Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Alcuni adolescenti isolati e solitari sono caratterizzati anche da un atteggiamento aggressivo.
Anche se qui esamineremo una situazione specifica, i meccanismi coinvolti riguardano una dinamica molto più di ampio respiro: la (cattiva) reazione alle critiche in adolescenza.
[Ho scritto un articolo specifico, in cui parlo a fondo delle dinamiche che riguardano i problemi di socializzazione in adolescenza. Per un contesto più generale, parti da lì o, meglio ancora: leggi quel lungo articolo dopo aver letto questo che è più specifico e stringato]
Perché un figlio reagisce male alle parole dei genitori
Quando parliamo di adolescenti isolati, con problemi di contatto con gli altri, parliamo soprattutto di adolescenti che hanno un’opinione negativa di sé (hanno una bassa autostima) e che fanno fatica ad esporsi agli altri perché hanno costantemente paura di doversi vergognare di loro stessi.
Questi adolescenti temono di fare brutta figura, di ricevere critiche, di trovarsi in situazioni sociali mortificanti in cui gli altri fanno emergere cose che dolorose su di loro.
Gli altri, insomma, sono come la “lingua che batte dove il dente duole”.
Anche i genitori sono inclusi nel gruppo di questi “altri” il cui giudizio pesa.
Nella maggior parte dei casi in cui io o i colleghi di TuoPsicologo vediamo i genitori di un ragazzo che sono in difficoltà con un figlio contemporaneamente aggressivo e isolato, il problema da cui nasce tutto è che quel ragazzo si sente eccessivametne criticato dai genitori.
Cioè, la rabbia emerge proprio come reazione a qualcosa che viene detto o fatto dai genitori e che fa sentire a quel ragazzo ancora una volta che si deve vergognare di com’è.
E qui subito due osservazioni fondamentali sul tema “nasce prima l’uovo o la gallina?”:
- è colpa della suscettibilità o sensibilità eccessiva di quel ragazzo? Dobbiamo tenere a mente che il vissuto di vergogna può, ovviamente, essere quasi completamente indipendente dalle intenzioni dei genitori, ma dipendere da quello che il ragazzo capisce. Da quello cha in testa lui e lo spaventa, insomma, rischiando di attribuire ai genitori intenzioni che non sono le loro;
- è colpa invece di un’incapacità di esprimere efficacemente delle critiche da parte di quei genitori? Perché un’osservazione sia efficace, bisogna trovare il modo giusto di formularla. Molto spesso i genitori sono o eccessivamente in ansia davanti alla sofferenza del figlio o sentono di doverlo per forza indirizzare a fare qualcosa di giusto e utile per lui: entrambe le cose possono portare i genitori a parlare troppo presto, cioè a parlare prima che quel ragazzo sappia ascoltarli.
Il tema della comunicazione fra adolescenti e genitori è ovviamente immenso e ramificato, ma qui ce ne interessa un aspetto specifico: un adolescente isolato è un adolescente particolarmente sensibile. È qualcuno che è “in carne viva” quando si tratta di parlargli di qualcosa che lo potrebbe far vergognare.
E già qui iniziamo ad incastrarci: se questo ragazzo è in difficoltà, bisognerà parlargli di cose difficili:
- perché non esci mai?
- perché hai difficoltà a scuola?
- perché non vuoi andare da uno psicologo?
Tutti argomenti che non si affrontano a cuor leggero, figuriamoci poi se si hanno difficoltà di natura emotiva…
Critiche genitoriali e rabbia in adolescenza
Quello che accade nell’adolescente con problemi di socializzazione che diventa anche rabbioso è che si crea una sorta di circolo vizioso.
I genitori si preoccupano per lui e tentano di accudirlo. A volte in modo brusco, a volte in modo ansioso, ma lo scopo è quello di parlargli delle difficoltà che si vedono in lui (amicizie, scuola, irritabilità, etc.) per aiutarlo.
Il ragazzo, però, non percepisce questi tentativi di aiuto come tali, ma come attacchi.
- “Non voglio parlare!” (Cioè mi fai star male)
- “Non sono affari tuoi!” (Cioè non so dire perché mi sento così)
- “Non c’è niente che non va!” (Cioè non so come diavolo uscirne)
Se il ragazzo si sente troppo ferito, batte in ritirata. Abbiamo detto che è un ragazzo che tende all’isolamento, quindi quella è la sua strategia standard di gestione di questi problemi.
