Mio figlio dorme tutto il pomeriggio: pigrizia adolescenziale o segnale d’allarme?

Contenuti

Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

È molto frequente che un’adolescente faccia sonnellini pomeridiani più o meno lunghi. L’adolescente dorme troppo è una cosa che spesso diventa occasione di conflitto con i genitori,  che rischiano di vederlo come pigro anche quando non è questa la spiegazione migliore; la “pigrizia adolescenziale” è una spiegazione solitamente troppo semplice e sbrigativa.  “L’adolescente che dorme tutto il pomeriggio” è uno di quei fenomeni della vita quotidiana in cui si condensano dinamiche più sottili di quanto non sembri un primo sguardo.

Il “letargo” degli adolescenti: perché mio figlio dorme tutto il pomeriggio?

Il riposo pomeridiano degli adolescenti, ad esempio, ha radici biologiche che riguardano la loro specifica fase di vita. Durante l’adolescenza, il ritmo circadiano degli adolescenti è diverso sia da quello del bambino che da quello dell’adulto.

Il corpo degli adolescenti intensifica la produzione di melatonina, cioè dell’ormone che regola il sonno, più tardi di quanto non avvenga ad esempio negli adulti.

La sonnolenza naturale che predispone al sonno può arrivare anche due-tre ore dopo quanto non avvenga con gli adulti. L’ovvia conseguenza è che gli adolescenti tenderanno ad avere voglia di dormire più tardi.

E qui sorgono i primi problemi: visto che un’adolescente ha bisogno di dormire almeno 8 ore, se va a letto troppo tardi non riuscirà a dormirle.  Dovrà pure andare a scuola il giorno dopo! Andando a dormire a mezzanotte e dovendosi svegliare alle sei e mezza o se va di lusso alle sette, quelle otto ore trovano già spazio a fatica.

Insomma la giornata di quel ragazzo parte con già con un debito di sonno.

Il sonnellino pomeridiano è un recupero necessario

Il sonno del pomeriggio diventa quindi un recupero fisiologico. Il corpo e la mente stanno semplicemente cercando di far tornare i conti per funzionare correttamente.

Quando il riposo è normale: stanchezza e crescita

Qua ci possiamo dare un primo criterio di massima:

  • I riposini pomeridiani di quella adolescente gli lasciano abbastanza spazio per lo studio, la vita sociale, uno sport ho altre attività?

Se la sua vita tutto sommato scorre normale, si ha almeno un elemento per pensare che quei sonnellini siano funzionali al suo equilibrio e che le cose vadano bene così.

Come anticipavamo già all’inizio, dobbiamo però tenere conto di altri fattori che possono incidere sul  buon funzionamento  del sonno nell’adolescente.

Il carico cognitivo

Dobbiamo ad esempio tenere conto del fatto che il cervello di un’adolescente lavora molto. È come se avesse costantemente bisogno di riorganizzare tutte quelle esperienze che di solito descriviamo in termini psicologici, ad esempio, oltre al consume di energie legato alla crescita cerebrale e di tutto il corpo.

I pensieri sull’identità,  il rapporto con gli altri,  la vita sentimentale e sessuale, lo studio sono cose che non sono fatte di puro spirito,  sono eventi biologici che impongono un carico di lavoro per il cervello.

I benefici del sonnellino pomeridiano comprendono proprio il consolidamento della memoria e l’elaborazione di queste esperienze. Non si tratta, insomma, di qualcosa da mettere completamente da parte per dedicarsi ad attività “più produttive”.
La stanchezza post-scuola, anzi, è strettamente legata alla riorganizzazione del lavoro della mattina. (Se tutto viene fatto per bene, la situazione smentisce il detto “chi dorme non piglia pesci”, perché, in un certo senso, la parte conclusiva del lavoro è dormire!)

Normalità e conflitti psicologici

Dunque, abbiamo visto che ci sono diversi motivi che portano l’adolescente ad avere più bisogno di riposo di quanto non ci si aspetterebbe.  Abbiamo visto che un primo criterio per valutare questo suo bisogno e di capire se interferisca con altre attività. Ci sono anche altri aspetti molto pratici da osservare:

  1. È limitato nel tempo (ad es. dura un’ora, non quattro-cinque)?
  2. Non interferisce con l’addormentamento notturno; cioè quel ragazzo dorme così tanto da far fatica a dormire poi all’ora giusta, creando il rischio di alimentare un circolo vizioso?
  3. Dopo il sonno pomeridiano, l’adolescente è riposato? Fa le sue solite cose?

