere beneaccetto agli altri. Una cosa che è l’esatto contrario di ciò di cui hanno bisogno questi ragazzi.
Social media, smartphone e pressione sociale
Lo smartphone, da solo, non spiega i problemi di socializzazione. Il punto è capire che funzione assume nella vita di quel ragazzo: ponte verso gli altri, confronto continuo, rifugio, oppure modo per spegnere il pensiero.
L’ambiente in cui è immerso l’adolescente ha un ruolo in tutto questo.
Abbiamo già visto che la scuola crea naturalmente una pressione sociale.
Non è l’unico fattore del genere.
Qui, ad esempio, entra in gioco il tema: si stava meglio quando non c’erano gli smartphone. O meglio: se non ci fosse il telefono, questi ragazzi uscirebbero di più?
In breve, di solito no. Sicuramente trovano nel telefono un modo di occupare il tempo che non dedicano a uscire.
Se si va nel dettaglio e si fa attenzione a quello che fanno con il telefono, o più in generale online, si scopre che:
- o fanno qualcosa che permette loro di frequentare coetanei, come giocare online, e possono costruire rapporti significativi con loro
- o non lo usano per incontrare altri, ma almeno per trovare degli stimoli, qualcosa che permetta loro di conoscere meglio se stessi e il mondo. Un esempio: immergersi nel mondo della musica ascoltata dai propri coetanei è qualcosa che, indirettamente, dà competenze sociali
- oppure provano a carpire qualche informazione sui coetanei, come succede quando passano molto tempo su Instagram a vedere cosa fanno gli altri, e loro no
Spesso fanno dei confronti, insomma, e tentano di capire che posto hanno nel mondo:
“Come dovrei atteggiarmi?”
“Come dovrei vestirmi?”
“Che musica dovrei ascoltare?”
“Ce la posso fare a fare queste cose?”
Sicuramente gli adolescenti oggi sono molto esposti a questo tipo di confronti e possono essere messi particolarmente sotto pressione da essi. Oggi i social e, più in generale, internet forniscono un’infinità di occasioni per dubitare di se stessi.
Oggi si parla di FOMO per indicare la sensazione di tensione e perdita davanti al fatto di vedere, soprattutto sui social, che gli altri fanno cose da cui si è esclusi.
Una buona definizione del termine FOMO, fear of missing out, potrebbe essere proprio questa: paura di perdere quelle occasioni che mi rendono socialmente al pari degli altri e mi danno la possibilità di esserne orgoglioso.
Insomma, lo smartphone impone agli adolescenti di oggi un peso sociale consistente… ma molti adolescenti imparano a portarlo. Guardano gli altri, sentono la pressione di mettersi al passo e trovano un modo di farlo.
Altri no. Ecco il punto: quali sono le capacità di tolleranza e gestione dello specifico adolescente che abbiamo davanti?
Quando il telefono diventa un rifugio
I ragazzi con difficoltà di socializzazione fanno un uso diverso del telefono. Queste sono le cose da osservare, ed è molto meglio fare attenzione alle difficoltà specifiche che preoccuparsi dell’uso del telefono e di internet in sé.
I ragazzi con difficoltà di socializzazione:
- giocano online, certo, ma non riescono a stringere legami significativi con gli altri nemmeno lì. Giocano soli, oppure formano relazioni fragili, che pure potrebbero evolvere
- usano i contenuti che trovano su internet per rimuginare sull’immagine negativa che hanno di se stessi o per tentare di costruirsi un’immagine positiva
- possono guardare contenuti in cui altri ragazzi si vantano di avere le caratteristiche fisiche fondamentali per essere desiderabili, oppure, al contrario, mostrano i loro insuccessi, attribuendoli alla genetica
- possono essere spinti dai contenuti che trovano online a fare cose come esercizi per definire maggiormente la mascella, sempre nell’ottica di diventare più desiderabili
- possono anche reagire dicendo in blocco che queste attività sono tutte sciocchezze, che loro sono superiori, che è molto meglio stare soli o cose simili. Il problema è che così rischiano di far finta che il tema di essere o meno attraenti non li tocchi minimamente, mentre di solito non è così
Questo tipo di cose, però, gli adolescenti le hanno sempre fatte. Se ne trovano tracce in ogni forma di letteratura. Quello che cambia è soprattutto il mezzo. È importante non condannare il mezzo e basta, dimenticandosi di come sono fatti e di come sono sempre stati fatti gli adolescenti.