Ritirarsi, però, non vuol dire autoassolversi: quello che si vede, di solito, è che quel ragazzo si sente molto in colpa sia per il suo comporatamento, sia per le sue mancanze (ad esempio per le cose pratiche in cui non riesce, come avere difficoltà nella scuola e non riuscire a mantenere un rapporto positivo con i genitori).
L’affetto per i genitori e il senso di colpa, spingono quindi quel ragazzo a cercare un riavvicinamento, mostrandosi più disponibile, più mansueto e più capace di ascoltare…
… fino a che non ripartiamo da capo: arriverà un’altra delusione e nuovi scatti d’ira, magari violenti.
Con la rabbia e il riallontanamento, arriva una nuova fase di ritiro, il senso di colpa e così via.
Tutta questa descrizione, non è o, meglio, non dovrebbe essere niente di nuovo per lo psicologo attento.
Ad esempio, nella prima descrizione dell’hikikomori, cioè dell’adolescente in profondo ritiro sociale, che fa Tamaki Saito nel suo saggio del 1998 (non proprio ieri) si trova un quadro simile. Già in quel caso erano chiarissime le dinamiche che legavano bassa autostima, ritiro sociale e aggressività in un’unità unica che l’autore ha chiamato hikikomori.
Non c’è bisogno di pensare ad un’etichetta rigida, però: queste dinamiche riguardano situazioni anche molto più sfumate del ritiro sociale o hikikomori.
Cioè, sono dinamiche che riguardano sia situazioni in cui un ragazzo è profondamente in difficoltà che altre in cui è meno fondamentale calibrare con estrema cura le proprie parole.
Più un ragazzo è in difficoltà, più sarà necessario fare molta attenzione a come gli si parla, evitando commenti che potrebbero ferirlo eccessivamente e spiegando bene perché gli si sta dicendo una certa cosa.
Una nota su questo: cose come la fragilità di un ragazzo e la sua capacità di gestione di emozioni dolorose sono influenzate da una miriade di fattori. Ad esempio, l’età può fare una certa differenza e se ad adolescenti più piccoli non si può chiedere troppo sul piano emotivo, quando si inizia a sostenerli sul piano psicologico ci si può aspettare di ricevere un utile sostegno a questo lavoro da parte della loro fisiologica crescita.
Adolescente aggressivo per troppe critiche
Un altro elemento fondamentale, in questo equilibrio, è lo stile educativo che ha caratterizzato il rapporto con quell’adolescente.
Specifico: quello che intendo qui per stile educativo è il quadro generale delle interazioni fra figlio e genitori, in cui si saranno comunicate da entrambe le parti informazioni e aspettative sull’altro e sui ruoli che si ricoprono.
Se lo stile educativo è stato prevalentemente severo o autoritario, volto al rispetto della disciplina, ad esempio, è normale che l’aggressività diventi uno strumento di ribellione. Quell’adolescente cioè può pensare: “Ora faccio vedere ai miei genitori che non sono minimamente in grado di mettermi un freno, di controllarmi o di dirmi come mi devo sentire. Il padrone divento io, li farò sentire impotenti e farò di tutto per sentirmi capace di combattere ad armi pari con loro“.
La strategia principale dell’adolescente rischia di essere il contrattacco: “ti faccio male (emotivamente o anche fisicamente) così che tu smetta di farne a me“.
Detto questo, va sottolineato che per noi è molto più frequente trovarci davanti a situazioni in cui lo stile educativo ruota intorno alla ricerca di un contatto emotivo positivo fra genitori e figli, che è una sorta di elemento implicito dello stile educativo autorevole: il figlio deve rispettare quello che il genitore dice perché ne capisce e infine condivide democraticamente le ragioni.
Si tratta di un obiettivo ambizioso e probabilmente molto importante, frutto della maggiore maturazione e consapevolezza sul piano educativo del nostro mondo. Credo, però, che come accade sempre quando si sente il bisogno di investire una nuova scoperta di un potere rivoluzionario, si lasci in secondo piano il fatto di sottolineare le difficoltà che pone: il carico emotivo per genitori e ragazzi è grande.
I genitori oggi si sentono mediamente più in dubbio, più tormentati dall’idea di sbagliare e di nuocere al figlio di quanto non probabilmente non lo fossero quando lo stile prevalente era quello autoritario.
I figli, invece, si sentono mediamente molto più in debito con i genitori, perché sentono che per loro viene fatto moltissimo. Questo implica fare molta più autosservazione: mi comporto bene? Mi merito queste attenzioni? Sono un figlio che ripaga l’amore che riceve con i suoi risultati?