Questi sono dei segnali importanti non solo per valutare la buona qualità del sonno di quel ragazzo e quindi se ha preso delle cattive abitudini che si possono magari correggere con interventi educativi (come il semplice  da teorizzare ma difficile da applicare fatto di non stare attaccato agli schermi prima di  provare a dormire).

Questi segnali sono qualcosa che ci può far fare già delle domande sul piano psicologico.

Ad esempio,  se deve recuperare a lungo nel pomeriggio il sonno perso alla notte perché passa le notti fuori di casa con gli amici nei giorni infrasettimanali,  siamo sicuri che il punto principale sia la sua comprensione dei meccanismi del sonno e del riposo?

Cioè ci sono degli adolescenti, direi la maggior parte, che sanno benissimo che comportandosi in un certo modo saranno presto in debito di sonno, ma non hanno nessuna intenzione di cambiare.

Ad esempio possono non aver intenzione di cambiare comportamento perché andare a letto presto equivale a sentirsi dei bambini dipendenti, dei soggetti incapaci di autonomia e di prendere decisioni in modo indipendente. Rispettare gli orari serali ad esempio è una delle piccole questioni quotidiane che più facilmente danno origine a dei conflitti, proprio perché possono sovraccaricarsi di significato per l’adolescente.

“Se io esco da solo, con chi voglio, soprattutto quando le regole del buon senso e le richieste dei miei genitori mi suggerirebbero invece di non uscire, sto affermando che faccio quello che voglio. Faccio qualcosa che esaudisce un mio desiderio, e quanto questa operazione sia sensata e ragionevole diventa secondario. È una cosa sensata per me”.

[Un esempio frequentissimo dell’espressione della conflittualità fra adolescenti e sonno è quello del mancato rispetto degli accordi sulle uscite serali]

Ad altri adolescenti non occorre nemmeno uscire: semplicemente trovano mille modi per stare svegli quando dovrebbero dormire. L’intento è lo stesso. Stare in chiamata con gli altri, scriversi, guardare  serie sul telefono, leggere; insomma cercano un po’ qualsiasi cosa che possa essere utilizzato per stare svegli.

I miei genitori mi dicono di andare a letto e io provo a me stesso che sono capace di dire di no, anche se la la mattina dopo diventa un tormento e mi brucio i pomeriggi perché ho molto bisogno di riposare“.

 Molto spesso i ragazzi che si comportano così si rendono conto del fatto che questo è controproducente, perché la mattina stanno male, oppure perché i loro voti scolastici ne risentono, oppure perché è tutto a porta a continue esasperate discussioni con i genitori. 

Quando io o i colleghi di TuoPsicologo ci troviamo davanti un’adolescente così, vediamo che spesso fa discorso del tipo: “So che è sbagliato, ma non riesco a fare diversamente”. 

Un adolescente che si trova in una situazione del genere solitamente va accompagnato ad accettare un compromesso che per lui funzioni, cioè qualcosa che gli dia un soddisfacente senso di libertà, senza però farlo scivolare nell’illusione di poter essere sempre lui a decidere tutto dei ritmi della propria vita.  

Di solito gli adolescenti che accettano di parlare di queste cose si rendono conto che così non funziona e piano piano si accorgono anche che hanno bisogno di essere così conflittuali perché sono loro i primi avere paura di non essere in grado di sostenere un certo livello di autonomia

[Non rispettare le regole diventa centrale, per loro]

È come se avessero paura di non essere capaci di crescere, allora hanno bisogno di rassicurarsi sul fatto che tutto sta procedendo bene in questa loro crescita.

Contemporaneamente, hanno bisogno di diventare più capaci di sopportare le frustrazioni legate al fatto di non essere ancora conoscenza di tante cose, di non avere abbastanza esperienza del mondo e di dover ancora, insomma, imparare molto. 

