Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Quando una mamma non ce la fa più
Una mamma che non ce la fa più è una mamma che si sente esaurita.
I sintomi di questo esaurimento materno possono variare, certo, ma sostanzialmente sono riconducibili a
- la sensazione di aver finito le risorse da dedicare ai figli,
- la sensazione deprimente di non essere capace di svolgere efficacemente il ruolo di genitore
- e il disinvestimento autoprotettivo che viene attivato inconsapevolmente e automaticamente allo scopo di proteggersi il più possibile dalle sensazioni spiacevoli collegate a questa situazione.
In casi simili si può parlare di burnout materno o burnout genitoriale allo scopo di sottolineare come fattori esterni (come lo stress legato all’accudimento in sé o al carattere di un figlio) e fattori interni (come la propria sensibilità emotiva) possano contribuire entrambi a creare una situazione in cui una mamma sente di aver esaurito le forze.
[Ho approfondito l’idea di burnout in un articolo dedicato all’esaurimento materno. In quell’articolo ho anche dedicato più spazio ai fattori esterni].
Qui parlerò prevalentemente dei fattori interni di natura psicologica che contribuiscono ad una situazione di esaurimento.
Distinguiamoli prima di tutto da quelli esterni.
Cosa succede nella mente di una mamma che non ce la fa più
Il principale svantaggio dei fattori esterni coinvolti in una situazione di esaurimento è che spesso non si possono controllare per nulla. Il temperamento di un neonato o la personalità di un adolescente sono cose composte da (anche da) un qualcosa di immodificabile, che prescinde dalla storia della persona, un nucleo di natura biologica con cui ciascun altro essere umano può riuscire ad entrare in sintonia con maggiori o minori difficoltà.
Insomma, nessuno decide da solo quale sia la personalità di un figlio, né lui, né tantomeno i genitori.
Certo, i genitori si sentono in larga parte responsabili di gestire la sua personalità e sintonizzarsi con essa, finendo spesso per sovrastimare le loro responsabilità.
Spesso, cioè, un genitore dà così tanta importanza al proprio ruolo da non riuscire più a distinguere bene cosa dipenda da lui e cosa dipenda dal figlio, come se il genitore stesso avesse potere su tutto ciò che riguarda la sua vita e la sua educazione.
Questa sovrastima solitamente è una cosa prevalentemente funzionale: se i genitori non si sentissero responsabili per quello che fanno i figli non riuscirebbero a prestare ai figli un’assistenza continua nell’elaborazione dell’esperienza del mondo.
E si tratta di un compito fondamentale, dal punto di vista psicologico.
I bambini, e anche i ragazzi, per loro natura non sanno molte cose e molte altre non le riescono ad assimilare, per cui vanno accompagnati nella scoperta del mondo e nella gestione di quello che scoprono in modi che variano molto con l’età e le loro caratteristiche personali.
Tutto questo di solito avviene spontaneamente, cioè senza troppe riflessioni su quello che si sta facendo, semplicemente perché è nella natura dei rapporti umani che avvenga così. Si insegna e si apprende, contemporaneamente qualcosa su di sé, sugli altri e sul mondo, senza cercare attivamente di farlo, ma semplicemente vivendo l’esperienza.
Il fatto che si tratti di un processo così spontaneo, però, non significa che non esistano condizioni che rendono più difficile che tutto questo avvenga senza troppi intoppi.
Fattori esterni
Alcuni casi di fattori esterni:
Ad esempio, un figlio può presentare caratteristiche che lo rendono più difficile da approcciare, come una forte reattività davanti alle emozioni negative (tanto da essere arrabbiarsi facilmente, ad esempio). Alcune persone cioè, si irritano e si agitano di più davanti alle emozioni negative, per cui ci può volere più tempo perché si calmino quando sono turbati e, soprattutto, appaiono più suscettibili. Qui siamo nel campo dei fattori esterni, per riprendere la terminologia di prima.
Come dicevamo, un figlio ha anche caratteristiche sue, di matrice biologica, che in qualche misura non sono modificabili“. Si tratta, insomma, della sua “natura”.
Un altro esempio di fattore esterno è il lutto. Un esempio macroscopico. Pensiamo ad una famiglia in cui il papà muoia prematuramente. Quanto sarà forte il carico emotivo “aggiuntivo” da sopportare, per la mamma? Quante energie in meno avrà a disposizione per gestire “l’ordinaria amministrazione” emotiva di casa?