E qui c’è un’osservazione fondamentale da fare: anche quando si sentono molto in debito con i genitori, moltissimi di questi ragazzi non lo dimostrano. Si mostrano invece irrispettosi, arroganti e scontrosi.
L’aggressività e l’ingratitudine (apparente) sono molto, molto spesso manifestazioni dell’incapacità di gestire il carico emotivo dell’interazione con i genitori.
“Ho paura di non essere abbastanza per i miei genitori, e allora provo (inconsapevolmente) a eliminare il pensiero dando a loro tutto le colpe”.
Il punto fondamentale è il rapporto fra genitori e figli, nelle sue diverse forme, può mandare all’adolescente messaggi che lui rischia di categorizzare come
- svalutazione (non sei bravo)
- infantilizzazione (non sei grande)
- o mortificazioni dell’autonomia (non devi allontanarti e pensare da solo)
anche quando il messaggio di partenza è completamente diverso, nelle intenzioni dei genitori.
Anche l’affetto, l’attenzione, la vicinanza emotiva possono far sentire poco capaci alcuni adolescenti: questi adolescenti sono spesso proprio quelli che tendono a isolarsi perché si giudicano loro stessi incapaci di soddisfare le aspettative degli altri, genitori in primis.
“Mi dimostri attenzione e affetto, questo significa che mi dai valore e io ho paura di non averlo sul serio, quel valore“.
Dalla ferita alla rabbia: come la critica favorisce l’isolamento
Le critiche o anche semplici osservazioni dei genitori, quindi, rischiano di rinforzare dei dubbi che l’adolescente ha già dentro di sé.
Rinforzano i dubbi che l’adolescente ha sul proprio valore. Anche se sono dubbi che caratterizzano ogni adolescente, in alcuni sono più forti e questo rende quegli adolescenti più inclini all’autocritica, all’intolleranza per le critiche esterne e alla risposta a queste critiche con l’isolamento.
Gli adolescenti isolati, però, solitamente non sono sempre chiusi e irraggiungibili (non stanno sempre isolati in camera, anche se possono ritirarsi lì per parecchio tempo). Allo stesso modo, per quanto siano rabbiosi, non sono sempre arrabbiati.
L’aggressività permette a questi adolescenti di controllare il rapporto con i genitori sul piano emotivo:
“Sarete voi a sentirvi mortificati, non io!“
Ecco, capire quando avviene questo viraggio, cioè quali sono le situazioni in cui l’adolescente ricorre all’aggressività per controllare il rapporto con i genitori è fondamentale.
Quelli sono i momenti in cui si può intervenire. Sono i momenti in cui è necessaria una chiarificazione di quello che sta avvenendo per fare in modo che il ragazzo metta in discussione i propri pensieri.
“Tu hai capito questo, ma la mia intenzione era un’altra. I miei pensieri erano altro“
“Tu hai capito che io mi aspetto che tu prenda un buon voto in matematica, ma io non ti ho chiesto questo. So benissimo che è una materia che ti riesce difficile. Se però non ti impegni minimamente a studiare, tu stesso ti stai privando della possibilità di scoprire quanto potresti essere capace di superare questa difficoltà. Ti stai condannando da solo al fallimento ed è normale che questo sia frustrante, perché non ti dai nemmeno la possibilità di fare meglio di così“.
“Guarda che io non ti chiedo come mai non esci perché penso che se mio figlio non esce è uno sfigato. Voglio capire se hai bisogno di rimanere in pace un po’ di tempo o se c’è qualcosa di cui possiamo parlare. Certo che penso che uscire sarebbe una bella cosa per te, ma non ho controllo su quello, è una cosa che farai quando lo decidi tu. Parlarne insieme ti può fare bene, però“.
Chiaramente, questo genere di dialoghi non avviene in modo così impostato. Ho scelto delle parole innaturali solo allo scopo di essere più chiaro. La sostanza, però, è quella: ti faccio capire che sei tu a giudicarti da solo e che questo ti rende la vita più difficile.
“Se ne parliamo insieme, sarà più facile per me capire che cosa ti fa soffrire di quello che ti dico, così anche io posso starci attento“.
È molto chiaro che non si tratta di comunicazioni semplici, giusto?
Questo è il genere di cose in cui lo psicologo può essere piuttosto d’aiuto e, a volte, necessario.
È necessario quando un ragazzo è chiuso più ermeticamente. Quando è così isolato e rabbioso che si fa fatica a trovare un vero punto di contatto.