(Un piccolo esempio dalla letteratura greca antica: Automedon, epigramma 326)
Un’ultima funzione svolta dal telefono, da internet e anche dai videogiochi è questa: spegnere il pensiero. Per alcuni ragazzi pensare è pesante perché è doloroso, e possono diventare importanti attività che aiutano a spegnere temporaneamente il pensiero (vedi Nesi et al. 2018).
Ho scritto un approfondimento sull’uso problematico dello smartphone negli adolescenti.
In casi di utilizzo dello smartphone come questi, è chiaro che stiamo parlando di adolescenti in difficoltà, che stanno male.
Di solito non è utile pensarlo come il problema in sé. È più utile chiedersi se stia funzionando come ponte verso il mondo oppure come rifugio da un’esperienza sociale vissuta come troppo dolorosa.
Non necessariamente. Se la difficoltà riguarda soprattutto vergogna, paura del giudizio o senso di inadeguatezza, togliere il mezzo non risolve automaticamente ciò che il mezzo sta cercando di coprire.
Quando preoccuparsi per l’isolamento
Ha senso preoccuparsi quando un adolescente non attraversa solo una fase di chiusura, ma sembra rimanere sempre più intrappolato nello stesso modo di evitare, vergognarsi e tirarsi indietro.
Ha senso preoccuparsi per questi ragazzi quando sembrano intrappolati nell’isolamento.
Abbiamo visto che alcuni adolescenti vorrebbero socializzare con gli altri ma non sanno come fare. Hanno difficoltà a fare amicizia e non sanno come approcciare i coetanei.
Hanno soprattutto paura di fare figuracce, quindi preferiscono non scrivere agli altri e anche rifiutare proposte di uscita che non saprebbero gestire.
Il prototipo dell’adolescente che non esce di casa rappresenta proprio una situazione in cui vediamo un ragazzo che si è nascosto dietro una barriera protettiva. Non esce così non si creano situazioni potenzialmente mortificanti.
Se abbiamo visto che periodi di isolamento sociale nei ragazzi possono essere normali, le caratteristiche che ho appena elencato, soprattutto quando si protraggono nel tempo, devono far pensare a qualcosa di diverso.
Devono far pensare ad adolescenti bloccati, ai quali non basta una “buona occasione” perché la situazione evolva.
Anche se si fa qualcosa di pratico, la situazione non può cambiare davvero, perché il loro vissuto rimane sempre lo stesso. Si vergognano e pensano di non essere adeguati e, fino a che non riescono ad affrontare questo vissuto, è più probabile che le iniziative pratiche falliscano.
Ci capita di vedere genitori che insistono perché il figlio svolga le attività più varie o che, presi dall’ansia, organizzano incontri e uscite alle sue spalle. Tutto questo non serve. Praticamente mai (anzi, può far aumentare l’ansia sociale, come studiato da Lebowitz et al 2014; può far aumentare anche il ritiro sociale: vedi Lin et al 2020).
Anche se questi ragazzi svolgono queste attività, tendono spesso a farlo per via del senso di colpa che provano nei confronti dei genitori o perché sanno che si tratta di qualcosa di utile.
Non riescono però a trasformarlo in un’abitudine, in qualcosa che ripeteranno perché l’insicurezza che provano è troppo forte e si mangia interamente il piccolo progresso che hanno saputo conquistare.
Di solito l’insistenza da sola non basta, e spesso peggiora la frustrazione. Se il problema è la paura di sentirsi inadeguato o umiliato, una proposta pratica non diventa automaticamente una vera possibilità.
Perché il punto, in questi casi, non è l’occasione in sé. È il vissuto con cui quel ragazzo entra nell’occasione: vergogna, timore del giudizio, aspettativa di fallire.
Quando chiedere aiuto a uno psicologo
Ha senso pensare a un aiuto psicologico quando un ragazzo non è solo in difficoltà, ma appare bloccato: non riesce a sperimentare, non riesce a riprendersi dopo i fallimenti sociali e sembra sempre più chiuso nelle stesse paure.
Quale psicoterapia per un adolescente con difficoltà di socializzazione?