Per finire questa breve rassegna, vale la pena di sottolineare come anche la separazione della coppia di due genitori può condurre ad una situazione simile di superlavoro psicologico.
Fattori interni (personalità del genitore)
Per quanto riguarda i fattori interni, poi, bisognerà chiedersi quali aspetti di personalità della mamma possono contribuire a complicare il suo rapporto con il figlio.
Si tratta di chiedersi come entrano in campo le sensibilità e le difficoltà personali, sostanzialmente.
Ad esempio, è difficile immaginare qualcuno che non abbia provato il dispiacere di sentire che una persona cara stava prendendo le distanza da lui, dal punto di vista emotivo. Alcune persone sono certamente più sensibili di altre a questo tema, però. Questo è vero soprattutto per le persone che si sentono più facilmente abbandonate.
Se una mamma è particolarmente sensibile a quest’area della vita mentale, può essere tentata di ricorrere al figlio per delle rassicurazioni. L’apparentemente banalissimo “con chi esci?” che si rivolge agli adolescenti, allora, può essere detto allo scopo di dare un’indicazione educativa, come:
- è importante che nella vita tu scelga bene le persone a cui ti accompagni e che ti interroghi su di loro e che, ad esempio, eviti le cattive compagnie.
La stessa frase può contemporaneamente essere pronunciata allo scopo di punire quell’uscita
- “cerchi altre persone perché io non sono abbastanza importante per te? Non valgo abbastanza?“
Lo scopo di quest’ultima richiesta, sul piano emotivo, può essere sostanzialmente quello di spingere il figlio a fornire una rassicurazione sulla propria importanza. Spesso però, davanti ad una richiesta così emotivamente sovraccarica, un adolescente può provare un senso di colpa così forte che è più facile che controreagisca con un “Lasciami stare!“, finendo per aumentare ulteriormente le preoccupazioni materne.
Insomma, un pasticcio di situazione.
Qualcosa di simile può accadere quando la mamma si affretta a soccorrere il suo bambino dopo una rovinosa (ma non pericolosa) caduta, certo allo scopo di rassicurarlo, ma anche allo scopo di suggerirgli di non allontanarsi troppo, ché è tanto pericoloso…
Insomma, ci può essere il rischio di comunicargli “Se starai sempre con me, tutto andrà bene. Per entrambi“.
Ovviamente non è sempre così.
Questo tipo di interazioni diventano rilevanti nel momento in cui ci si rende conto di sentirsi particolarmente a disagio e coinvolte in alcune situazioni e che, ad esempio, ci si sente particolarmente coinvolte da alcuni dei comportamenti o degli atteggiamenti del figlio.
Sono cose importanti se ci si accorge che la lingua (cioè il figlio) batte dove il dente duole (e il dente qui è la propria sensibilità già ferita).
Come abbiamo visto, la propria sensibilità e storia personale sono elementi fondamentali per la serenità nella gestione dei figli.
Possiamo dire, semplificando un po’, che la personalità è proprio la somma della nostra biologica e delle esperienze fatte nella vita: di conseguenza, il modo in cui siamo fatti, la nostra personalità è una componente fondamentale nel determinare come affrontiamo il mondo e le altre persone. È come se fosse la base su cui facciamo delle previsioni su come funzionano le cose e il senso che hanno per noi.
La fatica di essere genitori
Per gli psicologi che si occupano di minori e delle loro famiglie, è normale trovarsi davanti a genitori che sono preoccupati di aver fallito nel loro compito di educatori e di sostegno ad una buona gestione delle emozioni dei figli. Questo è particolarmente vero nel caso dei figli adolescenti. Accade anche il contrario, cioè che spesso vengono presentati adolescenti così ostici, conflittuali, problematici da sembrare per loro natura ingestibili.
Non direi che la verità sta nel mezzo, ché vorrebbe dire poco, ma che la verità sta nell’incontro fra specifici genitori e specifici figli. Qual è l’effetto dell’incontro fra la personalità di quel figlio con la personalità di quel genitore? Quanto bene si sposano?