È utile, in parallelo, quando svolge il ruolo del mediatore e traduttore dei sentimenti di genitori e figli. Cioè, lo psicologo ha il vantaggio di ricoprire il ruolo di professionista che non ha interessi ad appoggiare una parte più dell’altra, più i genitori o più i figli e che quindi può rappresentare gli interessi della famiglia nel suo insieme.
A volte è qualcosa che avviene in colloqui in cui si parla tutti insieme, molto spesso in spazi separati in cui, con trasparenza, ciascuno sa che alcune delle cose, quelle non private, che vengono dette allo psicologo, possono essere riportate agli altri per riuscire a capirsi e a far tornare la serenità.
Un piccolo esempio:
Un ragazzo può dire allo psicologo che sente che i genitori gli vogliono meno bene se ha difficoltà a scuola.
Lo psicologo, parlando con i genitori, può aver trovato in loro persone affettuose, capaci di rappresentare con accuratezza i momenti di difficoltà del figlio e la sua storia evolutiva. Contemporaneamente, guarda un po’, pensano che il figlio vada guidato nelle sue scelte e quindi sono interessati al suo rendimento scolastico. Questa è una delle tante situazioni in cui si può parlare in modo molto chiaro e diretto della situazione: “voi, cari genitori, rischiate di fare un bel cortocircuito fra il bisogno di non ferire emotivamente vostro figlio in difficoltà e di non trascurare completamente il suo rendimento scolastico, così importante per la sua formazione di persona e per il suo futuro”.
Mettere la scuola completamente da parte sarebbe assurdo. È una cosa che va fatta in alcuni casi, davanti a ragazzi troppo in difficoltà per occuparsene, ma se il caso non è questo si rischia di rimandare solo un confronto faticoso ma utile.
Lo stesso psicologo, quando ha visto il figlio, ha dovuto vincere un grave sospetto: il ragazzo pensa che lo psicologo sia solo un’estensione dei suoi genitori, una specie di sicario pagato per trovare un modo di farlo rigare dritto. Lo psicologo, però, gli dice: “cosa diavolo vuoi che faccia? Mi sembra chiaro che legarti alla sedia non serva per farti studiare. Tu ti aspetti questo da me come te lo aspetti dai tuoi genitori. Ma hai visto benissimo che loro non possono fare nulla per farti studiare, né tantomeno io. Anzi, i tuoi genitori non vogliono insistere con la forza: non ti hanno inferto grosse punizioni, avete litigato ma anche discusso e alla fine ti hanno portato qua. Mi è sembrato che non ci capissero più nulla, perché hanno l’impressione di farti male forzandoti a studiare, visto che ti arrabbi in quel modo così feroce. Però anche se non fanno niente ti fanno male, perché occuparsi della scuola è uno dei modi che hanno di occuparsi di te”.
Passaggi del genere non sono nulla di eclatante sul piano dell’interpretazione psicologica: si tratta di avere la presenza di spirito di dire in modo chiaro le cose difficili e garantire al ragazzo che si farà da filtro, aiutando l’intera famiglia a capire su cosa avere pazienza e quando può essere sensato mettere un po’ alla prova quel ragazzo.
Questa premessa, che vuol dire essenzialmente: “ora nessuno deve perdere la testa!“, serve perché quel ragazzo inizi a raccontarsi. Serve ad aiutarlo a dire che la stessa confusione la vive lui: le parole dei genitori lo fanno soffrire ma non li considera cattivi per questo, anche se si comporta in quel modo. Solo che non si sa spiegare come si trasforma, come mai si arrabbia così tanto.
Tutta questa rabbia è una cosa che di solito spaventa gli adolescenti, perché non se la sanno spiegare.
Hanno bisogno di difendere se stessi e, contemporaneamente, non vogliono rovinare il rapporto con i genitori.
Oggi, l’interesse a capirsi meglio con i genitori è spesso uno dei motori più forti del lavoro psicoterapeutico con gli adolescenti, particolarmente con quelli che hanno problemi di socializzazzione e hanno una gran fame di relazioni rassicuranti con gli adulti che facciano da palestra per rapporti più positivi con i coetanei.
Io e i colleghi di TuoPsicologo sappiamo che aiutare adolescenti e genitori a ritrovare un rapporto più sereno è qualcosa che aiuta sia l’adolescente a stare meglio, sia la famiglia intera a vivere con più scioltezza il difficile compito di parlarsi e capirsi sul serio.