Come forse saprai, esistono varie forme di psicoterapia che possono essere applicate ai problemi relazionali in adolescenza. Fare una sorta di gara su quale sia più efficace è ridicolo.
I ricercatori in psicoterapia oggi tendono a sottolineare che psicoterapie diverse hanno un’efficacia equivalente nella riduzione dei sintomi in varie forme di difficoltà e disturbi psicologici. Alcuni esempi di letteratura sull’efficacia di metodi psicoterapeutici diversi: link 1, link 2, link 3.
Se ci si trova davanti a uno psicologo formato in modo adeguato, sia nel senso della formazione di base sia dell’esperienza con specifiche problematiche, il suo lavoro sarà capace di dare dei risultati.
C’è un però. La ricerca oggi è in grado di rispecchiare solo alcuni aspetti dell’esperienza di chi lavora a stretto contatto con i pazienti.
Tutti gli psicologi con un minimo di senso critico vedono pazienti che sono in grado di aiutare, di solito la maggior parte delle persone che si rivolge a loro, e alcuni pazienti che invece sono meno compatibili con il loro metodo di lavoro.
Due considerazioni:
- essendo consapevoli dell’importanza dell’incontro fra terapeuta giusto e paziente giusto, io e i miei colleghi di TuoPsicologo facciamo particolarmente attenzione alla fase iniziale di consultazione. È importante capire quali sono le caratteristiche di un ragazzo, se ha bisogno di aiuto e di quale aiuto. Per il bene del paziente, e della nostra stessa reputazione, prendiamo in carico solo situazioni di cui riteniamo di poterci occupare efficacemente;
- detto questo, ci capita raramente di dover indirizzare qualcuno altrove. Sostanzialmente, questo accade perché i pazienti, e le loro famiglie, selezionano spontaneamente gli psicologi anche in base alla natura delle proprie difficoltà e delle proprie caratteristiche di personalità.
Ci sono ragazzi, ad esempio, che sono attivamente motivati a cambiare e che sono, in un certo senso, focalizzati sul sintomo. Vogliono tecniche precise e mirate e non gradiscono più di tanto di andare oltre questo tipo di formulazione del problema.
Però non siamo fatti tutti allo stesso modo.
La descrizione che trovi qui delle difficoltà di socializzazione in adolescenza rappresenta già una sorta di sotto-popolazione di tutti i ragazzi che hanno problemi di ansia sociale o di autostima.
Sostanzialmente, questa è una descrizione di quel gruppo di ragazzi che tende a rispondere bene proprio al tipo di psicoterapia di cui mi occupo io e si occupano i colleghi di TuoPsicologo: la psicoterapia psicoanalitica.
Insomma, il punto fondamentale è questo: tutte le psicoterapie serie possono essere efficaci, ma, quando si guarda ai singoli adolescenti, alcuni rispondono meglio a un tipo di psicoterapia e altri a un altro, sulla base delle loro caratteristiche di personalità e di come si esprimono le loro difficoltà.
Di solito ha senso pensarci quando il ragazzo non riesce più a rimettersi in movimento da solo, quando il ritiro dura nel tempo o quando le difficoltà sociali iniziano a compromettere scuola, relazioni, iniziativa e qualità della vita.
Conta molto anche la compatibilità tra quel ragazzo e quel terapeuta. Per questo la fase iniziale di orientamento è importante: serve a capire non solo se c’è bisogno di aiuto, ma anche quale aiuto abbia più senso.
Questo va capito insieme allo psicologo che incontra quel ragazzo. Fare domande è utile: aiuta a capire meglio il senso del lavoro proposto e dà più elementi per valutare se ci sono le condizioni per avere fiducia nel percorso impostato.
Come funziona la psicoterapia psicoanalitica in questi casi
In questi ragazzi il problema non è l’assenza di qualità personali, ma la difficoltà a sentirsi abbastanza sicuri da mostrarle nel rapporto con gli altri.
Questi adolescenti hanno una gran voglia di sentirsi bravi e capaci.
Non a caso, all’interno di rapporti a due, un po’ protetti e senza pressione, tendono a rivelare la normale creatività e vivacità che ci si attende da un adolescente.
Ne sanno qualcosa i genitori che, sotto alla facciata scontrosa e solitaria, colgono tutte quelle caratteristiche positive che vorrebbero veder fiorire in loro figlio.