Ad esempio, un figlio altamente reattivo davanti alla frustrazione e così impulsivo da mettersi nei guai può venire affrontato più serenamente da un genitore a cui viene naturale rispondere a questi guai con dell’umorismo. Con questo non intendo dire che in certi casi conviene che un genitore si disinteressi di come si comporta il figlio, ma che è utile che possa distinguere le situazioni in cui il suo intervento è fondamentale da quelle in cui sarebbe inutilmente autoaccusatorio pensare di poter prevenire e anticipare ogni difficoltà di un ragazzo turbolento. Semmai, bisognerà non perdersi d’animo e gestire insieme a lui le conseguenze.
La tendenza ad attribuirsi eccessiva responsabilità e sentirsi spesso carenti è particolarmente diffusa fra i genitori. Come dicevamo prima, questo pensiero ha anche una sua utilità, a ben vedere: sul piano psicologico, molto del lavoro del genitore è proprio quello di assumersi la (cor)responsabilità delle azioni del figlio, mostrandogli come si sta al mondo, fino a che non sarà in grado di arrangiarsi per conto proprio.
È come se i genitori fossero particolarmente inclini ad assumersi questa responsabilità perché, per raggiungere l’obiettivo di spiegare il mondo al figlio, è particolarmente utile che si ritengano in grado di avere una certa influenza sulle azioni del figlio.
Mamma che non ce la fa più: la necessaria cura di sé
Una cosa che vediamo spessissimo è che i genitori, mossi dall’amore e dal senso di responsabilità, non danno molto peso alla cura di sé, percependo come desiderabile e corretto unicamente il sacrificio a favore del figlio.
Quando si trovano a gestire situazioni particolarmente impegnative, questo rischia di diventare controproducente, però; semplificando un po’, l’idea è che se il genitore è la macchina che compie il lavoro di accudimento del figlio, se non si fa una corretta manutenzione alla macchina, aumentano le possibilità che questa non sia più in grado di svolgere efficacemente il proprio compito, magari fino a non riuscire a svolgerlo per nulla.
Questa difficoltà a dedicare energie alla propria manutenzione è particolarmente diffusa proprio fra le madri. In un certo senso è secondario chiedersi come mai questo avvenga, se per ragioni prevalentemente biologiche o per ragioni prevalentemente sociali/culturali. La cosa più importante è chiedersi cosa spinga una certa mamma a dosare in un certo modo le proprie energie personali e, soprattutto, cosa la faccia sentire drenata di queste energie.
Un elemento fondamentale del meccanismo psicologico che rende difficile occuparsi efficacemente della propria manutenzione emotiva è quello dei sentimenti depressivi.
Non bisogna pensare ad una vera e propria depressione, ma quel meccanismo psicologico normale che si esaspera e irrigidisce nella depressione.
Davanti ad un figlio difficile da gestire:
- ci si può sentire particolarmente incapaci
- e di conseguenza, impegnarsi per trovare dentro di sé delle nuove soluzioni per cambiare le cose che non vanno nel figlio e, quindi, tornare a sentirsi brave.
Ovviamente, nascono dei problemi quando non si è in grado di soddisfare il proprio proposito di cambiare le cose che non vanno. A quel punto:
- i sentimenti di fallimento, inettitudine, delusione, finiscono per diventare particolarmente intensi,
- si sente di non riuscire a modificare le condizioni che li generano
- e l’unica sorsa diventa quella di difendersi da questi sentimenti, cercando modi per non sentirli più (la sensazione di esaurimento e la necessità di ridurre l’intensità degli stimoli sono elementi caratteristici dei sentimenti depressivi).
- Ecco, si è arrivate ad una sorta di stato di esaurimento emotivo, in cui l’unica soluzione è quella di fermarsi, recuperare le energie e recuperare di conseguenza le possibilità di ascolto di cose dolorose come il proprio senso di fallimento, etc.
Non farcela più: un circolo vizioso
Uno dei rischi più grossi di una situazione del genere è quella di creare un circolo vizioso in cui il rapporto con l’altro (il figlio) e i propri sentimenti sono strettamente collegati.
Può essere utile guardar a questa faccenda nel seguente modo:
- “Non riesco a gestire mio figlio e non riesco a far funzionare il rapporto con lui perché associo il rapporto con lui a delle parti di me che non sopporto, che considero cattive. Avere un figlio in difficoltà o problematico mi fa sentire una madre fallita.”