Quando si porta la loro attenzione su queste dinamiche, allora diventano più capaci di sentirsi rassicurati quando vedono che stanno facendo dei passi avanti, anche solo attraverso cose apparentemente banali come migliorare il rendimento in una certa materia, non farsi bocciare se era a rischio, avvicinarsi a una relazione sentimentale, diventare capace di confronto con i coetanei o di discutere un po’ più alla pari con i genitori.

Quando preoccuparsi: il sonno come “rifugio” (Sintomi Patologici)

Finora abbiamo descritto questi problemi legati al sonno come qualcosa che fa parte della quotidianità di praticamente tutti gli adolescenti oppure che riguarda una conflittualità più o meno intensa ma tutto sommato nota ai genitori. Cose che, insomma, ci si aspetta in linea di massima, avendo a che fare con un’adolescente.

Ci sono invece situazioni in cui il sonno acquisisce un significato più specifico, cioè situazioni in cui il sonno serve per proteggersi da emozioni dolorose e mettersi al riparo dalle cose che fanno soffrire:

  • Depressione e ipersonnia psicogena: Dormire molto può essere un sintomo caratteristico di uno stato depressivo, ad esempio. È come se l’esperienza di quel ragazzo fosse troppo dolorosa per essere affrontata e gli venisse spontaneo iniziare ad usare il sonno come strumento auto protettivo, capace di spegnere i pensieri dolorosi.
    È una cosa che può accadere quando quell’adolescente subisce un’esperienza, diciamo, di perdita, più o meno facile da identificare. Questo può accadere quando un adolescente riceve una delusione amorosa, quando viene messo da parte da un gruppo di amici, subisce un lutto oppure ha una performance che giudica disastrosa in un campo a cui tiene, come la scuola, lo sport o un saggio di musica.
    Ci può essere un’esperienza più o meno ben definita che gli suggerisce:  “Hai ricevuto la conferma di non valere nulla. Così come sei fai schifo“.  I genitori in queste situazioni si trovano davanti in alcuni casi i ragazzi che sono capaci di comunicare in modo diretto quanto stanno male e di farlo magari con particolare intensità, allarmando,  ma  possono diventare anche  adolescenti che si spengono, cioè che non comunicano molto il dolore ma che appaiono soprattutto privi di piacere e coinvolgimento nelle attività della loro vita.
    [Ho scritto un articolo in cui descrivo più nel dettaglio la depressione adolescenziale e i suoi sintomi]
  • Ritiro Sociale (hikikomori): il sonno di pomeriggio  e ancora più spesso alla mattina è una cosa  piuttosto caratteristica di molte situazioni di ritiro sociale, cioè quelle situazioni in cui un ragazzo scappa dal rapporto con gli altri perché è diventato qualcosa di doloroso per lui, verso cui si sente inadatto, e può accompagnarsi al all’abbandono della scuola, proprio perché la scuola è un posto in cui ci si misura moltissimo con gli altri e con se stessi. Può essere una buona idea considerare questo caso come un una manifestazione particolare di uno stato depressivo,  in cui l’assenza di socialità diventa centrale.
  • Ansia Scolastica: Altri ragazzi  ancora dormono per evitare di fare delle esperienze capaci di mettere loro ansia.  Dormire, magari mostrando un atteggiamento di svogliatezza,  di menefreghismo,  può essere qualcosa che viene fatto per evitare di riconoscere alle attività scolastiche l’importanza che è molto difficile che non abbiano all’interno della vita di un’adolescente.  
    Magari ci si trova davanti  ragazzi che dicono che la scuola non gli va proprio a genio,  oppure che per loro è inutile o che faticano a rispettarne le regole.  L’imperativo però è fare qualcosa che mi consenta di non misurarmi con la scuola (e la mia ansia da prestazione scolastica).
    Se io non faccio i compiti e non studio quando arrivo impreparato posso dire a me stesso che non ci ha messo nessun impegno”. Questa è una cosa frequentissima in chi ha paura ad esempio di non essere capace di avere un rendimento scolastico soddisfacente  e quindi ha bisogno di “fuggire dall’impresa” per non scoprire quale sia la verità su di sé e sulle proprie capacità.

Tabella di confronto: Riposo Sano vs Segnale di Disagio

Una rapida tabella per fare mente locale su alcuni dei segnali più facili da cogliere.