Anche io, quando lavoro in psicoterapia con questi ragazzi, so di trovarmi in una situazione privilegiata. Mi si mostra una persona ricca e interessante che però faticherà a mostrare le proprie qualità una volta finita la seduta.
Al di fuori di quel rapporto privilegiato, infatti, è più difficile prendersi lo spazio per conoscersi e mostrarsi nei propri aspetti positivi e negli inevitabili aspetti negativi.
Quando questi ragazzi iniziano a tollerare le proprie imperfezioni e a non tentare disperatamente di nasconderle agli altri, allora iniziano a smettere di scappare dal mondo intero e a riavvicinarsi ai rapporti con gli altri, a uscire un po’, a tollerare di mettersi alla prova.
Quest’ultimo aspetto è fondamentale.
Come abbiamo visto, questi ragazzi sono pieni di vergogna e, fino a che questa vergogna non si attenua, non riescono a mettersi alla prova.
La psicoterapia psicoanalitica offre un’occasione per affrontare efficacemente questo tipo di problemi proprio perché le dinamiche relazionali possono diventare il centro del lavoro terapeutico.
Questi ragazzi sono solitamente caratterizzati da una serie di pensieri automatici sull’altro: “Starà pensando che quello che ho detto è irrispettoso”, ad esempio. Molto del lavoro terapeutico consiste proprio nello smontaggio di queste situazioni relazionali sostanzialmente punitive.
Il terapeuta potrebbe rispondere:
“Ma scusa, mi chiedi scusa per essere arrivato cinque minuti in ritardo e mi dici che è una cosa che non si fa. Però tu sei sempre puntuale e ci tieni a questi colloqui. Perché dovrei arrabbiarmi così tanto con te? Mi sembri molto severo verso te stesso. Ad esempio, quando Giovanni ti ha chiesto [qui ci si collega a un episodio specifico] hai reagito allo stesso modo”.
Oppure: “Certo che puoi bere un bicchiere d’acqua: ci vediamo online, sei a casa tua, farai un po’ quello che ti pare. Che diritto ho di dirti di no?”.
Questo tipo di dinamiche è importante perché sono le stesse che ritrovano con i coetanei.
Paziente: “Non dico mai nulla in classe perché sembro un idiota”.
Terapeuta: “Ma siamo sicuri? Oppure sei tu che ti consideri sempre e comunque un idiota e che sei così pieno di paura che non riesci a vedere sul serio cosa pensano gli altri?”.
Questi meccanismi restano quelli fondamentali anche quando una situazione presenta degli aspetti critici, come la difficoltà ad andare a scuola.
Abbiamo visto tante situazioni in cui il tentativo di accelerare il ritorno a scuola è stato fallimentare e ha reso anche meno accessibile il ragazzo. Questo è un messaggio molto difficile da mandare ai genitori: devi aspettare senza fare pressioni, se vuoi che stia meglio, perché tutti noi ci sentiamo più bravi quando facciamo attivamente qualcosa che dovrebbe ottenere un certo risultato.
Ma, con questi ragazzi, non è così.
Trovare soluzioni per la fobia scolare che gli ha fatto perdere tanti giorni di lezione o trovare un modo perché esca almeno un pochino sono cose da affrontare in modo strategico.
“Tu stesso hai voglia di avere una vita più serena e vuoi diventare più capace di stare con gli altri. Se fai delle prove, se corri il rischio di scrivere a qualcuno, ad esempio, devi sentire che ha senso e che puoi imparare qualcosa, indipendentemente dal risultato. Se sei troppo frustrato dai risultati, rischi di non farlo più e basta, di confermare le tue paure e basta. E invece, insieme, possiamo coltivare la fiducia nel fatto che il mondo attorno a te sia meno ostile di quello che pensi”.
Bisogna, insomma, lavorare soprattutto sull’autostima e sull’ansia sociale perché altri problemi, come il fatto di non riuscire a mettersi alla prova, si riducano progressivamente.
C’è bisogno di una certa intimità relazionale sicura, per fare questo. A questo proposito, nonostante io sia un entusiasta terapeuta di gruppo, molto spesso il gruppo non è una buona idea per questi ragazzi, almeno all’inizio. Crea troppa ansia e non dà modo di fare tutti quegli esperimenti relazionali che in due si possono fare, particolarmente in un contesto costruito apposta per questo, come quello della psicoterapia psicoanalitica.