- “Per me è troppo doloroso sentirmi una cattiva madre, quindi ho costantemente bisogno di fuggire da queste parti cattive di me che sono “seminate” dentro a mio figlio“.
- “Per scappare da queste parti di me, scappo dai miei pensieri negativi e dal rapporto con mio figlio, che me li riporta costantemente davanti”.
- “Di conseguenza, faccio più fatica a vivere il rapporto con mio figlio e come effetto collaterale dei miei urgenti bisogni emotivi posso fare molta più fatica a prendermi cura di lui“.
Da questo punto di vista, la difficoltà a prendersi cura del figlio è un effetto collaterale del bisogno di fuggire da sentimenti depressivi legati alla percezione della propria incapacità.
La fuga è motivata dal bisogno di fare urgentemente una “manutenzione emotiva” che non ci si è concesse prima.
E perché non concedersela prima?
Come abbiamo visto, questo accade perché il senso del dovere e l’amore verso il figlio spingono a trascurare la propria salute psicologica per privilegiare la sua e questo processo è sostenuto da sentimenti positivi legati al suo successo e sentimenti negativi legati al suo fallimento.
I genitori (le mamme in particolare), cioè, sono intrinsecamente motivati a prendersi cura dei figli e le emozioni legate all’accudimento sono uno dei principali meccanismi di azione di questo processo motivazionale.
Posso essere soddisfatta di me?
Finora ho parlato di questo processo di valutazione nelle proprie capacità di apprendimento in un modo che potrebbe farlo sembrare una faccenda chiara, pulita e prevalentemente razionale.
Non è così. Come per la maggior parte dei nostri processi psicologici, anche l’accudimento dei figli si basa su processi prevalentemente automatici e inconsapevoli.
Ogni volta che valutiamo quale valore dare ad una nostra azione ci basiamo sulle idee interiorizzate che abbiamo dei rapporti fra persone, del funzionamento della loro mente ed emozioni e su una sorta di modello personale di come funziona il mondo.
Ciascuno di noi ha delle idee silenziose su quanto ci si possa fidare degli altri, su quanto gli altri abbiano bisogno di noi o sull’effetto che facciamo agli altri e queste idee si formano in larga parte sulla base dei rapporti passati con le persone significative della propria vita.
In particolare, è praticamente inevitabile che il rapporto con i figli non porti una madre a pensare di
- rivedere la propria madre nel proprio modo di comportarsi,
- ma anche di rivedere aspetti del comportamento del proprio padre.
Allo stesso tempo, nel figlio si possono ritrovare:
- i comportamenti e gli atteggiamenti della madre o del padre,
- ma anche comportamenti e atteggiamenti di altre persone significative, come un passato compagno o come il suo papà biologico.
Insomma, non solo si finisce per identificarsi con i propri genitori, sentendosi ora uguali e ora diversi da loro, ma nel figlio si possono ritrovare varie componenti di altre persone importanti. Banalmente, come quando si dice:
“Dico le stesse cose che diceva mia mamma a me“
“Il suo modo di comportarsi lo fa assomigliare a…!“.
È chiaro che tutto questo non pone particolari problemi, fino a che si trata di pensare cose come “Non sta mai fermo, proprio come il nonno!“, anzi è fonte di piacere.
Però, se il discorso che diventa “Ha un brutto carattere come il nonno o come il papà“, ovviamente la storia cambia.
In breve, il rapporto con i figli finisce per rievocare nella mamma aspetti di rapporti significativi del suo passato, sia in termini positivi che negativi. Quando le sensazioni evocate sono negative, queste si traducono in una sorta di lavoro supplementare per la mamma.
Cosa mi succede? Cosa devo fare?
È come sentire che c’è qualcosa che crea molto attrito nella relazione con il figlio.
Si sente di scattare.
- Magari il comportamento del figlio genera ansia. L’atteggiamento, le sue amicizie, aver scoperto che fuma, anche solo il fatto che pretenda più autonomia.
- Magari ci si sente particolarmente in tensione per i suoi voti scolastici e ci si accorge che ogni volta che salta fuori l’argomento non si riesce mai ad avere un vero confronto. Ci si scontra e non cambia nulla.