SegnaleSituazione Normale (Fisiologica)Situazione Patologica (Allarme?)
UmoreMagari irritabile al risveglio, ma poi attivo.Apatia costante, tristezza o anedonia.
RelazioniEsce con gli amici la sera o nel weekend.Tende a isolarsi, rifiuta gli inviti.
ScuolaFatica ad alzarsi, ma mantiene una frequenza normale.Assenze frequenti o calo drastico dei voti.
InteressiMantiene hobby o passioni (gaming, sport, musica).Abbandona ciò che prima lo appassionava.

Come si può vedere, i segnali di allarme più visibili legati al sonno dell’adolescente hanno a che fare con alterazioni della sua quotidianità e di ciò che ci si aspetta dalla quotidianità di una persona della sua età.

Cosa possono fare i genitori: consigli pratici

Abbiamo visto che in un evento apparentemente banalissimo come un adolescente che la tira alla lunga con i pisolini pomeridiani si possono mescolare dimensioni molto varie della vita di un’adolescente. La sua realtà biologica, che va aiutato a comprendere e curare, quella dei conflitti più o meno “standard” della sua età è quella di una sofferenza psicologica legata a situazioni di particolare difficoltà, sia circoscritte nel tempo, sia più stabili e durature.

Prima di tutto bisogna chiedersi qual è la dinamica più in primo piano è più urgente per quel ragazzo in questo momento.

Se iniziamo a fare la morale sui suoi doveri a un ragazzo che combatte con sentimenti depressivi invadenti,  rischiamo di demolire la comunicazione con lui, e di conseguenza potrebbe diventare ancora più assente ma anche molto rabbioso e rivendicativo.

Partiamo dai consigli di buon senso, le regole che richiedono uno sforzo e l’accettazione di una frustrazione da parte dell’adolescente. Sono cose che funzionano meglio quando quell’adolescente non ha grossi carichi emotivi da gestire,  con lui c’è una comunicazione che tutto sommato funziona  e si condivide implicitamente un progetto in cui ciascuno ha un ruolo nella sua crescita: i genitori gli offrono una guida e lui ha un margine di autonomia che impianto che impara piano piano ad amministrare. [Di queste dinamiche ho parlato più dettagliatamente in un articolo sul rapporto fra genitori e adolescenti]

Due esempi pratici:

  • si può concordare un coprifuoco digitale, cioè di lasciare il telefono al di fuori della sua stanza un’ora prima di dormir, a protezione della qualità del sonno e della facilità di addormentamento, visto che come noto la luce blu emessa dagli smartphone influisce negativamente sul sonno.
  • gli si può proporre che dorma non più di 20-30 minuti (un “power nap per adolescenti!”), il pomeriggio, per evitare che faccia fatica ad addormentarsi la sera. Si può concordare che si andrà a svegliarlo o gli si manderà anche solo un messaggio per aiutarlo ad autoregolarsi sulla durata del sonnellino pomeridiano.

Uno degli aspetti più importanti di questo genere di consigli, è la gestione del momento in cui non funzioneranno. Quando si concordano delle regole del genere,  bisogna mettere in conto che vengano disattese e violate. 

In alcuni casi, si potrà semplicemente far notare, senza tanta agitazione, che quando ha infranto le regole gli esiti sono stati negativi. Ad esempio che  quando ha infranto le regole sull’uso dello smartphone di notte e non ha lasciato il telefono fuori della stanza perché era arrabbiato e “voleva farla pagare ai genitori” poi ha fatto fatica a svegliarsi la mattina e si è sentito stanco tutto il giorno.

Altre volte sarà impossibile non arrabbiarsi, ma anche questo fa parte dei giochi. Con le condizioni giuste, quel ragazzo potrà sentirsi un po’ in colpa di essere venuto meno alla parola data e di essersi  comportato in modo immaturo. Non è una cosa simpatica ma lo sviluppo di una sana capacità  di autocritica è necessario per la vita adulta.

Come dicevo,  queste cose tendono a funzionare quando c’è lo spazio per lavorarci, con quell’adolescente.

Se però sono le dinamiche conflittuali o di natura emotiva ad essere in primo piano,  bisogna spostare la propria attenzione su queste, ossia sulle dinamiche che danno origine a quel sonno pomeridiano eccessivo.