Ruolo di genitori e insegnanti
Il compito degli adulti, in questi casi, non è spingere di più, ma reggere meglio: sostenere, aspettare, cogliere i momenti di apertura e non trasformare ogni difficoltà in una pressione.
Genitori e insegnanti hanno un ruolo faticoso in tutto questo.
Aspettare, essere di sostegno e non fare fretta.
È un ruolo che per certi aspetti è soprattutto passivo, come sopportare anche per periodi lunghi di non fare pressioni, di non colpevolizzare l’uso dei social senza prima averne capito la funzione.
I genitori, soprattutto, devono essere recettivi ai momenti in cui questi ragazzi si mettono a nudo, raccontando in modo più diretto del solito le loro difficoltà.
Qui non bisogna affrettarsi a negare tutto: “sei così bello/intelligente/interessante”. Lui non si sente così. Va aiutato in una valutazione realistica: “ti senti brutto e incapace? Pensa un po’, c’è qualcuno che potrebbe voler stare con te nonostante questi difetti”.
Un’ultima osservazione, un po’ scontata: quando un ragazzo è bloccato, il ruolo degli adulti consiste nell’offrirgli in modo autorevole la possibilità di fare una psicoterapia, con la stessa naturalezza con cui lo si porterebbe dal dentista.
Sarà compito dello psicologo non farlo sentire problematico in modo controproducente. Anzi, è lì perché ha il coraggio di investire su di sé.
Soprattutto tre cose: non aumentare la pressione, provare a capire che funzione ha il ritiro e offrire l’idea di un aiuto psicologico senza trasformarla in un giudizio sul ragazzo.
Di solito aiuta presentarla come un modo per capire meglio cosa sta succedendo e per stare meglio, non come la prova che “c’è qualcosa che non va in lui”.
Tre esempi clinici per capire meglio queste difficoltà
Faccio qualche esempio clinico, come conclusione. Ripeto: sono situazioni realistiche, liberamente tratte dall’esperienza reale, ma non situazioni prese pari pari con qualche dato modificato. Per quanto si possano anonimizzare, la riservatezza del colloquio terapeutico deve rimanere una certezza granitica.
Caso 1
Un esempio estremo di quanto siano importanti le dinamiche relazionali e il bisogno di sicurezza. Mi è capitato più di qualche volta di trovarmi davanti a un adolescente che accettava di parlarmi a patto di non essere visto, cioè online e con la telecamera spenta.
Questa è una cosa utile e importante per due motivi: da un lato crea una condizione che rende possibile interagire, fornendo la protezione necessaria perché l’incontro possa esserci.
A volte, il ragazzo che non si fa vedere crea, senza accorgersene, anche delle condizioni molto scoraggianti: fa rumore, fa altro, rende più difficile il contatto. Lo scopo, solitamente, è vedere come sopravvive il terapeuta, se si frustra, se si arrabbia, se tenta un approccio autoritario.
Il senso è quello di imparare qualcosa da un buon esempio: “se l’altro si sente scoraggiato quanto mi sento scoraggiato io, come reagirà? Cosa posso imparare?”.
Di solito, se non ci si perde d’animo, si viene “ricompensati” con un’apertura maggiore da parte del ragazzo.
Caso 2
Alcuni ragazzi si comportano come se andassero puniti e tu, adulto, dovessi svolgere esattamente quel ruolo. Ad esempio, ci sono ragazzi che passano una quantità significativa di tempo a giocare online e ti dicono insistentemente che è un cattivo utilizzo del loro tempo.
È abbastanza tipico che un ragazzo ti parli di alcuni videogiochi come se solo lui al mondo, e la sua generazione, li conoscessero, mentre è una buona idea che lo psicologo che parla con loro li conosca almeno un po’.
Quando si accorge che gli stai dietro, ma che non fai finta di conoscerli bene quanto lui o di farne lo stesso tipo di utilizzo, anche solo per la differenza di età, è ben contento di tirarti dentro, spiegandoti cosa lo entusiasma.
È una cosa utile per trovare un linguaggio comune e per riuscire a parlare di cose che emozionano.
