isolamento cosa si rischia 27 Mag 2018

L’isolamento non è solo una condizione di vita spiacevole. È pericoloso.

C’è solo una cosa che si si associa all’infelicità più frequentemente della malattia mentale: mangiare da soli. Lo afferma uno studio inglese che ha coinvolto più di 8000 persone adulte.

La ricerca ha evidenziato che chi mangia più spesso in compagnia di altre persone ha più probabilità di essere felice, soddisfatto di sé e di avere una rete di supporto sociale ed emotivo più ampia.

La spiegazione scientifica del fenomeno non è chiara. Sappiamo, però, che i pasti sono occasioni di incontro sociale e condivisione.

Una cosa è intuitiva: la vita delle persone felici è solitamente ricca di amicizie (abbiamo anche visto che la capacità di creare amicizie in adolescenza ha effetti positivi sulla salute mentale adulta).

La solitudine, invece, permette di predire se una persona rischia di incorrere in problemi di salute fisica e mentale.

 

Quanto si rischia?

È una faccenda piuttosto seria, insomma. Così seria che la ricerca scientifica mostra che i rischi di sviluppare cardiopatia e cancro per una persona sola sono pericolosamente simili a quelli dei fumatori.

Una delle evidenze scientifiche più impressionanti è rappresentata dalla metanalisi di 148 studi epidemiologici che avevano l’obiettivo di individuare quali fattori potevano predire quali pazienti sarebbero sopravvissuti per 12 mesi dopo un attacco di cuore. I migliori predittori sono risultati di gran lunga 1. il numero e qualità delle amicizie e 2. smettere di fumare. In confronto, bere alcol, non fare esercizio fisico, una dieta poco salutare hanno un effetto limitato sulle possibilità di sopravvivenza.

Si tratta di un dato impressionante.

Uno studio dell’Università del Michigan suggerisce che chi interagisce regolarmente con amici e familiari ha un ridotto rischio di depressione. I rischi raddoppiano per chi sostituisce le interazioni reali con relazioni virtuali (social media, email, messaggi), e si riducono drasticamente quando i contatti di persona avvengono almeno tre volte alla settimana.

 

Dare corpo all’autostima

Il cervello ed il corpo degli esseri umani è si trasforma e costruisce attraverso l’interazione sin dal primo giorno di vita (a dire il vero sappiamo che anche nell’utero il  bambino è tutt’altro che impermeabile agli stimoli).

Le emozioni che si trasmettono fra genitori e bambino durante l’infanzia gettano i semi per lo sviluppo della personalità adulta. Cosa posso aspettarmi dagli altri? Sono degno di affetto? Sono una brava persona? Ogni interazione ci dice qualcosa su questi temi importanti.

Il neonato che imita istintivamente il sorriso della madre la stimola a continuare l’interazione: il bambino, stimolato, ha la possibilità di continuare ad acquisire informazioni dall’interazione.

 

Il contatto con gli altri, nella vita adulta, continua a fornire risposte alle stesse domande: ciascuno sa in quali situazioni gli altri sono capaci di farci felici, facendoci provare gioia e piacere.

Si tratta di riempire un serbatoio attraverso le emozioni che gli altri ci fanno provare. L’autostima funziona come un serbatoio. Le esperienze infantili permettono di costruire il serbatoio, assicurarsi che sia privo di buchi e che sia abbastanza capiente; le attività quotidiane lo mantengono pieno. I rapporti con gli altri hanno un ruolo fondamentale in questo.

 

Quando manca il contatto con gli altri

Il contatto con gli altri, insomma, non è un optional. Normalmente non ci si pensa: è una cosa naturale, è presente. Si inizia ad accorgersene -ed è spesso così per le cose dolorose- quando manca.

Stare con gli altri ha attiva il nostro corpo, che reagisce al contatto producendo sensazioni ed emozioni che riempiono il serbatoio dell’autostima.

Condizioni di sofferenza come la depressione possono tagliare l’approvvigionamento di questo bene fondamentale. Le difficoltà che può sperimentare il depresso come la ricerca dell’isolamento e la scarsa motivazione a cercare il contatto finiscono per peggiorare la sua condizione, facendolo allontanare dagli altri, di cui avrebbe bisogno. La persona depressa sente di non meritare il rapporto con gli altri, e corre importanti rischi: non riesce a trovare negli altri la conferma del proprio valore, proprio in quanto è lui il primo a non sentire di avere un valore.

 

Chi è depresso si sente condannato all’isolamento: chi c’è di meno degno di calore umano di lui? Chi soffre di più per le inevitabili delusioni che vengono con il contatto con gli altri?

Gli amici che non si vedono da tempo, che non ricevono telefonate, che si trovano davanti una persona che non riesce a dire molto della propria sofferenza, rimangono confusi. Non sanno bene cosa fare, e i rapporti si fanno meno frequenti.

Si crea un circolo vizioso: la depressione crea isolamento e l’isolamento conferma le idee della depressione.

 

Nel nostro lavoro

Spingere a socializzare qualcuno che ha di queste difficoltà non serve. Anzi, rischia di essere dannoso: gli inevitabili fallimenti i chi non può avere, in un certo momento della propria vita, le forze necessarie per coltivare rapporti di amicizia possono essere molto pesanti. Possono confermare il senso di inettitudine che questa persona prova.

Fondamentalmente, le risorse che si possono dedicare alla socializzazione sono limitate e, inoltre, ogni desiderio di cercare gioia all’esterno si trova davanti ad un muro di autocritiche, autoaccuse, dispiacere.

La questione non potrà essere affrontata in modo diretto (cioè trasformando qualcuno che non riesce a vedere nessuno in qualcuno che vede molta gente) ma modo di affrontarle c’è.

Il problema di cui bisogna occuparsi è il senso di non essere destinati a poter avere rapporti significativi con gli altri, l’idea di sé che una persona depressa si fa di non meritare gli altri e che nessuno mai la cercherà e si interesserà di lei. Questa idea è un buco nero che risucchia forze, risorse e possibilità di gioia della persona depressa.

 

E qui si nasconde un tesoro. La scarsa considerazione di sé produce un effetto subdolo: per anni si appropria delle risorse di chi la vive. Per anni si è costretti a lottare silenziosamente per tenerla a bada. Il lavoro psicologico restituisce queste risorse al legittimo proprietario: possono essere usate per stare bene, non più per stare meno male possibile.

 

Ci siamo rifatti a (e molto distanziati da) questo articolo del Guardian.

 

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