Con un po’ di fortuna, dire semplicemente che si ha fatto caso al fatto che sta dormendo di più il pomeriggio e chiedergli se vada tutto bene, può essere sufficiente perché un adolescente si racconti. Questo accade quando c’è un problema, ma ci sono già anche le risorse per risolverlo.

In molti altri casi quel ragazzo non accetterà il collegamento.  Questo non va preso come una cosa negativa. Per uno psicologo il cosiddetto rispetto delle difese è parte importante del rapporto con qualcuno: “non ti chiedo di mettere in discussione una cosa che pensi o che fai, se di quella cosa hai ancora bisogno“.  In questi casi i genitori dovranno tenere prevalentemente per loro le osservazioni che fanno sul sonno del pomeriggio e limitarsi a far notare senza troppe insistenze che è una cosa che non fa bene,  ma concentrarsi fondamentalmente su altri segnali di conflitto o sofferenza: bisogna essere lì dove quell’adolescente è più capace di ascoltare.

  • “In questo periodo ti interessa particolarmente che litighiamo su perché non sono una buona idea di troppe uscite infrasettimanali con gli amici?  La prendi come una negazione della tua libertà?  riusciamo ad arrivare ad un compromesso che funzioni?”
  • Oppure: “Sei disposto a farmi vedere che non stai bene su qualcosa,  ad esempio parlandomi di alcuni amici che si sono comportati male con te?”

Concentrandosi su questi temi urgenti, chiamiamoli così,  e occupandoci di questi è come togliere al sonno pomeridiano eccessivo il motivo che ha di esistere.

Conclusione – Quando consultare uno psicologo?

Mentre parlo di queste dinamiche, so benissimo che i casi in cui l’adolescente è perfettamente accessibile al dialogo e in cui le cose si risolvono con relativa fluidità sono solo alcune.

Trovo sia importante parlarne, perché va sottolineato costantemente quanto sia importante che i genitori si sentano efficaci nella loro capacità di interpretare le difficoltà dei figli, senza lasciarsi scoraggiare troppo dalle risposte frustranti così frequenti a questa età.

È normale, poi, che alcuni genitori sperimentino il fatto che il ragazzo che hanno davanti sembri assolutamente inaccessibile, che le dinamiche della sua vita sembrino impossibili da leggere e che, anche se si riesce a parlare, le cose non progrediscano.

Lo psicologo è utile sostanzialmente in questo tipo qui di situazione,  cioè quando l’intensità dei sentimenti coinvolti e le difficoltà di comunicazione con quel ragazzo sono così importanti da rendere apparentemente impossibile aiutarlo.

Dico “apparentemente” perché è normale che queste cose sfuggano ai genitori. Soprattutto con ragazzi che stanno male, è normale trovarsi davanti a qualcuno che in parte vuole essere cercato ma in parte ha paura di vedere i suoi problemi emergere e quindi saboterà ogni tentativo di avvicinamento. Ha sostanzialmente paura di sentire male.

Il lavoro dello psicologo è proprio quello di avere a disposizione una collezione ricca di modelli che trovano una coerenza nel funzionamento delle persone, spiegando come tendono a pensare ed agire e per quali scopi, soprattutto quando questi scopi riguardano il tentativo di proteggersi dalla sofferenza o di far funzionare meglio i rapporti con le persone importanti della loro vita,  proprio come accade fra i figli e i genitori.

È importante cercare aiuto quando si ha bisogno di capire meglio una situazione perché si vede che sia davanti un ragazzo in difficoltà e difficile da raggiungere.

Anche qui va fatta una puntualizzazione però: “capire meglio” non vuol dire appiccicare un’etichetta, ad esempio un’etichetta diagnostica, a qualcuno; è qualcosa che tutto sommato potrebbe interessarci poco.

Vuol dire avere un modello del funzionamento di quel ragazzo che spieghi perché ci potrebbe essere bisogno di aiuto per lui, eventualmente in cosa consista l’aiuto che potrebbe ricevere,  ma anche per capirlo autenticamente meglio, cioè per uscire dall’esperienza con un’immagine più ricca di quel figlio e dei suoi bisogni.

Insomma, dalle difficoltà può nascere non solo qualcosa di necessario ed utile, ma anche qualcosa di bello, che fa sentire a quella famiglia che ha penato un po’, però è stata anche ricompensata da un grado di conoscenza reciproca e intimità maggiore.