- Oppure il rapporto positivo e affettuoso con il figlio bambino si trasforma in un conflitto molto aspro con un adolescente con cui sembra non esserci possibilità di uno scambio affettuoso (cosa particolarmente frequente con i figli maschi).
- A volte, invece, ci si rende conto di avere scatti d’ira così forti da finire per mangiarsi vivo il figlio, finendo per pensare che non si capisce bene come mai ci si sia arrabbiate così tanto. Come se si faticasse a giustificare tanta rabbia.
Il punto non è quello di sforzarsi per benino a rassicurarsi che queste cose sono normali e che non bisogna sentirsi in colpa.
Sarebbe come dire “Dentro di me ho questi sentimenti ma devo essere brava e fare come se non ci fossero“. Non è solo controproducente, è anche impossibile.
Se fossimo capaci di spegnere da soli l’interruttore, su queste cose, lo faremmo e basta, senza bisogno di stare a pensarci più di tanto.
Il punto è che non si tratta solo di emozioni da gestire, ma da capire. Tra l’altro, si tratta di emozioni che possono avere un’utilità.
“Se il rapporto con mio figlio mi fa capire che sentirmi rispondere male o vederlo trascurare i suoi doveri sono cose insopportabili per me, sicuramente questo ha a che fare con qulcosa che riguarda quel furfante di mio figlio; però riguarda anche me”.
“Se non riesco a distinguere per bene fra quello che fa lui di irritante o criticabile dalle cose a cui io sono ipersensibile, rischio di non capire come mai mi sento in quel modo“.
A volte sono sensazioni che si riescono a gestire, a volte non è così semplice.
“Posso arrabbiarmi? Mi sembra che si sia comportato male.
Oppure sono io ad irrigidirmi, perché ho i nervi a fior di pelle/perché non sono mai stata brava a gestire i conflitti/perché l’aggressività mi spaventa e mi mette a disagio?“
Sono domande che sono rilevanti soprattutto in quanto hanno delle conseguenze per quanto riguarda la propria autostima e la propria capacità di agire efficacemente come genitori.
Se una mamma tende a sentirsi in colpa ogni volta che c’è da creare un conflitto, perché lo vive con disagio, rischia di non cogliere le situazioni in cui, ad esempio, un adolescente ricerca attivamente l’adulto disposto a mettergli dei limiti e, in alcuni casi, ad esasperare atteggiamenti ostili o aggressivi in un adolescente.
Viceversa, la mamma che si sente perennemente nervosa e pronta a rifilare delle rispostacce al figlio rischia di sentirsi perennemente in colpa e prigioniera della sua irritazione, senza poter dare ascolto a quello che la ferisce così profondamente da stimolare quella rabbia che finisce per trovare una via d’uscita specialmente nel rapporto con il figlio.
Ho fallito come mamma?
Queste situazioni in cui si sente di aver perso il timone del rapporto con i figli sono proprio un esempio caratteristico delle situazioni che portano ad una sensazione di esaurimento emotivo legata la proprio ruolo di genitore. L’impegno emotivo che è implicato nella gestione del rapporto diventa così forte che si sente di aver non poter far altro che tirare i remi in barca.
Al di là delle metafore, il modo in cui si sta male dipende dal tipo di persona che si è, diciamo dalla propria personalità.
Ci si può sentire insoddisfatte di sé, sentire di aver deluso le aspettative che si ha su se stessa come madre, avvertire vergogna per le proprie reazioni aggressive o, al contrario, per la propria incapacità di reagire.
Si rischia di sentirsi, cioè, sostanzialmente dei fallimenti, inadeguate come madri.
Questa non è una valutazione, è una autopunizione.
Se il rapporto con i figli è diventato così soffocante, un motivo c’è e nessuno di noi sceglie volontariamente di vivere questo tipo di sensazioni. Come abbiamo visto, è una questione di incontro fra i problemi che pone uno specifico figlio con i punti di forza e di fragilità di uno specifico genitore. Semplicemente, a volte ci si trova davanti a cose che non si possono prevedere e che non si riescono a gestire.
Se ci si concede di pensare che questa può diventare un’occasione di cura di sé, rapporti importanti come quelli con i figli possono migliorare proprio come effetto del cambiamento che si cercherà per se stesse. Come effetto proprio di quella cura di sé, insomma.