Ad esempio, per molti ragazzi con le difficoltà che abbiamo visto, è difficile sentirsi a loro agio con i piccoli insulti che si scambiano di solito fra amici. Discutere delle situazioni in cui gli amici con cui giocano online li prendono a male parole perché si sono mossi male, hanno perso o cose così può diventare uno dei primi punti di accesso a situazioni sociali vissute con disagio. Il discorso è: “Se ci stai male se un amico, preso dalla foga della partita, ti dice: “Ma guarda cosa fai! Fai cagare!”, è soprattutto perché tu sei anche più severo con te stesso, di solito. Rischi di pensare che lui ce l’abbia davvero con te, mentre potrebbe essere vero il contrario. Molte altre volte ti ha mostrato di tenerci a te, di cercarti e se ti maltratta così è perché fra voi c’è confidenza e forse pensa di poterti maltrattare perché l’affetto fra di voi non è in discussione”.
Caso 3
Vedi come in questi esempi sia fondamentale promuovere una maggiore accettazione di sé nel ragazzo?
È importante rimandargli continuamente un’immagine di lui come qualcuno con cui vale la pena avere a che fare, e anche i segnali del genere che arrivano dagli altri.
Uno dei modi in cui questi ragazzi possono mettere più a dura prova la pazienza degli adulti attorno a loro è il rifiuto scolastico.
Se iniziano ad andare molto male a scuola o fanno proprio fatica ad andarci, è normale che gli adulti si allarmino.
A questo i ragazzi sono abituati ed è probabile che mettano alla prova anche lo psicologo. Ad esempio mi capita di ascoltare lunghe autoflagellazioni sul tema: “è sbagliato, ci dovrei andare”.
Se si rispondesse con consigli pratici, cose come “magari prova a…”, si rischierebbe di cadere in una trappola: si starebbe concordando con le autoaccuse.
Sarebbe come dire: “è vero, non è accettabile che tu a scuola non ci vada”.
Allora va tutto bene, bisogna fare finta che non sia un problema? No di certo. Di solito questi adolescenti lo sanno benissimo che non riuscire ad andare a scuola è un bel guaio. Ma nell’immediato non ci si può fare molto.
Si può concordare con loro sul fatto che è un problema, ma prima imparano a empatizzare con le loro difficoltà, ad accettare i lati carenti, prima tornano a essere capaci di impegnarsi.
Quando in seduta e in famiglia si abbassa la tensione, allora possono permettersi di correre qualche rischio in più.
Ad esempio, se ci si concentra su come stanno e li si aiuta a darsi ascolto e attenzione, a darsi, insomma, importanza, piano piano è più facile che inizino a pensare che quella stessa accettazione possano conquistarsela anche da soli, con i più temibili coetanei.
Magari non accade in modo rapido: con alcuni di più, con altri di meno. Dipende da quanto profonde sono le difficoltà che affrontano. Però l’idea di procurarsi l’accettazione sociale che desiderano per conto loro diventa sempre più concretamente realizzabile, fino a che non danno il via libera per fare una prova.
Magari in ambienti più sicuri, in un primo momento. Oggi accade sempre più di frequente che iniziare a frequentare la palestra svolga proprio questa funzione, per poi passare a contesti più impegnativi, come la scuola.
Certo, in questo processo è utile che la famiglia faccia delle proposte pratiche, con tatto, per ricordargli che prima o poi è utile che si riaffacci sul mondo, ma senza insistere. Come abbiamo visto, quello non serve a nulla.
In questi piccoli esempi abbiamo visto uno stesso tema, declinato in tre versioni diverse: aiutare un ragazzo a liberarsi dalle inibizioni, a rimettersi in piedi e a riprendere a “camminare” in modo autonomo.
Di solito quando ci si accorge che il ragazzo non sta solo attraversando una fase difficile, ma appare bloccato: si ritira, soffre, evita sempre di più le situazioni sociali e non riesce a riprendere il proprio cammino evolutivo con le sole risorse che ha a disposizione in quel momento.
Io e i colleghi di TuoPsicologo siamo psicologi psicoterapeuti che si occupano di adolescenti, a Padova e online. Se hai il dubbio che tuo figlio non stia attraversando solo una fase, può essere utile confrontarti con professionisti abituati a lavorare su queste difficoltà per capire meglio che cosa sta succedendo e valutare, se necessario, quale aiuto possa avere senso.